Digitale in presenza, la scuola è sopravvalutata


Oggi che la scuola ricomincia in presenza, auguri a tutti i miei 6 nipoti studenti, ma ho pensando di scrivere delle riflessioni sulla sopravvalutazione della scuola e della vita in presenza. 

La presenza è la malattia del nostro secolo: se non ci sei non esisti.

Ma pl vero maestro non si vede, non si tocca, ma si ascolta. 

Una volta esistevano gli amici di penna, oggi di social.

 

Mi viene in mente mio genero Zeni che dice che il nonno ha una cattiva influenza sulle nipoti che non incontro mai in presenza, pur essendo presente nella loro vita, attraverso i mezzi digitali, essendo loro in Trentino ed io a Roma: la mia nipotina Sara, che oggi si affaccia alla prima media, è cresciuta con lunghe telefonate nelle quali mi ha chiesto, confidato, e perfino chiamato durante le sue prime esperienze di autonomia, lungo i percorsi da casa al supermercato, fino alla lettura dei libri prima di addormentarsi la sera. 

Elsa, 4 anni, invece, ha scelto da subito, la videochiamata.

Ambedue non hanno bisogno nemmeno di parole, infatti, come in presenza, durante le lunghe chiamate, fanno la loro vita, mentre io la mia, ma con la sensazione reale di esserci. 

 

I grandi pensatori, filosofi, scrittori, non hanno bisogno di insegnare in presenza, ci sono i loro scritti che vanno anche oltre la loro vita.

Oggi poi, grazie alla Radio, alla Televisione ed Internet con YouTube, i blog, i canali tematici, gli strumenti per diffondere e condividere sono infiniti ed anche in maniera interattiva.

 

Lo scopo dell’istituzione in presenza, scuola o ufficio, è il controllo, l’imposizione di una gerarchia.

Il pensiero, la creatività hanno bisogno di autonomia ed isolamento, per dare sfogo alla propria personalità.

In un mondo in cui si deve scoprire l’intraprendenza in autonomia, c’è bisogno di una scuola che insegni l’autostima, la curiosità per una formazione continua, ad essere dei novelli Ulisse che sappiano navigare in mari sconosciuti.

Invece il problema della società è il pensare che, finita la scuola, finita la cultura; finita la necessità di apprendere ed esplorare.

Questo è il difetto della scuola; bisogna vivere imparando ed imparare vivendo, a prescindere dalla scuola

Per socializzare, bambini e ragazzi, non hanno bisogno della scuola.

La comunità scolastica dovrebbe servire per orientare, condividere, stimolare alla curiosità.

Gli insegnanti mi ricordano quelli che combattevano il treno, ed invece dovrebbero educare educandosi; oggi poi, internet, televisione e radio, perché no, libri, gli strumenti per acculturarsi, sono infiniti, ma il nuovo ruolo dei docenti dovrebbe essere quello di viverci dentro, per orientare le loro ciurme, come nocchieri, in questo mare magnum.

La verità è che senza la scuola, entrano in crisi d’identità i docenti, che vivono di e per la scuola.

Alla domanda, cosa ti è mancato della scuola, i bambini rispondono, le maestre; risposta empatica, ma il miglior maestro è quello che si fa amare, certo, ma che fa amare la sua materia.

La scuola dovrebbe essere scuola di vita, non parcheggio, né riformatorio, luogo di ri-educazione forzata; invece serve a scatenare dinamiche negative: l’ambizione ad eccellere anche a scapito degli altri, gli altri da invidiare, a cui omologarsi, pena l’essere ghettizzati, additati come diversi.

I “diversi”, coloro che non si adeguano alle regole, ai ritmi e tempi di apprendimento, che avrebbero bisogno di esprimere la propria personalità, sono istituzionalizzati come malati.

Pensare che la malattia mentale è stata ridimensionata nel 1978 grazie al grande Basaglia; che siamo la patria della Montessori, nemo profeta il patria. 

 

La scuola dovrebbe essere simile ad una Comunità Monastica: Ora, Lege et Labora, come i monaci gli studenti dovrebbero imparare a vivere di studio e lavoro, con momenti comunitari settimanali, in cui condividere riflessioni, anche durante il pasto in refettorio, durante il quale, ascoltare un lettore di testi.

Non andare a scuola non significa isolarsi, basta uscire di casa, finalizzando le proprie uscite con gli amici, non solo per rientrare nel divertimento organizzato, stanziale e sedentario, ma organizzandosi il divertimento, allontanandosi da bar e discoteche per navigare alla scoperta del mondo che ci circonda.

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