Malattia Pazienza Convalescenza Ripartenza


Ripartenza fa rima con Convalescenza e Pazienza

Non si parte in 4ª senza passare per la 1ª e la 2ª, a rischio di grippare il motore.

Attenzione però: un conto è prudenza, prevenzione, senso di responsabilità, un altro è fobia; ci stiamo trasformando in un popolo di ipocondriaci.

Avete mai fatto caso che un malato, o presunto tale, viene chiamato paziente?

Conditio sine qua non, per il genere umano, che esista la malattia che, prima o dopo, ci fermi quando meno ce l’aspettiamo, ma quand’è il momento opportuno, ci isola dalla società, la pazienza di seguire le indicazioni di un medico, di seguire un percorso di cura, talvolta con l’ansia, e di attendere i tempi dovuti perché la malattia passi, ma, una cosa che negli ultimi anni decenni direi si è dimenticata, prima di ripartire, bisogna avere la pazienza della convalescenza, il periodo intermedio che si trascorre nei giorni successivi a un intervento chirurgico, una malattia o un trauma fisico. 

In questo periodo si è relativamente più deboli e particolarmente esposti a rischio di contagio di altri malanni.

Convalescenza è un termine ormai caduto in disuso in questa società in cui si va a lavoro con l’influenza, perché il datore di lavoro lo pretende.

A cosa serve la convalescenza?

Serve a non avere la cosiddetta ricaduta che spesso è peggio della malattia stessa.

Ma in questo mondo di pazzi, nel quale tutto è soggetto all’economia ed al lavoro ci si è dimenticati del fatto che noi uomini siamo soggetti ai ritmi della natura ed abbiamo bisogno di un tempo lento per riprenderci. 

Oggi in cui tutti pensano di sapere tutto, di volere tutto, di potere tutto e di discutere tutto, per la ripartenza c’è bisogno della convalescenza e Ripartenza fa rima con Convalescenza e con Pazienza

Quello che sto per raccontarvi, scaturisce da alcune considerazioni e riflessioni che mi sono venute da un fastidio derivante dalla diffusa presunzione dell’ignoranza, che colgo da discorsi qualunquisti, nella situazione della ripartenza dopo la quarantena per Coronavirus o Covid-19 che dir si voglia. 

La Fase 2, la ripartenza, è la Convalescenza, che da vocabolario: periodo intermedio da trascorrere i giorni successivi ad un intervento chirurgico, una malattia, un trauma fisico, in cui si è più deboli e particolarmente esposti a rischio di contagio di altri malanni.

Ho 64 anni e vi voglio raccontare 2 esperienze personali relative a situazioni che dovetti sopportare all’età di 4 anni e a 17 anni del secolo scorso. 

Quindi, 4 anni, mi ammalai di varicella, iniziò un periodo di sospensione; niente più asilo, e reclusione in camera per 40 giorni con obbligo di non grattare le pustole. 

Io obbediente ho seguito tutte le indicazioni

Obbedienza, altro termine caduto in disuso.

Salto temporale, 17 anni, 10 marzo 1974

Per tutti coloro che non lo ricordassero, fu la prima domenica in cui venne riattivato il traffico automobilistico, ma a targhe alterne, in quanto eravamo reduci da un periodo di fermo assoluto domenicale dovuto alla crisi petrolifera. 

Tra parentesi, faccio notare che noi italiani siamo abituati, ad obbligarci a questi fermi periodici di massa. 

Ai tempi, le automobili non erano neanche tante, non quante ne abbiamo oggi, quindi potete immaginare che targhe pari, le prime autorizzate, non fossero molte.

Fatto sta che era una bellissima domenica di primavera, soleggiata e calda, e per me, ciclista semiprofessionista di belle speranze, abituato a coprire lunghe distanze, inforcare la bicicletta per andare ai Castelli Romani, era un tutt’uno.

Così, verso mezzogiorno, sulla strada del ritorno, percorrendo la Via dei Laghi che scende dal Lago di Castel Gandolfo verso Ciampino, dopo l’incrocio per Marino, il paese dove le fontane buttano vino, mi sbucano davanti 3 automobili affiancate, impegnate in un doppio sorpasso, occupando l’intera carreggiata.

