Basilicata: Terranova del Pollino Città custode dell’arte della Zampogna e Regno del Pino Loricato


Terranova di Pollino è situato nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, sul suo versante Lucano, della Provincia di Potenza (PZ), in Basilicata, al limite Sud del relativo confine con la Provincia di Cosenza (Calabria).

Distando ben 154 km da Potenza, è il Comune italiano più lontano dal capoluogo della propria Provincia.

Proseguendo per la Statale 92, dell’Appennino Meridionale, la Strada scende verso Sud a valicare il Fiume Sarmento, affluente sinistro del Fiume Sinni, pi subito dopo il ponte si dirama, a sinistra, la Statale 481, della Valle del Ferro, mentre, continuando a percorrere la Statale 92  che corre a breve distanza dalla riva del Sarmento, s’incontra una strada a destra per San Costantino Albanese, e dopo un bel tratto dopo il bivio, si varca il Fiume Sarmento e, in continua salita, passando sotto l’alta parete del Monte Carnara, si arriva a Terranova di Pollino, situata alle falde del Monte Calvario e con vista sullo sfondo del grandioso Massiccio del Pollino.

TERRANOVA DI POLLINO

Regione: Basilicata

Provincia: Potenza PZ

Altitudine: 926 m s.l.m.

Superficie: 113,07 km²

Abitanti: 1.129

Abitanti per km²: 9.98

Nome abitanti: Terranovesi

Patrono: San Francesco di Paola (2 aprile)

Diocesi: Tursi – Lagonegro

www.comune.terranovadipollino.pz.it

www.facebook.com/pages/category/Organization/Pro-loco-Terranova-di-Pollino

parcopollino.gov.it

www.basilicataturistica.it/territori/terranova-di-pollino

GENIUS LOCI

(Spirito del Luogo – Identità materiale e immateriale)

L’appellativo di Pollino ne designa la caratteristica di piccolo paese accoccolato, protetto, incastonato tra i monti del Pollino, appartato, adagiato su una balconata ai piedi di un monte, affacciato su una vallata, raccolto in una conca in paesaggi ricoperti da boschi.

In un territorio ricco di acque, fonti, torrenti, fiumara dove sorgevano i mulini; ricco di memorie geologiche e naturali.

Il paese legato alla cultura contadina e pastorale, vive in simbiosi con i suoi alberi, in alta quota i pini loricati, più in basso i faggi e gli abeti con cui la città custode dell’arte della zampogna ne fa artigianato e poi con i riti arborei, tra sacro e profano, li onora portandoli in processione fin nel paese per offrirli al Santo.

Immerso in paesaggi mozzafiato, ora del verde dei boschi d’estate, ora bianchi di neve nel freddo inverno, il paese è una macchia di colore dalle costruzioni omogenee in un susseguirsi di tetti con e tegole rosse da cui emerge solo il piccolo campanile, percorso da scalinate che si alternano ad antichi vicoli, “le vanelle”, stretti nel silenzio, rotto solo dal suono della campana della Chiesa Patronale, nella tranquillità che si anima nelle feste, al suono delle zampogne e delle ciaramelle. 

Comune dimenticato e dimentico della sua memoria lontana del passato feudale.

ORIGINE del NOME

(Toponomastica)

Si è denominata Terranova, cioè «terra di recente messa a coltura o di recente insediamento» in quanto nacque durante la Signoria Pignatelli alla quale nel 1553 il Feudo di Noja venne venduto, e vi rimase legata fino alla fine della feudalità nel 1860; avendo i Pignatelli, deciso di favorire l’insediamento di Coloni nei loro vasti possedimenti, per incrementare l’economia del Feudo, Terranovella, cioè terra di recente insediamento, fu la punta avanzata della loro colonizzazione agricola.

Poi con Regio Decreto del 26 marzo 1863 divenne autonoma, aggiungendo la specificazione geografica di Pollino, anche se, talvolta, in alcune documentazioni del passato ha continuato a figurare anche come Terranova di Noja.

TERRITORIO

(Topografia e Urbanistica)

L’abitato di Terranova di Pollino si sviluppa prevalentemente tra gli 800 ed i 1.000 m s.l.m., alle falde del monte Calvario, nella parte più alta del Sarmento, fiume a regime torrentizio e maggiore affluente del Sinni, uno dei 4 più grandi corsi d’acqua che percorrono la Basilicata, fino a sfociare nel Mar Ionio, quasi parallelamente l’uno all’altro, a partire dal Bradano che segna, a grandi linee, il confine tra la Basilicata e la Puglia.

Il Comune comprende nel suo territorio diverse frazioni: Casa Del Conte, Destra Delle Donne, San Migalio, Vena Della Ricotta.

La costruzione, negli anni 1980, della Strada Statale Sinnica ne ha consentito un più immediato collegamento alla Strada statale 106 Jonica, da un versante, ed alla parte più settentrionale della Provincia di Potenza al Tirreno, dall’altro. 

Più difficoltosi restano i collegamenti con la Provincia di Cosenza in Calabria, anche a causa della barriera naturale costituita dal Massiccio del Pollino, le creste delle cui cime più elevate fanno da spartiacque tra le 2 Regioni, definendone il confine geografico.

