Negritudine dei diversi


I fatti di razzismo di questi giorni, dall’uccisione dell’uomo di colore negli Stati Uniti, alle odierne notizie italiane del Ministro per il Sud, On. Provenzano, che nega la sua partecipazione al convegno in cui, su 14 relatori, non c’è una donna, alla scuola “Talete” di Roma che, per comporre una classe di matematica, decide di porre una percentuale del 30% per le ragazze, rispondendo alle polemiche con un ulteriore autogol, dichiarando che la decisione è dovuta all’impossibilità di un test d’ingresso in presenza, che, tra parentesi, dimostra quanto poco abbiano imparato dall’utilità nell’uso dell’online, mi hanno fatto venire in mente una serie di considerazioni sul fatto che il razzismo della nostra società non è solo una questione di colore della pelle o di appartenenza al genere femminile.

Il razzismo è mancanza di rispetto ed accettazione del diverso, cioè di colui o colei che non si adeguando alla “normalità di genere sociale”, e quindi della negazione della libertà e del diritto ad avere una personalità individuale, a favore di un omologazione alle regole sociali dettate da una cultura locale e massificata: ma quali regole, di quale società, la nostra società e la nostra cultura non sono le uniche nel mondo, e questo dovrebbe farci interrogare sulla giustezza o meno delle stesse.

Diversità di genere non è solo femminile, ma anche di appartenenza sessuale, di colore, di razza, di religione, di provenienza geografica, di scelte lavorative, se si è creativi, artisti e uomini di cultura.

Il diverso fa paura, è incontrollabile ed incontenibile, è libero.

Il razzismo è una pandemia senza vaccino, i cui germi nascono e vivono in un brodo di combinato disposto comprendente la famiglia, la comunità in cui essa vive, la scuola e la società.

Il virus razziale ha aree pandemiche maggiori e minori, il Nord più del Sud, il Nord nei confronti del Sud.

Il razzismo parte dal momento in cui un individuo si sente, naturalmente a torto, migliore di un altro o degli altri: così abbiamo una società di narcisisti e maschilisti, di individualisti ed edonisti, che ritengono gli altri poco più di niente.

In Famiglia comincia la semina del razzismo, attraverso il non riconoscimento ed il rispetto dei ruoli: l’uomo non rispetta la donna e il suo lavoro, se la donna sceglie di essere madre e donna di casa, oltre ad essere mal vista dalla società, viene accusata dal marito di non essere in grado di capire la fatica e il senso del lavoro che lui solo conosce impegnato nel mondo del lavoro.

L’uomo pensa di essere l’unico a sacrificarsi e soffrire, lui che porta i soldi a casa, dimenticando che anche la donna e madre, soffre e si sacrifica accettandolo con i suoi nervosismi, porta avanti 9 mesi di gravidanza, sopportando ed accettando tutti i cambiamenti che la natura le impone e le sofferenze del parto, la successiva depressione post partum; dimenticando che stare a casa significa avere carichi di lavoro di accudimento a casa, famiglia, marito e figli, senza orario di lavoro, ferie malattia, senza diritti sindacali. 

Ma l’uomo razzista nei confronti della donna, non è isolato, è appoggiato da una società che la pensa come lui, che obbliga ad un pensiero unico per cui la donna emancipata è la donna che lavora fuori casa, che fa carriera o soffre per farsi spazio in un mondo del lavoro al maschile.

La famiglia, stritolata dalla società, viene costretta a ritmi e regole che non le appartengono, che se non seguite, fanno scattare il razzismo sociale con l’intervento dei servizi sociali e psicologici; soprattutto al Nord, se l’educazione dei figli non risponde all’omologazione di genere cultural-razziale e non si adegua alla vulgata, viene attenzionata e fatta sentire diversa, impaurita, non libera di insegnare la propria educazione culturale identitaria familiare.

I tempi incessanti imposti dalla società del PIL, ha fatto perdere di vista, l’importanza e la centralità degli individui all’interno della famiglia, della società, della scuola; i tempi dell’ascolto, i tempi della cura, i tempi del dialogo.

