Ci siamo sbagliati, torniamo indietro


Facendo seguito all’intervista rilasciata oggi al Quotidiano Repubblica dall’architetto Boeri, dal titolo “Lasceremo le città, riqualifichiamo i borghi”, a seguito del Coronavirus, rilancio questo mio articolo che scrissi e pubblicai sul mio blog giuseppecocco.it, in tempi non sospetti, il 19 agosto 2011.
La bulimia economica ha portato, assieme alla distruzione del territorio, quella dell’individuo e della società.
L’apparente miglioramento della vita per pochi decenni, per poche generazioni, si è dimostrato lo sfacelo di un delicato equilibrio antropologico, urbanistico, sociologico, costruito in centinaia di anni, dalla fatica e dalla creatività di generazioni e generazioni.
Quindi, la crisi economica, è per noi italiani, una crisi più profonda, culturale e sociale, una malattia dalla quale ci potremo riprendere solo se ci fermeremo a ripensare su ciò che abbiamo fatto e disfatto fin qui.
Non è una vergogna dire ci siamo sbagliati, torniamo indietro.
L’aver puntato tutte le carte su uno sviluppo a senso unico, dimenticando le nostre radici e le nostre peculiarità, non aver diversificato, ha portato a soccombere nel momento della crisi.
Fallita la scelta dell’industrializzazione fagocitante, sbagliato seguire il miraggio dell’urbanizzazione selvaggia, sembra farci cadere oggi in un incubo; ma il vero incubo è stato vivere rincorrendo l’avere e non il benessere.
L’abbandono dei luoghi natii, fonte di benessere spirituale, per emigrare verso agglomerati di disperazione, frustrazione, solitudine, egoismo, depressione, ha portato gli individui, dopo un iniziale benessere economico, a perdere l’identità, e la crisi ha solo acuito il problema rendendolo più tangibile.
La perdita del lavoro e delle certezze economiche, le false necessità imposte dal consumismo, hanno reso fragile un individuo già annientato nella personalità, isolato per la mancanza di condivisione e sussidiarietà comunitaria; impoverito nell’umanità a causa di una vita anonima, in quartieri dormitorio anonimi, grigi, brutti, tristi, alveari di cemento che con la loro altezza e concentrazione, hanno ridotto la visibilità dell’orizzonte fisico, e di conseguenza anche quello psicologico, inducendo alla depressione e al pessimismo; luoghi non luoghi, dove perfino i grandi centri commerciali non sono vissuti come le piazze, punti di ritrovo e socializzazione, ma contenitori di merci senz’anima, di ulteriore isolamento, che psicologicamente portano a chiudersi in sé stessi, ad inaridirsi e a morire dentro.
La cementificazione selvaggia, il consumismo, hanno cambiato l’anima e la natura umana, violentandola.
Quindi, per migliorare il Paese, la politica è chiamata ad un salto di qualità culturale e creativo per pianificare scelte coraggiose, strategiche, a lungo termine e lungimiranti.
Lanci l’esodo dalle grandi città, e il ritorno agli 8.100 comuni, ricostituendo la struttura e l’armonia del paese, fatto di comunità locali, recuperando le botteghe, il minimalismo commerciale che crea momenti della vita quotidiana, nei quali non si va semplicemente per spendere e acquistare beni materiali, ma prima ancora, beni spirituali, di socializzazione; una miriade di imprese e occupazioni artigianali, agricole, agroalimentari a km 0, di soddisfazione per chi le fa e chi le usa, utili alle Comunità Comunali.
Per partecipare alla globalizzazione, apportiamo la nostra identità territoriale materiale e immateriale, riappropriamocene tornando a pensare glocale, in una scala più piccola, che più si addice al nostro Paese.
Tornare a vivere l’intero territorio, riscoprendo la storia patria di ogni più piccolo Comune, vuol dire tornare a presidiare e difendere, promuovere e sviluppare il nostro patrimonio, urbanistico, ambientale, artistico, nostre ricchezze e unicità.
Ritrovare il senso del vivere, attraverso la dimensione che i nostri padri ci hanno costruito e tramandato.
Riscopriamo le banche cooperative che, vivendo a stretto contatto con i propri correntisti, conoscendoli usano i soldi della comunità per finanziarne le iniziative e le attività. Un economia sociale e solidale che torna al reale, comunitaria, viva per far vivere l’uomo e le sue attività. Ciò non esclude la loro messa in rete nazionale per rafforzarne l’operato.
Lavorare per l’intero territorio nazionale, significa migliorare le infrastrutture, sviluppando le attività edili per ristrutturazioni, messe in sicurezza, adeguamenti, per mettere al riparo dal rischio idrogeologico e sismico, per uno sviluppo ecosostenibile.
Tanti posti di lavoro potranno essere attivati, grazie anche alla diffusione sul territorio di servizi utili alla persona: sanità, giustizia, scuola, cultura.
Le reti, anche alla luce delle conquiste tecnologiche, sono la chiave di volta della rivoluzione sociale ed economica del Paese; dalle reti digitali, a quelle stradali e ferroviarie. Tutti possono rimanere collegati grazie alle reti.
Ridistribuire la popolazione su tutto il territorio porterà a ottimizzare i servizi, pianificando, rivitalizzando, non solo il paese tutto, ma l’economia e il lavoro, decongestionando, al contempo, i grandi centri urbani asfittici; offrendo una vita più a misura d’uomo, dai ritmi meno ossessivi, limitando gli spostamenti pendolari e l’inquinamento; si risparmierà sulla spesa familiare, e miglioreranno gli stili di vita.
Vivere in centri più piccoli, riporterà anche a migliorare l’educazione di figli e giovani, allontanandoli da sirene distruttive e ricostituendo quelle reti tra famiglie, che sono state spezzate dall’anonimato cittadino.
Scegliere di riappropriarci della nostra identità sociale, riporterà la positività e una visione del futuro più chiara, perché gli individui si riapproprieranno del proprio presente e si sentiranno parte integrante del corpo sociale e non più meteore sperse in un mondo informe.
Si riapproprieranno anche della democrazia partecipata, perché localmente la politica e la gestione pubblica sono più vicine, condivise e riconosciute dal cittadino, e lavorano per dare risposte concrete.
Ritrovare la bellezza dei colori della natura e dei paesaggi urbani e naturali che circondano i nostri Comuni, migliorerà la vita di tutti e di ognuno, i rapporti tra generazioni e di vicinanza.

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