Terranova occupa una sua posizione privilegiata rispetto a tutti gli itinerari escursionistici diretti al cuore del Parco Nazionale del Pollino. Non appena lasciato il centro urbano, la strada che si inerpica attorno ai 1.000 metri verso la località di Casa del Conte offre quasi subito scenari mozzafiato.

Superando, infatti, l’antico sbarramento sull’attuale corso del Sarmento nel quale in tempi geologici, per cause naturali, si procurò quella fenditura nella roccia calcarea che costituisce la Gola denominata la Garavina (attraverso la quale defluirono le acque del piccolo Lago Glaciale, il cui fondo è oggi occupato dalle Casette della Contrada detta Paraturo, parte della frazione di Casa del Conte), si può ammirare questo spettacolo naturale che non è che il primo assaggio degli scenari offerti dai luoghi più reconditi del Parco.

Sul vicino Monte della Catona, si trovano ruderi di un Ospizio Basiliano.

Il fondo Valle del Canale Duglia, si vede sbarrato dalla mole del Pollino, le cui vette maggiori sorgono a Sud-Ovest.

ITINERARI e LUOGHI

(Culturali, Turistici, Storici, Archeologici, Naturali)

Chiesa Parrocchiale di SAN FRANCESCO DA PAOLA: costruita nel 1500 e restaurata nel 1930, conserva della Chiesa originaria, la Porta principale in legno di Pino Loricato (albero tipico presente sul Pollino) ed ornamenti marmorei. 

All’INTERNO, a 3 navate, vi è una Pala d’Altare del 1600, raffigurante la Madonna del Rosario circondata da 15 pannelli, ed un Affresco raffigurante l’Ultima Cena.

Cappella della Madonna delle Grazie, risalente al 1500 al cui interno, è conservata una tela del 1500 raffigurante la Madonna delle Grazie. 

Nelle 2 nicchie laterali e nel Presbiterio, vi sono altri dipinti raffiguranti San Leonardo, San Vito e San Biagio.

Santuario della Madonna della Pietà, sito nell’omonima località, al cui interno vi sono alcuni Affreschi risalenti al 1500 ed una Statua lignea della Madonna; nella seconda domenica di settembre vi ha luogo la festa.

Cappella di Sant’Antonio, risalente alla fine del 1500, è ciò che resta di un antico Convento di cui restano solo pochi ruderi; al fianco della Chiesa vi è un piccolo Campanile con 2 Campane Cinquecentesche.

Palazzi di interesse storico, tra cui Palazzo Virgallita e Palazzo Rusciani, risalente al 1893 e con una caratteristica Scalinata interna.

Ruderi dei Molini ad Acqua

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Luoghi di interesse Naturalistico

Grande importanza hanno nel Territorio Comunale, si trovano diversi luoghi naturali, tutti parte del Parco Nazionale del Pollino, e tra questi i più rilevanti sono:

Timpa Falconara, imponente parete rocciosa che domina il paesaggio della Valle, dove si notano i segni delle forze naturali, che hanno lasciato incise delle fratture o faglie, a testimonianza che le masse rocciose adiacenti si sono allontanate in direzioni opposte.

Timpa di Pietrasasso, sperone alto oltre 50 metri di roccia ofiolitica [dal gr. ὄϕις “serpente” e λίϑος “pietra” – costituiscono un gruppo di rocce eruttive molto caratteristiche, di colore verde se meno alterate, rosse se di più per la presenza di ossidi di ferro e così denominate per l’aspetto simile alla pelle di serpente].

Lago Duglia, sul versante Settentrionale della Serra di Crispo, ormai ridotto a piccole dimensioni, per effetto di un prosciugamento continuo negli anni.

Gola della Garavina, profonda fenditura, sul cui fondo scorre il Fiume Sarmento, nella parte a monte dell’abitato; il letto del torrente, superato il paese, si apre invece in un’ampia Fiumara [Fiumara è un termine con il quale, specialmente nell’Italia meridionale, si definiscono corsi d’acqua (in genere torrenti, più raramente fiumi) dal corso essenzialmente breve, caratterizzati da un letto assai largo e ciottoloso, impetuosi e copiosi di acque durante l’inverno e l’autunno e da una scarsissima portata d’acqua nonché da relativo moto placido per il resto dell’anno].

Lago Fondo, situato alle pendici della Serra di Crispo.

Catusa, freschissima e copiosa sorgente; nella medesima Contrada si trova anche la Grotta dei Briganti, sulle pareti della quale, sono incisi i nomi di coloro che vi si rifugiarono.

Timpe delle Murge, rocce basaltiche [il basalto è una roccia effusiva di origine vulcanica, di colore scuro o nero] formatesi per estrusione di magma nelle profondità marine, sollevate successivamente in quota da profondi movimenti tettonici.

ARTI & MESTIERI

Tra le attività più tradizionali vi sono quelle Artigianali, legate alla cultura contadina e pastorale. 

Queste attività si distinguono per la lavorazione del legno finalizzata sia alla produzione di mobili sia di oggetti casalinghi, oltreché per l’intaglio a fini artistici.

