Viaggio e Fotografia gemelli diversi


Quando quarant’anni fa decisi di essere fotografo, lo feci per il gusto e l’entusiasmo di viaggiare vedere raccontare con le immagini, i luoghi che andavo conoscendo. Allora iniziò la mia passione per l’Italia soprattutto del Sud. 

Qualche volta con la famiglia, i figli, ma da solo come un monaco (il cui significato etimologico è uomo solitario) quando dovevo concentrarmi alla ricerca delle mie immagini, delle mie sensazioni, dei miei pensieri, delle mie emozioni. Prima ancora dell’ascolto di ciò che mi circondava che cominciai a fotografare in bianco e nero perché nella sua essenzialità è in grado di estrapolare l’anima dei soggetti fotografati.

Da allora ho voluto ardentemente inserire la fotografia non disgiunta dal mio modo di viaggiare e vivere.

L’apparecchio fotografico divenne un prolungamento dei miei sensi e le mie fotografie l’espressione di questa voglia di esplorare la mia visione personale delle identità materiali e immateriali, il genius loci dei luoghi.

I miei viaggi giovanili mi portarono più lontano dall’Italia, dall’Europa (Romania, Albania, Grecia) all’Africa (Sud Sudan e Kenia), dalla Siria fino all’Asia (Nepal e Buthan). Ma le mie mete preferite erano sempre quelle italiane.

Da dove sia nato il desiderio di girovagare, probabilmente dalla mia genetica che riporta l’appartenenza di derivazione paterna ad una famiglia zingara proveniente dalla Romania.

Chi ama la vita dinamica e le novità, la vacanza, si inebria di viaggi e fotografia. Ci si rende conto, subito, che queste due attività hanno non pochi interessi in comune e vite e funzioni separate, seppur parallele, incontrandosi su un terreno comune e alimentandosi reciprocamente.

L’avventura e la fotografia sono partner naturali e se la vostra mente e i vostri occhi sono ben aperti, potete tradurre la vostra esperienza in una fotografia evocativa, rivelativa, informativa o esplosiva, qualsiasi sia il vostro scopo. Purtroppo invece, troppo spesso, le fotografie vengono scattate con un intento possessivo ed edonistico, trasformandosi in una imitazione della vera esperienza. Come fa notare a questo proposito Susan Sontag nel suo libro “Sulla fotografia”: “La maggior parte dei turisti si sente costretta (obbligata, autorizzata direi io) a mettere il proprio apparecchio tra sé e qualsiasi cosa degna di nota che incontra (oggi, spesso, minimizzandolo con un autoritratto scattando un selfie). Incerti sul da farsi, scattano una fotografia. Ciò dà forma alla sequenza: fermarsi (inquadrare o inquadrarsi), scattare una fotografia e proseguire”.

Il Viaggio in Italia, il giardino emozionale diffuso, quello che amo raccontare, ha ancora molto da guadagnare in rapidità, comodità, sicurezza, economicità; deve approntare infrastrutture basilari, come quelle ricettive, recuperare e potenziare quelle legate al trasporto, vedi treni locali e regionali, navi e traghetti, ancora assai carenti.

Non così per la fotografia, la cui storia contemporanea dal 24 agosto 1981, giorno memorabile, in cui fece la sua comparsa la prima macchina fotografica digitale, la Sony Mavica FD5, ha subito un’accelerazione e diffusione senza precedenti. Fine della pellicola, conseguenza, aumento esponenziale degli scatti, ma anche dell’impoverimento qualitativo.

Perché, per ben fotografare bisogna imparare a ben guardare, perché la fotografia e il viaggio possono essere nemici perché la prima toglierebbe il piacere al secondo se diventa un pretesto bulimico e ansioso per realizzare valanghe di immagini senza senso; l’atto di fotografare deve seguire l‘esperienza non precederla. L’esperienza del viaggio deve essere vissuta appieno, regala intensità, emozioni di realtà insolite che aiutano cervello cuore e occhio fotografico a mettersi sulla stessa linea per esprimere il meglio di sé.

Sia per chi viaggia che per chi fotografa, lo scenario, in questi anni, è cambiato, con l’uso massivo del computer, l’esplosione di Internet, la condivisione attraverso i social, la fotografia digitale; web e tv, il turismo responsabile, ecocompatibile, Consapevoli di essere ospiti producendo impatto, rispettosi dell’ambiente, naturale, sociale e culturale, di cui si entra temporaneamente a far parte. Turisti-Viaggiatori responsabili (vedi AITR – Associazione Italiana Turismo Responsabile), permeabili. Aperti all’incontro, all’ascolto, alla sorpresa, consci di essere visitatori occasionali, di passaggio, con valigie o zaini, con la macchina fotografica al collo, alla ricerca di esperienze e bellezza.

Eppure, nonostante le aumentate possibilità di viaggiare, mezzi di trasporto a costi più bassi, ancora troppo pochi viaggiano con lo spirito del viaggiatore, con tutta la libertà e la ricchezza che ciò comporta in termini di esperienza; e troppo pochi fotografano con lo spirito del viaggiatore, per narrare i luoghi visitati e vissuti e non puntando verso sé stessi come in uno specchio attraverso ìuso e abuso dei selfie.