L’individuo viene additato ed attenzionato se esprime la sua individualità attraverso la creatività, non veste come “si deve”, se non risponde ai canoni stabiliti: ma la società è contraddittoria: se un maschio (grande o piccolo) porta i capelli lunghi, si trucca o mette lo smalto alle unghie, scatena l’attenzione dei servizi sociali e viene ghettizzato, così come se è nero o ebreo; eppure, se si riempie di tatuaggi e piercing o si depila, ai limiti della decenza, è “normale”.

Lo stesso dicasi per le femmine che, già da piccole, sotto l’influsso dell’esempio di madri e sorelle più grandi, decidono di pasticciarsi la faccia o colorarsi le dita, producono uno scompiglio sociale, ancor oggi, in comunità ottuse, ancora presenti in zone del Nord Italia. 

Questi problemi ci introducono al razzismo Scolastico, che si esprime nell’incapacità diffusa di accettare le diversità individuali.

Il luogo in cui le personalità dovrebbero essere riconosciute e coltivate per far crescere individui pensanti e ricchi di autostima, non si produce bio ma in batteria.

Nel paese della Montessori, della chiusura dei manicomi e delle libertà Costituzionali, se un bambino esce dalla “normalità” codificata, se è lento, se eccelle più in una materia che in un’altra, se scrive con la sua grafia, se è creativo e vorrebbe esprimersi con gli strumenti dell’arte, segni della sua personalità, viene dichiarato malato, si è inventata perfino una sindrome specifica chiamata DSA, e deve essere corretto come avviene nei Gulag Sovietici.

E’ razzista questo atteggiamento, perché insiste sull’adeguamento del singolo alla massa, perché l’individualità disturba ed impegna oltre il contratto sindacale, i programmi ministeriali e lo stipendio sempre ritenuto troppo scarso, perché, troppo spesso, non si sceglie il proprio lavoro per passione ma per convenienza, e questo si insegna ai propri discenti.

Il razzismo nella Società parte dalla distorsione capitalistica che vede muovere tutto in virtù dell’efficienza e della produttività che si misura in termini di danaro che rende schiavi dell’ingranaggio: si lavora per guadagnare per spendere, ma non basta mai, perché il sistema perverso del consumismo, è come la montagna da scalare, dove l’apparenza inganna: quando pare di aver raggiunto la cima, è sempre una tappa intermedia.

Il Capitalismo e il suo amico Consumismo, sono perversi e diabolici, con le loro regole illudono di essere individui liberi ed invece si è una massa di schiavi, e chi scende dalla giostra, viene additato come diverso e viene ghettizzato.

Tutto è lavoro, ed è considerato lavoro solo ciò che produce denaro sonante: quindi non comprende il lavoro casalingo, ma anche il volontariato, l’arte e la cultura, dividendo la tipologia del lavoro in serie A e B

Per questo, si è razzisti perché ancora si pensa che il mondo debba essere diviso in lavori di serie A e di serie B, quindi di donne e uomini di serie A e di serie B: l’università nobilita mentre il lavoro manuale, anche specializzato, che ne faccia a meno, è svalutato; l’arte e l’artigianato, svolto da donne o uomini, non è considerato un vero lavoro, anche se prevede, più fatica, coraggio e senso di sacrificio, di qualsiasi altro lavoro; le donne sono nobilitate dal lavoro fuori casa,anche se poi non considerate come dovrebbero, ma se decidono di rimanere a lavorare a casa, sono svalutate doppiamente.

Parità è inclusione, Razzismo è rimozione del diverso, ma la diversità è ricchezza, è arricchimento alla vita del corpo sociale, che si chiama corpo, proprio perché, come il corpo umano è formato da una miriade di componenti diversi, dalle cellule agli arti, che, ognuno con una loro specificità, nella parità assoluta d’importanza, lavorano assieme all’unisono, per dare al corpo la Vita.

Informazioni su Giuseppe Cocco Borzone de Signorio Sabelli

Nato a Roma nel 1957, m° Fotografo Documentarista Geografico dal 1977, Artista digitale online, narro con le mie Visoni Artistiche, Viaggi nell'Italia minore con la M maiuscola, grande giardino emozionale diffuso

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