Pensare per immagini: vivere i luoghi col digitale ma con tempi analogici


Una foto vale più di mille parole?
Dipende dall’immagine e dalle parole.
E se le parole nascessero da una fotografia?
Scriveva Wolfang Goethe nel suo Viaggio in Italia “se mi propongo di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi …”; e Goethe ne scrisse di parole dedicate ai luoghi.

Dopo di lui, che a fine del 1780 poteva solo contare sul fedele taccuino per disegni ed acquarelli, tanti altri saranno grandi letterati e scrittori che la fotografia la praticheranno: dai veristi siciliani Luigi Capuana e Giovanni Verga, o al padre di «Alice nel Paese delle meraviglie» Lewis Carroll.
A loro Contrasto dedica un bel volume che si muove su questo confine, «Un tempo, un luogo. Racconti di fotografia» (pagine 192, € 22,00) un’antologia a cura di Alessandra Mauro, in cui ci sono anche Raymond Carver, Arthur Conan Doyle, Julio Cortázar, Daphne Du Maurier, Antonio Tabucchi, Michel Tournier, Eudora Welty e Virginia Woolf.

Tra gli altri Calvino, amante della fotografia, da cui è affascinato e da cui Alessandra Mauro, parte per il suo racconto.
D’altra parte «proprio la capacità di pensare per immagini – come evidenzia l’autrice – rappresenta uno degli affascinanti percorsi lungo cui Calvino conduce, ricordando quando, ancora prima di imparare a scrivere, le strisce comiche del Corriere dei Piccoli diventavano per lui sequenze visive autosufficienti in grado di costruire il filo di un racconto da capire, da decifrare. Da inventare».

Se volessimo usare la fotografia, lo scatto, l’immagine come ossessioni, paradossalmente, per recuperare tutto ciò che passa davanti agli occhi, l’unico modo d’agire sarebbe scattare almeno una foto al minuto, da quando si aprono gli occhi al mattino a quando si va a dormire, costruendo un fedele diario delle proprie giornate, senza che nulla resti escluso.
Un’ipotesi non molto peregrina, guardando il nostro mondo social e la bulimia delle immagini che lo caratterizza; una realtà, non tanto virtuale, travolta da miliardi di scatti ostentati e condivisi ovunque e con chiunque, al punto che mille immagini non riescono, spesso, a fare una parola e, alla fine, lo specchio fotografico si scopre «vuoto».

Già Roland Barthes con il suo saggio sulla fotografia «La camera chiara», nel 1979 rifletté sulla fotografia, interrogandosi sui suoi effetti narrativi e filosofici.
Roland Barthes (1915-1980) non era un fotografo, neppure un fotografo dilettante, come dice nel testo. Era un critico letterario e semiologo francese che ha sentito la necessità di pubblicare questo libro per condividere le sue riflessioni e considerazioni sulla fotografia.

Il libro è un insieme di 48 pensieri ed annotazioni dell’autore (scritte tra il 15 aprile e il 3 giugno 1979) in cui fa un’analisi della fotografia, con l’intento di capire cosa sia la fotografia in sé.
Nelle sue considerazioni cerca di capire cosa ci sia oltre al “mi piace” o “non mi piace” che si prova di fronte a una fotografia, e arriva ai concetti citati anche da altri autori autorevoli che hanno analizzato la fotografia dal punto di vista filosofico.

Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta e ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente.
Una foto può essere l’oggetto di 3 pratiche, o 3 emozioni od intenzioni: fare, subire, guardare. Nelle quali possiamo distinguere 3 soggetti:
Operator: il fotografo
Spectator: tutti noi che osserviamo la foto
Spectrum: colui o ciò che è fotografato
La fotografia ha permesso a tutti di vedere la realtà senza dover usare uno specchio o la pittura; in precedenza: infatti, il ritratto pittorico di una persona o di un luogo, per quanto somigliante sia, non è pari realisticamente ad una fotografia, sebbene quest’ultimo sia comunque soggetto alla sensibilità e all’interpretazione del fotografo.
La fotografia è l’avvento del soggetto come altro, trasformando il soggetto in oggetto.

Davanti all’obiettivo il soggetto è contemporaneamente: quello che si creda sia, quello che il fotografo crede che sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.
In qualità di spectator, esistono 2 modi di ricevere e leggere un’immagine fotografica:
lo studium: cioè il contenuto della foto, quello che è rappresentato, gli elementi che la compongono: che appartiene all’ordine del Mi piace / Non mi piace.
Di fatto, analizzando l’immagine e le sue funzioni si può ad esempio informare, rappresentare, sorprendere, far significare, allettare.
Ma, in definitiva, lo studium non rappresenta mai il godimento o il dolore nel guardare una foto.
il punctum: è quello che mi “punge”, quello che mi coinvolge davvero della foto che sto guardando; è il particolare che mi colpisce, l’emozione che la fotografia suscita in me.

La fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o stigmatizza, ma quando induce a pensare. La differenza tra fotografia e pittura, sta nel “referente”: Il referente fotografico è il soggetto necessariamente reale che viene posto dinanzi all’obiettivo, senza il quale non vi sarebbe fotografia alcuna.
Ciò che ognuno vede in una foto, innegabilmente, si è trovato in quel determinato momento spazio temporale.
Al contrario, nessun ritratto dipinto, può dimostrare che il suo referente fosse realmente esistito.
Quindi, la certezza è che la fotografia attesta che ciò che vediamo in una foto, è effettivamente stato, esistito; è il reale allo stato passato, che non si può più ripetere e toccare.
La fotografia non dice necessariamente ciò che non è più, ma sicuramente ciò che è stato; l’essenza della fotografia è di ratificare ciò che essa ritrae, in quanto, ogni fotografia certifica la presenza fisica del fotografo come testimone oculare.

Proviamo quindi a vivere i luoghi col digitale ma con tempi analogici, a pensare e vedere per immagini, fra realtà e immaginazione.

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