La Mini Minor, che si trovava più esterna, in accelerazione, lungo il ciglio destro della strada, ed io, che provenivo ad una certa velocità, essendo in discesa, non ebbi il tempo di far nulla prima che l’impatto mi facesse volare, spezzandomi i 2 femori

Addio progetti e sogni di gloria; frequentavo il liceo artistico, avevo tanti progetti, ma quel giorno, a quell’ora, tutto sembrò dover finire tutto in un attimo, e avrebbe potuto se non fosse avvenuto un miracolo.

Comunque, tutto si è fermato e il miracolo da solo non sarebbe bastato se non avessi cominciato a diventare paziente. 

Dopo una settimana in coma farmacologico, ho cominciato un lungo periodo da paziente di nome e di fatto, con 18 giorni in posizione supina, obbligata, con le gambe in trazione, bloccate su due cavalletti, tra flebo e trasfusione di sangue, giorno e notte, senza soluzione di continuità.

La pazienza fu anche il dover sopportare il dolore lancinante provocato dalla apofisi della terza vertebra lombare (l’apofisi è l’aletta cartilaginea della vertebra) alla quale non si poteva far nulla, e sulla quale, nonostante il dolore, ero poggiato causa posizione.

Finito il periodo di attesa per l’operabilità, vengo operato brillantemente, riportando i 2 femori perfettamente in asse e a pari lunghezza.

L’operazione consisteva nel fissare 2 placche placche d’acciaio con viti, una per per femore, e 2 schegge di osso preso dalle creste iliache, tipo di osso che innestato, riesce a provocare la produzione del callo osseo che poi, indurendosi, ricrea l’osso. 

Dopo qualche giorno dall’operazione, giorni passati in convalescenza, tra drenaggi, medicazioni ed iniezioni contro la possibile trombosi, finalmente esco dall’ospedale con le mie gambe, ma non sulle mie gambe, bensì seduto su una carrozzina.

Il mio giovane organismo aveva cominciato la ricostruzione delle mie gambe che però avevano bisogno di rimanere tranquille per un tempo indeterminato, perché la scienza sa molto, ma non tutto, e non può prevedere i tempi di risposta della natura.

insomma, non potevo caricare il peso del corpo sui femori, perché non c’era nemmeno uno di loro che poteva aiutare l’altro, perché si sarebbero rispezzati. 

E allora, a quando la ripartenza!?

Gli ortopedici mi dissero che, sulla scorta delle loro conoscenze e per il fatto che, il callo osseo si era cominciato a ricostituire già prima ancora che mi operassero, probabilmente, il periodo in carrozzina e di convalescenza, sarebbe stato relativamente breve; fosse vero o no, in questi casi non viene detta tutta la verità al paziente perché non si avvilisca davanti alla prova che lo aspetta.

Probabilmente 3 mesi, dissero; ogni mese una lastra una visita per  vedere il procedere del callo osseo ed ogni mese giubilo e felicitazioni, complimenti per la costanza nel seguire e proseguire nel percorso indicato.

Poi, di mese in mese, l’aspettativa della ripartenza, si faceva più impellente, ma la risposta era sempre la stessa: tutto procede per il meglio, e sorridendo mi dicevano: finora sei stato bravissimo, ma meglio rimandare la ripartenza al mese prossimo.

In carrozzina, chiuso a casa, costretto a far tutto con l’aiuto degli altri; il 3° mese, sempre la stessa aspettativa negata, perché la scienza era dubbiosa, prudente, e mi chiedeva pazienza.

Poi ancora il 4° il 5° e al 6° mese, finalmente l’ok, ma con i bastoni canadesi, per ripartire gradatamente, caricando poco per volta.

Risultato, quasi non riuscivo più a tenermi in piedi.

Dovetti rimparare a camminare come fossi neonato, ma da allora, la mia pazienza e le mie gambe mi hanno portato lontano, in giro in Italia e nel mondo, ad avere 3 figli e 6 nipoti, e fin qui a 64 anni.

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