Gli Strumenti Musicali tutti antichi e popolari, legati alla tradizione agropastorale sono ancora usati dagli abitanti di  Terranova, e tra questi Terranova di Pollino spicca per essere Città Custode dell’ARTE DELLA ZAMPOGNA.

Le Zampogne della Basilicata usano ance doppie come nella «Surdulina» tipica di Basilicata e nord Calabria (soprattutto nei paesi di origine Arbereshe).

Esiste una grande varietà nella lunghezza dei diversi tipi di Zampogne: nell’Italia Meridionale l’unità di misura utilizzata per indicare la lunghezza della Zampogna è il “palmo”.

In Basilicata la Zampogna si chiama: zambugnë, zambognë, i suoni o i suoni a chiave mentre tra le Comunità Albanesi della Regione: karramunxa, qavina e tercarolla.

La Zampogna, è uno strumento solista, antico strumento musicale in uso ancora oggi nell’Italia Centrale e Meridionale.

È un Aerofono a sacco dotato di 4-5 Canne che vengono inserite in un ceppo dove viene legato l’Otre. 

Solo 2 canne sono strumento di canto mentre le altre fanno da bordone (suonano una nota fissa). 

Le canne terminano con delle ance che possono essere singole o doppie, tradizionalmente realizzate in canna (recentemente anche in plastica).

La sacca di accumulo dell’aria (otre) è realizzata con una intera pelle di capra o di pecora (utricolo) (oggi anche da altri materiali o da una camera d’aria di gomma), nella quale il suonatore immette aria attraverso un insufflatore (cannetta o soffietto). 

L’aria mette in vibrazione le ance innestate sulle due canne melodiche, quella destra per la melodia, quella sinistra per l’accompagnamento, e sui bordoni detti basso e scantillo.

Una zampogna ad ancia doppia composta da 4 canne tutte diseguali con otre in pelle di capra. 

Viene denominata a chiave poiché la canna “sinistra” ha un “coperchio” che copre la chiave di metallo con cui si chiude l’ultimo foro di forma conica della canna sinistra. 

La campana è di tipo semiaperto e con il suo scorrimento si può variare l’intonazione del bordone.

La canna destra si chiama destra o canto o maschio, la sinistra manca o mancina o femmina, il bordone maggiore trumm o trombo mentre il bordone minore shcandillë o fischio. 

La campana del bordone si chiama caziett o calza. 

Sulla zampogna sono presenti fori digitali (4 sulla canna sinistra 5 sulla canna destra) e di accordatura (nella campana e sul coperchio)

Una zampogna ad ancia doppia composta da 4 canne tutte diseguali con otre in pelle di capra. 

Viene denominata a chiave poiché la canna “sinistra” ha un “coperchio” che copre la chiave di metallo con cui si chiude l’ultimo foro di forma conica della canna sinistra. 

La Campana è di tipo semiaperto e con il suo scorrimento si può variare l’intonazione del bordone.

Le Canne: destra si chiama destra o canto o maschio, la sinistra manca o mancina o femmina, il bordone maggiore trumm o trombo mentre il bordone minore shcandillë o fischio

La campana del bordone si chiama caziett o calza. 

Sulla Zampogna sono presenti fori digitali (4 sulla canna sinistra 5 sulla canna destra) e di accordatura (nella campana e sul coperchio)

La SURDULINA Calabro-Lucana (Calabria e Basilicata) è una Zampogna ad ancia semplice diffusa nel Pollino; meno diffusa di quella a chiave, a causa di un suono percepito “arcaico”. 

Ha 2 canne e 2 bordoni, la campana non ha l’incavo del padiglione. Ogni canna ha 4 fori digitali, la canna destra ha anche un foro di intonazione. 

È l’unica zampogna italiana ha poter suonare staccate e pause a causa della zeppatura della canna sinistra. 

Ha la stessa nomenclatura della zampogna a chiave.

La CIARAMELLA o PIPITA, strumento musicale popolare aerofono della famiglia degli oboi con ancia doppia, cameratura conica e senza chiavi. 

Il termine Ciaramella, deriva dal diminutivo tardo latino Calamellus, al femminile Calamilla e Calamella, derivante a sua volta dalla parola latina Calamus e greca kàlamos, cioè “canna”. 

Nei vari dialetti italiani prende i nomi di: ciaramedda, cornetta, totarella, trombetta, bìfara, pipìta; in còrso prende il nome di cialamella, cialamedda o cialumbella.

La doppia ancia, assai lunga, viene tenuta fra le labbra; il foro del fuso è conico e la campana terminale è ampiamente svasata. 

Raramente è suonata come strumento solista e generalmente si suona assieme alla zampogna. 

Si usa anche l’accostamento alla zampogna di 2 ciaramelle, suonate o da una coppia di suonatori o contemporaneamente dallo stesso suonatore (ciaramella doppia); quest’ultimo utilizzo è tipico dell’Area Lucana.

