Il consumismo è come la gramigna


L’economia di mercato risorge dalle ceneri come la fenice, idra a sette teste.

La pandemia miete vittime in quantità, e mentre lo fa trascina con sé anche tanti lavoratori, ma al contempo richiede di spendere per “adattarsi” alle nuove regole di convivenza.

E non parlo di mascherine, saponi o disinfettanti, ma, per esempio, dell’inutile apparato chiesto ai bambini per tornare a scuola; magari si discute sull’uso delle mascherine, ma si rende obbligatorio comprare altro vestiario perché bisogna cambiarsi spesso.

Si riaprono le scuole e le attività commerciali pullulano di consumisti drogati di acquisto compulsivo che serve a dimenticare la precaria condizione umana.

Si rischia la vita perché comunque il fine è guadagnare, spendere per guadagnare per spendere per guadagnare, concetto periodico, senza soluzione di continuità.

Molti sono i positivi al virus del denaro, che porta con sé turbe psichiche di incapacità di adattamento, di rabbia, di frustrazione.

Il rischio zero non esiste, certo, è tra le regole del gioco della vita, ma dov’è finita la consapevolezza, la cura di sé e quella parentale.

Il Day after ci ritrova con i vecchi vizi e poche virtù imposte più che acquisite.

Eppure il mondo intorno a noi è cambiato e ce ne ha dato prova; continua a darcene prova ogni giorno, ma quando lo capiremo, quando cambieremo noi stessi per adeguarci ad una terra che non ci vuole più come ci siamo comportati fino a ieri.

Vogliamo essere fieri di essere additati come diversi, perché ci vogliamo arrogare il diritto ad una vita da “poveri”; il diritto ad essere diversi da una società dell’apparenza, omologante, dell’avere, a scegliere di vivere fuori dalle regole, minimalisti, a scartamento ridotto, felici di essere, felici di risuolare le scarpe.

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