Addio Bruno Barbey, fotografo Magnum


Bruno Barbey, storico fotografo franco-svizzero dell’Agenzia Magnum, è morto lunedì mattina, 9 novembre, a Roubaix all’età di 79 anni; era nato in Marocco, figlio di un diplomatico francese.

Nel 1968 aveva 27 anni, quando rincorse gli studenti in bicicletta per settimane sui boulevard di Parigi e attorno alla Sorbona occupata, facendo conoscere al mondo, con le sue fotografie, i figli di una società al tramonto, che sfidavano l’autorità costituita.

Barbey nei suoi reportage lo dimostrò con la sola lingua accessibile al suo strumento di espressione: il movimento dei corpi, come quello del mondo in quell’anno dove tutto stava accadendo (qualche mese dopo un altro grande fotografo appartenente alla stessa Agenzia Magnum Photo, Josef Koudelka, avrebbe raccontato la fine dei sogni di Praga).

Barbey era appena tornato a Parigi da un lungo viaggio nell’Asia del sud, dove andò a documentare e raccontare con le immagini la guerra antimperialista in Indocina e le rivolte antiamericane in Giappone.

Si gettò nelle strade e rinunciò per settimane a cambiarsi il soprabito “tanto ormai era intriso dell’odore dei lacrimogeni”.

Di fianco a lui trovò una volta Henri Cartier-Bresson: decisero di procurarsi degli elmetti per ripararsi dai sanpietrini e dalle manganellate; ma presto si accorsero che col casco sugli occhi diventava difficile manovrare le loro Leica, e lo buttarono.

Barbey era entrato in Magnum (di cui sarà anche presidente) solo 2 anni prima, sulla spinta di un’apertura della già famosa agenzia agli sguardi più giovani.

Ragazzino dall’aspetto distinto e un po’ fuori tempo, lavorava già per Vogue, ma era stato avvistato per un lavoro sull’Italia, o meglio sugli italiani, che avrebbe dovuto diventare un volume di una ambiziosa ma abortita serie progettata dall’editore Delpire che uscirà trent’anni dopo, ma da un altro editore.

Barbey adorava l’Italia: e da Vevey in Svizzera, dove studiava alla Ecole des Arts et Métiers, ma da dove partiva volentieri, e molto spesso, verso sud, alla guida della sua Volkswagen, spingendosi ovunque, da Milano a Roma a Napoli.
Amava l’Italia perché la trovava scenografica, teatrale, ideale per la fotografia.
Forse c’era un briciolo di stereotipo in questo, ma certo non era più lo stereotipo delle vedove in nero e dei contadini dalla pelle rugosa del cinema neorealista, che pure amava.
Il paese dei primi anni Sessanta era semmai la contraddizione di quell’Italia arcaica: era l’Italia dei consumi nascenti, del boom economico e demografico: quante utilitarie fiammanti e quanti ragazzi e bambini nelle sue fotografie.
Ma anche quanti personaggi di una commedia tragica e comica, notabili sussiegosi e suore in aeroporto, pastarelle della domenica e migranti in stazione, partite di pallone in strada e spiagge del benessere, un paese in transizione fotografato con indulgente ma molto divertita ironia.

È bello credere che sia stata l’Italia a insegnargli il mestiere che poi per i grandi magazine del mondo esercitò a tutte le latitudini, dalla Polonia all’India, dalla Nigeria al suo Marocco.

Mestiere che per lui fu correre sul filo che lega le apparenze alla realtà, la scena pubblica e la tragedia storica del secolo ventesimo, senza mai fermarsi di fronte alla potenza ipnotica dell’evento “forte”: la guerra, la fame, la rivolta.

Anche quando, dal bianco e nero degli esordi, si lasciò sedurre dal colore, gestito altrettanto magistralmente.
Le rivoluzioni che gli passarono davanti all’obiettivo, cambiarono il mondo, ma non la sua idea di fotografia che fin da ragazzo, e per tutta la vita, ritenne molto più che un lavoro: una vocazione.

[Questo testo è stato ripreso e rielaborato dall’articolo di Michele Smargiassi è apparso su La Repubblica online]

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