Altro strumento tipico, la CUPA-CUPA (con varie varianti locali chiamate cupo cupo, putipù, bufù o cubba cubba), ne esiste anche la variante al maschile, il Cupa Cupa, è uno strumento musicale popolare tipico dell’Italia Meridionale dal nome di chiara definizione onomatopeica, costituito da un recipiente, di solito in terracotta, coperto da una stoffa o membrana e una canna lunga e sottile

La canna viene legata al centro della membrana che la avvolge in punta ed è tenuta ferma da uno spaghetto. 

La membrana, a seconda della zona in cui lo strumento si trova, può essere realizzata in vari materiali, quali pelle di capretto o capra. 

Il suono viene prodotto strofinando la mano sulla canna, e mettendo così in vibrazione la membrana tesa.

Per suonare lo strumento, la membrana o stoffa si inumidisce con acqua e si strofina sulla canna la mano bagnata chiusa a pugno. Nel modo in cui la mano viene chiusa risiede la possibilità di produrre un suono altrimenti molto difficile a generarsi; per non considerare le escrescenze coriacee della canna, in corrispondenza degli anelli di accrescimento, che tendevano a ferire il suonatore: il quale infatti era costretto a pause continue, per raffreddare il palmo della mano, da cui in realtà si innescava il suono. 

Infatti, i suonatori più abili non chiudevano la mano a pugno, ma facevano scivolare il palmo, che, spesso, ostentavano completamente aperto, su e giù per la canna, a dimostrare la loro perizia, misurata, tra l’altro, dal numero di cannucce che si spezzavano durante l’esibizione: più cannucce si spezzavano, meno esperto era il suonatore.

Chissà che l’espressione «spezzacannucce», che nel vissuto popolare significa “incapace”, non venga proprio dalla pratica del «Cupa Cupa».

La sua area di diffusione e d’utilizzo va dall’Abruzzo e dal Molise fino alla Calabria ed anche in Basilicata la Cupa Cupa è uno strumento largamente diffuso. 

Il Cupa Cupa produce sempre e comunque lo stesso suono, quello del nome, per cui, è di particolare importanza l’abilità del suonatore, che da quell’unica nota deve ricavare le varianze dell’accompagnamento, al punto che, nel corso della “serenata” o dello strambotto, comunque dell’esibizione, si stabilisce una sorta di identità tra lo strumento ed il suo suonatore, chiamato «Cupiello». 

«Sona Cupiello, scinni patrona, scinni lu salzizzo, u cielo è nuvolo e chiova a stizza a stizza»: un invito, nelle fredde serate invernali, a “scendere” dalla pertica cui era appesa a stagionare l’ottima salsiccia lucana, invito fatto, dal suonatore, alla “Patrona”, cioè la padrona della casa cui si “porta la serenata”, la padrona che una volta gestiva le Masserizie, secondo un costume matriarcale diffuso in Lucania.

Ad ogni modo, parlando della Lucania, come improvvisate sono le esibizioni che lo strumento accompagna, altrettanto improvvisato è lo strumento, in quanto, il Cupa Cupa non è come una chitarra, da tenere appesa al chiodo come il fucile da tirar fuori alla bisogna. 

Il Cupa Cupa si costruisce per l’occasione ed è tanto più grande e chiassoso o melodico, quanto lo è la temperie spirituale che pervade il suo costruttore, che poi è anche il suo suonatore. 

Strumento e allo stesso tempo simbolo, come la cannuccia di Avena suonata da Titiro delle Bucoliche «silvestrem tenui Musam meditaris avena», però il Cupa Cupa, faceva più rumore e forse più allegria. 

A festa finita, anche il Cupa Cupa è finito, nella speranza di poterne poi costruire un altro, a simbolo della continuità della vita.

Lo Scrittore e Pittore Torinese Carlo Levi, condannato al confino nel paese lucano di Aliano per la sua attività giornalistica contro il fascismo, cita la Cupa Cupa nel suo romanzo «Cristo si è fermato a Eboli»; narrando i preparativi per il Natale nel paese di Aliano:

«[…] i ragazzi, correndo a frotte, lanciavano nell’aria nera i primi rauchi suoni dei cupi cupi.

Il cupo cupo è uno strumento rudimentale, fatto di una pentola o di una scatola di latta, con l’apertura superiore chiusa da una pelle tesa come un tamburo. in mezzo alla pelle è infisso un bastoncello di legno. Soffregando con la mano destra, in su e in giù, il bastone, si ottiene un suono basso, tremolante, oscuro, come un monotono brontolio.

Tutti i ragazzi, nella quindicina che precede il Natale, si costruivano un cupo cupo, e andavano, in gruppi, cantando su quell’unica nota di accompagnamento, delle specie di nenie, su un solo motivo.»

La Fisarmonica Diatonica, colloquialmente detta ORGANETTO, è uno strumento a mantice che può essere definito il padre della fisarmonica, essendole precedente. 

È fornita di bottoni e suona contemporaneamente la melodia e l’accompagnamento.

Diffuso in tutto il mondo, in particolar modo usato nelle tradizioni popolari.

In Italia, l’Organetto è lo strumento protagonista nelle numerose rassegne dove i musicisti di ogni età si esibiscono e si sfidano in piazza con brani virtuosi e melodici di musica moderna o popolare, riscuotendo sempre approvazione da parte di un pubblico differenziato. 