La fotografia, applicata a ricerche sulla percezione visiva, alla ricerca artistica, e alla documentazione di fatti mentre si verificano; ritrae persone e animali, riprende esterni ed interni, soddisfa, con costi decrescenti, bisogni reali e necessità psicologiche attestati nella storia dell’arte e della stampa, la fotografia riflette e lavora su sé stessa, al proprio sviluppo tecnologico ed espressivo, è diventata linguaggio di uso comune, ma troppo spesso sgrammaticato.

Per riuscire a scattare una fotografia al di sopra della media, i veri fotografi di viaggio devono sentire il desiderio di sviluppare capacità intellettuali ed estetiche, essere bulimici e curiosi su tutto ciò che è cultura, per essere in grado di interpretare una situazione e tradurla in un’immagine personale. Così come ricercate il significato ed il valore di un’esperienza di viaggio, nelle vostre ricerche fotografiche occorre guardare oltre l’ovvietà. La tendenza è di romanzare e perpetuare i miti sulle destinazioni. La gente comune fotografa solo luoghi comuni: ciò che definisco la “visione dell’ombelico”. Continuando a reiterare gli stessi scatti di immagini da cartolina, i fotografi che viaggiano trascurano la propria visione delle cose, rendendo il mondo forzosamente piattamente affascinante, e perdendo credibilità di testimoni affidabili.

Tutto ciò avviene, si ripete e continua dal 1839, anno di nascita anagrafica della fotografia.

La nostra società è diventata dipendente dagli apparecchi fotografici e dalle fotografie scattate (oggi più che mai, da quando si è data la possibilità persino al telefono di scattarne e di condividerle col mondo intero attraverso internet); per questo, pur lasciando a casa o non possedendo la macchina fotografica, si usano le immagini delle quali però non ci si sente consapevolmente responsabili.

A poco a poco nasce il rapporto strettissimo fra turismo e fotografia, reso possibile anche dai progressi di entrambi. La naturale alleanza tra due fenomeni che nascono e si sviluppano parallelamente, viene confermata da alcune affinità di carattere fra il viaggiatore e il fotografo: la curiosità, la pazienza, il gusto per la ricerca, per l’esperienza e il piacere di ricordare e comunicare.

Il fotografo poi è desideroso di cimentarsi con sempre nuovi soggetti in situazioni e condizioni diverse, così come il viaggiatore.

Si aggiunga lo stimolo delle scienze nascenti: l’antropologia fisica e culturale, la storia delle arti esotiche, una geografia che si rinnova, la biologia e tante altre discipline che dai viaggi e dalla fotografia di viaggio traggono a loro volta stimolo, alimento, ispirazione, documentazione, divulgazione.

Ogni vero viaggio non è spostarsi da un punto ad un altro, perché appena si organizza e si esce da casa si sta già viaggiando, lungo un itinerario interiore ancor prima che geografico.

Il vero Viaggiare è con lentezza, con i 5 sensi + 2 cuore e mente, fatto di ozio creativo e pause etiche estetiche; è ricerca, scoperta, emozione, vacanza, avventura, un pizzico di imprevisto.

Fotografare, “disegnare con la luce” è un modo di organizzare e fermare – in un fotogramma o in una storia – l’esperienza di un momento, di un viaggio, una porzione che racconti il mondo che ci circonda, attraverso la combinazione di luci e ombre, volumi e atmosfere. E’ ricercare come un rabdomante, il punto di vista migliore, che non è mai il primo, scontato, usuale.

Documento, simbolo, icona sinestetica emozionale.

Parte da un desiderio di conoscenza, diventa sforzo di interpretazione, possibilità di raccogliere sensazioni ed emozioni e riportare a casa un racconto per immagini di attimi di vita vissuta, di testimonianze oculari.

La fotografia è un mezzo di espressione e comunicazione di forza enorme, un linguaggio universale che supera barriere di lingua e cultura: vale più di mille parole e la Fotografia è strumento di comunicazione in grado di coinvolgere tutti ed ognuno, con la sua sintesi e immediatezza; attraverso la sua forza evocativa, la potenza testimoniale, supportate da un linguaggio esteticamente “accattivante”, largamente comprensibile; possono indurre alla riflessione, e grazie alla capacità di parlare un linguaggio tra i più comprensibili e coinvolgenti al mondo, cambiare le coscienze e creare opinione pubblica. Ispirate da sensazioni ed emozioni, la lentezza dello sguardo, hanno la capacità di indurre letture da cui scaturiscono pensieri, considerazioni, rimandi culturali.

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Informazioni su giuseppe COCCO - Fotografo Artista Docente di Fotografia digitale, lettura dell'immagine e storia della fotografia 2.0

Nato a Roma nel 1957, m° Fotografo artista documentarista dal 1977, oggi Artista Fotografo e Pittore Digitale 2.0, con le mie opere narro l'Italia, grande giardino emozionale diffuso, eccellenze, bellezza, identità territoriali materiali e immateriali, genius loci. Docente all'Accademia di Belle Arti di Fotografia digitale, lettura dell'immagine e Storia della Fotografia.

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