Inoltre, lo strumento trova quasi sempre impiego nelle numerosissime orchestre da ballo, attraverso un repertorio virtuoso e popolare. 

Nel Sud è diffuso in Abruzzo, in Molise, nonché in Lucania, Puglia e Calabria (dove questa fisarmonica viene usata per l’esecuzione di pizziche e tarantelle). 

ITINERARI DEL GUSTO – PRODOTTI DEL BORGO

(In questa sezione sono riportate le notizie riguardanti prodotti agroalimentari e prodotti tipici)

A Terranova di Pollino nella Val Sarmento, nel regno della Biodiversità, dove è ancora molto stretta l’alleanza tra agricoltura e paesaggio rurale, nel cuore del Parco Nazionale  del Pollino, i campi sono coltivati a Grano Carosella, un grano antico.

La Patata Rossa di Terranova del Pollino, così chiamata dalla caratteristica buccia rossa, è un prodotto agroalimentare tradizionale della Basilicata, la cui area di produzione in cui viene maggiormente prodotta sono il Comune di Terranova ed i Comuni della Val Sarmento; materia prima diventata tipica della sua terra di appartenenza, è, infatti, un’antica varietà di patata rossa chiamata anche, dagli abitanti del posto, “patata russa” che il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha inserito nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Basilicata (PAT).

La patata rossa di Terranova si adatta a molti tipi di preparazione in quanto le sue caratteristiche sono: molto saporita, pasta asciutta e leggermente gialla.

È davvero molto facile da coltivare, per poterla produrre, infatti, non necessita avere particolari attrezzature agricole, basterà dotarsi di: un terreno morbido, senza sassolini o detriti che potrebbero ostacolarne la crescita.

Gli abitanti dei Comuni in cui la patata rossa di Terranova del Pollino viene prodotta, raccomandano di seminarla e raccoglierla a mano.

La coltivazione è adatta a chiunque, infatti, per coltivarla si usano le tradizionali tecniche di coltura e per il luogo ideale di produzione si sceglie la collina, seminando in terreni situati all’incirca a 700/800 metri sul livello del mare.

Il periodo ideale per seminarla è compreso tra Aprile e Maggio.

I luoghi ideali dove conservarla devono essere freschi ed asciutti, infatti, si usava, tradizionalmente, conservarle sotto il letto o al buio, durante la Festa della Santo del paese.

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ITINERARI DEL GUSTO – CUCINA DEL BORGO

Cucina secolare sapori di un tempo, pasta fatta in casa Ferrazzuoli ricotta di capra, prosciutti locali, peperoni cruschi, formaggio caprino, capocollo, soppressata. 

Farina di Carosella del Pollino è ottenuta dalla macinazione di un’antica varietà di grano tenero il «Triticum aestivum». 

Il suo nome che in dialetto diventa «Carusedda» deriva da «Grano Tosello» (senza testa tosato o caruso). 

La cariosside presenta una particolarissima solcatura che la contraddistingue dagli altri grani, l’involucro esterno può essere di colore bianco o rosso dando luogo a 2 diversi ecotipi «Carosella Rossa» e “bianca”. 

La farina di Carosella può essere utilizzata per la preparazione di dolci, pizze, pasta e pane.

STORIA

Le origini di Terranova di Pollino risalgono al 1500, quando fu fondata come Feudo dello Stato di Noja (l’attuale Noepoli) [Noepoli (Noja fino al 1863) è un comune di 840 abitanti della provincia di Potenza, in Basilicata, le cui origini risalirebbero all’800-700 a.C., quando si formò un abitato Enotrio o Lucano con annessa Necropoli.

La più antica traccia del centro è un documento del 1133, dell’epoca in cui il Feudo della cittadina apparteneva alla Contea di Chiaromonte, di proprietà della famiglia Sanseverino.

Dopo essere stata infeudata anche da Roberto il Guiscardo, nel 1400, Noja divenne un centro strategico all’interno della Valle del Sarmento. 

Nel 1553, Noja fu venduta alla famiglia Pignatelli e durante la Signoria, vennero annessi a Noja i Casali di San Costantino, Casalnuovo, Terranovella di Noja (l’attuale Terranova di Pollino) e San Giorgio] 

Fece parte del Feudo dello Stato di Noja, sino alla fine della feudalità nel 1860 decretata da Napoleone, e dal quale prese il nome di Terranovella di Noja che mantenne fino al 1800, quando fu mutato nel nome attuale. 

I Pignatelli, Principi di Noja, decisero di favorire l’insediamento di Coloni nei loro vasti possedimenti, per incrementare l’economia del Feudo, e così Terranovella, cioè terra di recente insediamento, fu la punta avanzata della loro colonizzazione agricola.

TRADIZIONI – EVENTI – FOLKLORE

(Con il termine «Folklore» si intende l’insieme degli usi, abitudini, tradizioni, comportamenti, linguaggi di un popolo; insomma gli aspetti più caratteristici e suggestivi della vita di una Comunità)

Uccisione del Maiale, avviene tra dicembre e gennaio, e si accompagna ad una festa a sfondo familiare con offerte delle carni a parenti e amici

Le Danze, la tipica Pastorale e la Tarantella, largamente diffuse ed effettuate a quasi tutte le ricorrenze

Il periodo di Carnevale, dove viene tutt’ora mantenuta la tradizione della «Frassa»: secondo questa usanza in quei giorni dell’anno molti giovani del paese, mascherati ed organizzati con caratteristici strumenti musicali – organetto, zampogne, cupa-cupa – si recano nelle case dei concittadini, effettuando rappresentazioni improvvisi di canti e balli tradizionali; successivamente si passa ad intrattenimenti a base di buona musica, canti popolari e pietanze nostrane con banchetti improvvisati di salsicce, prosciutto, pane di casa e vino di produzione Terranovese.

A Pit’ di Terranova di Pollino è uno degli 8 riti arborei lucani che da secoli si rinnovano tra il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e il Parco Nazionale del Pollino, tra sacro e profano.

A differenza degli altri, quello di Terranova di Pollino non celebra il “matrimonio tra gli alberi”, pur restando fedele al copione nella fase del taglio dell’albero nei giorni che precedono la festa.

Questo straordinario rituale ancestrale coincide con la Festa di Sant’Antonio da Padova, il 13 giugno, giorno in cui si procede all’innalzamento e alla Scalata dell’Abete, in dialetto “a pit’”, e culmina proprio con la processione in onore del Santo.

Nei giorni precedenti l’albero viene tagliato, in località Cugno dell’Acero, trainato dalla montagna fino al paese con buoi, e lungo il corso principale viene trainato a braccia. 

Il trasporto è accompagnato da balli, danze e canti popolari. 

La mattina della festa viene allestito l’albero della cuccagna, al quale vengono appesi prosciutti, salumi e formaggi ed ha luogo la competizione. Vince chi è più abile a salire sulla cima dell’abete.

La Festa della Madonna della Pietà: si tiene nella seconda domenica di settembre, con fiera e benedizione del bestiame il giorno precedente. 

La statua della Madonna viene trasferita dal Santuario al paese in processione a cui partecipano donne con la tradizionale offerta dei cinti, tronetti in legno rivestiti di ceri e spighe di grano.

Festa della Madonna del Carmine, con decorrenza 15 e 16 luglio

Festa di San Rocco e San Donato, in data 16 agosto

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SANTO PATRONO

FRANCESCO DA PAOLA (Paola, 27 marzo 1416 – Tours, 2 aprile 1507) è stato un Religioso italiano, proclamato Santo da Papa Leone X il 1 maggio 1519

Eremita, ha fondato l’Ordine dei Minimi.

Francesco nacque a Paola, in Calabria Citeriore (oggi in provincia di Cosenza), il 27 marzo 1416 da Giacomo Martolilla e Vienna da Fuscaldo.

La famiglia di Giacomo proveniva da Cosenza, e ancora prima originaria di Messina.

Il nome venne dato al bambino in onore a San Francesco d’Assisi, per l’intercessione del quale i 2 coniugi chiesero la Grazia di un figlio, pur trovandosi già in età avanzata.

Alcuni anni dopo nacque anche una seconda figlia, Brigida.

Da bambino, Francesco contrasse una forma grave d’infezione ad un occhio, tanto che i genitori si rivolsero nuovamente all’intercessione del Santo d’Assisi. Fecero quindi voto che, in caso di guarigione, il piccolo avrebbe indossato per un anno intero l’abito dell’Ordine Francescano; e la malattia si risolse senza quasi lasciare traccia.

Fin da piccolo, Francesco fu particolarmente attratto dalla pratica religiosa, denotando umiltà e docilità all’obbedienza.

All’età di 13 anni narrò della visione di un Frate Francescano che gli ricordava il voto fatto dai genitori.

Accolto nel Convento Francescano di San Marco Argentano, vi rimase per un anno, adempiendo alla promessa dei genitori. 

Il tempo trascorso nella Comunità, evidenziò le attitudini mistiche del giovane, compresi quei fenomeni soprannaturali che accompagneranno tutta la sua vita, aumentandone la fama in vita ed il culto dopo la morte. 

Durante quest’anno di dedizione al Convento, il piccolo Francesco si adoperò nell’osservanza regolare e nello sbrigare le mansioni umili della casa, e praticava già molti digiuni e astinenze. 

Concluso l’anno, i Frati avrebbero voluto trattenerlo con loro, ma Francesco conservava il desiderio di conoscere anche altre modalità di Vita Consacrata prima di fare la sua scelta.

Nel 1430 svolse, con la famiglia, un lungo pellegrinaggio che, avendo Assisi come meta principale, coinvolse alcuni dei principali centri della Spiritualità Cattolica Italiana: Loreto, Roma e Montecassino, toccando anche i Romitori del Monte Luco.

Rientrato a Paola, iniziò un periodo di Vita Eremitica, utilizzando un luogo impervio compreso nelle proprietà della famiglia e suscitando lo stupore dei Paolani. 

Nel 1435, altri si associarono alla sua esperienza, riconoscendolo come Guida Spirituale. 

Con i suoi, costruì una Cappella e 3 dormitori, dando di fatto inizio all’esperienza, tutt’ora in corso, dell’Ordine dei Minimi

Alle prime adesioni, se ne aggiunsero molte altre, tanto che il 31 agosto 1452 il nuovo Arcivescovo di Cosenza, concesse l’approvazione Diocesana, atto che comportava la facoltà di istituire un Oratorio, un Monastero ed una Chiesa

E proprio l’edificazione del nuovo Monastero fu l’occasione che i concittadini di Francesco utilizzarono per attestargli la loro profonda stima: persino i Nobili Paolani fecero da operai per affrettarne la costruzione. 

La fama di Santità di Francesco si diffuse rapidamente, tanto che, nel 1467, Papa Paolo II inviò a Paola un suo Emissario per avere notizie sull’Eremita Calabrese che rientrato a Roma, presentò un rapporto positivo sulla vita di preghiera ed austerità che pervadeva il Monastero; talmente ne fu rimasto colpito da aggregarsi anche lui alla Comunità dei Minimi, prendendo il nome di Baldassarre da Spigno.

Il 4 luglio 1467, 4 Cardinali firmarono la lettera che concedeva l’indulgenza a coloro che avrebbero contribuito alla costruzione della Chiesa del Monastero di Paola, nonché a coloro che l’avrebbero visitata

Nel 1470 ebbe inizio il procedimento Giuridico-Canonico per l’approvazione definitiva del nuovo Ordine di Eremiti. 

Il 17 maggio 1474, Papa Sisto IV riconosceva ufficialmente il nuovo Ordine con la denominazione: «Congregazione Eremitica Paolana di San Francesco d’Assisi». 

Il riconoscimento della Regola di estrema austerità venne invece con Papa Alessandro VI, in concomitanza col mutamento del nome in quello, ancora attuale, di «Ordine dei Minimi». 

Il Regno di Napoli, al tempo. era in quel periodo retto dagli Aragonesi, anche se localmente il potere effettivo veniva retto dalle Famiglie Nobiliari secondo quello che era il Sistema Feudale

Naturalmente le condizioni di vita non erano facili per la maggioranza della popolazione, che occupava il livello sociale più basso. 

Fra i Fenomeni Soprannaturali attribuiti a Francesco vi è quello della guarigione di un ragazzo affetto da un’incurabile piaga ad un braccio, sanata con delle banali erbe comuni; lo Sgorgare Miracoloso dell’Acqua della “Cucchiarella”, che Francesco fece scaturire colpendo con il bastone una roccia presso il Convento di Paola, che ancora è meta di pellegrinaggi; le “pietre del miracolo” che restarono in bilico mentre minacciavano di cadere sul Convento.

A Napoli davanti al Re che voleva tentarlo con un vassoio pieno di monete d’oro, offerte per la costruzione di un Convento, San Francesco rifiuta: prende una moneta, la spezza e ne fa uscire sangue; il sangue che ne uscì rappresentava quello dei sudditi, del popolo che subiva i potenti.

Il Miracolo più famoso è, certamente, quello noto come l’attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci, che ha contribuito a determinarne la nomina a Patrono della Gente di Mare d’Italia

Altro Carisma attribuito al Santo Eremita, fu la Profezia, come quando previde che la Città di Otranto sarebbe caduta in mano ai Turchi nel 1480 e riconquistata dal Re di Napoli. 

La notizia delle sue Doti di Santità e Taumaturgia raggiunse anche la Francia, tramite i Mercanti Napoletani, arrivando nel 1482 al Re Luigi XI il quale, ammalatosi gravemente, lo mandò a chiamare chiedendogli di visitarlo. 

Francesco era molto restio all’idea di lasciare la sua gente bisognosa, tanto da indurre il sovrano francese a inviare un’ambasceria presso Papa Sisto IV affinché ordinasse a Francesco di recarsi presso di lui. 

Ci vollero alcuni mesi però per convincere Francesco, che aveva quasi 67 anni, a lasciare la sua terra per attraversare le Alpi, e ad abbandonare il suo stile di vita austero per passare a vivere in un Palazzo Reale. 

Il 2 febbraio 1483, lasciò la Calabria alla volta della Francia.

Al suo arrivo presso la Corte, nel Castello di Plessis-lez-Tours, Luigi XI gli s’inginocchiò, e sebbene l’Eremita, non lo guarì dal male, con la sua azione portò a un miglioramento dei rapporti tra la Francia e il Pontefice. 

Francesco visse in Francia 24 anni e seppe farsi apprezzare dal Popolo Semplice come dai Dotti della Sorbona e molti Religiosi Francescani, Benedettini ed Eremiti, affascinati dal suo stile di vita, si aggregarono a lui anche in Francia, contribuendo all’universalizzazione del suo Ordine. 

Questo comportò gradualmente il passaggio da un puro Eremitismo a un vero e proprio Cenobitismo, con la fondazione di un Secondo Ordine per le Suore e un Terzo Ordine per i laici, le cui rispettive Regole furono approvate il 28 luglio 1506, da Papa Giulio II

Il Re Carlo VIII, successore di Luigi XI, stimò molto Francesco e contribuì alla fondazione di 2 Monasteri dell’Ordine dei Minimi, di cui uno sul Colle del Pincio a Roma, oggi Istituto Scolastico, prospicente la Villa Medici, attualmente Sede Culturale dell’Ambasciata di Francia in Italia. 

Nel 1498, alla morte di Carlo VIII, ascese al trono Luigi XII che, benché Francesco chiedesse di tornare in Italia, non lo concesse. 

Il Santo Eremita aveva ormai 82 anni, e da 15 viveva in terra straniera: sarebbe rimasto lì per altri 9 in serena solitudine, fino alla morte che lo colse a Plessis-lez-Tours il 2 aprile 1507, un Venerdì Santo, a ben 91 anni, età più che ragguardevole per l’epoca.

CULTO

Fu Canonizzato il 1 maggio 1519, a soli 12 anni dalla sua morte, durante il Pontificato di Papa Leone X (al quale predisse l’elezione al Soglio Pontificio, quando questi era ancora bambino), evento molto raro per i suoi tempi. 

Il 13 aprile 1562, degli Ugonotti (appellativo dato ai Protestanti Francesi di Confessione Calvinista presenti in Francia tra il 1500 e il 1600; all’inizio, furono comunemente chiamati “Protestanti Francesi”: il nome entrò in uso solo negli anni 1560) forzarono la sua Tomba, trovarono il Corpo Incorrotto e gli diedero fuoco.

A causa dell’incendio sono rimaste pochissime Reliquie, conservate in massima parte nei Conventi dei Minimi, fra cui Palermo, Milazzo e soprattutto nel Santuario di San Francesco da Paola. 

La sua Festa si dovrebbe celebrare il 2 aprile, giorno della sua nascita al Cielo; tuttavia, non potendosi spesso celebrare come Festa Liturgica perché, quasi sempre, ricorre in Quaresima, la si festeggia ogni anno a Paola nell’anniversario della sua Canonizzazione, il 1 maggio, ma essendo la notizia arrivata da Roma a Paola 3 giorni dopo, i festeggiamenti si tengono dall’1 al 4 maggio.

In seguito, Gregorio XVI, il 10 maggio 1839, accogliendo la supplica del Procuratore Generale dell’Ordine, considerato che spesso il 2 aprile ricade nell’àmbito della Settimana Santa, concesse che la Solennità di Francesco da Paola, con la recita dell’Ufficio, sia in perpetuo trasferita alla Seconda Domenica dopo Pasqua.

Urbano VIII, il 23 marzo 1630, lo dichiarò «Patrono del Regno di Sicilia».

Clemente XII, il 6 settembre 1738, confermò questo Patronato, poi il 12 settembre lo nominò e il 18 marzo 1739 lo confermò «Patrono principale del Regno di Napoli», confermando questi Patronati come privilegi perpetui, il 15 luglio 1739.

Pio XII, col Breve «Quod Sanctorum Patronatus», lo proclama «Celeste Patrono dei Marittimi d’Italia». 

Giovanni XXIII, il 22 giugno 1962, lo proclama «Celeste Patrono presso Dio della Calabria».

Nel 1990, L’UNICEF lo proclama «Ambasciatore dei bambini e dei giovani di tutta la Calabria».

Nelle raffigurazioni religiose San Francesco viene rappresentato:

Vestito di un saio, con un bastone in mano e una barba bianca fluente.

Mentre attraversa lo Stretto di Messina sul suo mantello, che funge da scafo e da vela, sostenuta dal suo bastone, in compagnia di un Fraticello.

Vestito di un saio, mentre regge un teschio con una mano e un flagello con l’altra.

Mentre levita sopra una folla di fedeli con accanto il motto «Charitas».

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5 commenti

  1. Descrizione perfetta del mio piccolo paese. Alcune cose sono un pò cambiate nel corso degli anni, non si fa più la fiera del bestiame, in occasione della festa della Madonna della Pietà, e nel periodo di carnevale non si fanno più le serenate in casa degli amici. Io ero piccola quando pure a casa mia, venivano gli amici di mio padre, con organetti,cupa cupa ecc. Dovevano eseguire tre pezzi musicali,poi il padrone di casa, apriva la porta,li faceva entrare e si faceva festa, tra canti,balli e poi si mangiava: salsiccia arrostita con pane di casa e vino 🙂 A proposito di ” patate rosse”:…. sono ottime!!!!!

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    • Pina ti ringrazio dell’apprezzamento per il mio lavoro. So che la Bella Italia da me raccontata, a volte non c’é più, ma il mio lavoro serve anche a questo, a riscoprire e ricordare che l’Italia dimenticata è quella di cui ci dobbiamo riappropriare.
      Soprattutto alla luce di quello che si è scatenato nelle grandi metropoli, bisogna ripensare le cattive scelte fatte e riemigrare nei piccoli Borghi

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      • In questo periodo siamo fortunati noi che viviamo nei piccoli borghi. E’ bello ricordare i momenti e le tradizioni del passato, si ritorna in un tempo in cui era tutto più vero. Il tuo articolo comunque è stato molto apprezzato 🙂

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