Emilia Romagna: Faenza la Città della Ceramica


«Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.»
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII)

Faenza (Fẽza in romagnolo) è un Comune della Provincia di Ravenna in Emilia Romagna
La città è storicamente nota per la produzione di Ceramica, in particolare la Maiolica. 

Il Centro Storico è caratterizzato da Architetture Rinascimentali e Neoclassiche.
 
Posta sulla Via Emilia tra Imola e Forlì, poco a Ovest del centro della Romagna, si trova ai piedi dei primi rilievi dell’Appennino Faentino ed è Sede Vescovile della Diocesi di Faenza-Modigliana.
Al limite della pianura Romagnola, dove il Fiume Lamone incrocia la Via Emilia, la Città ha la forma, ed in parte l’atmosfera, che le diedero i Manfredi (suoi signori, prima del passaggio al dominio diretto dello Stato della Chiesa, 1509) ed in particolare la loro cultura in felice rapporto con quella dell’ambiente artistico Fiorentino dell’età umanistica. 
La produzione ceramica, che fu splendida nei 1400-1500, è testimoniata già nel 1142..
FAENZA
 
Regione: Emilia Romagna
Provincia: Ravenna RA
Altitudine: 35 m slm
Superficie: 215,76 km²
Abitanti: 58.541
Nome abitanti: Faentini – Manfredi (dal nome della famiglia che governò la città)
Patrona: Beata Vergine delle Grazie (sabato precedente la seconda domenica di maggio)
ComPatrono: San Pier Damiani
Gemellaggi: Amarousio (Grecia) dal 1992 – Bergerac (Francia) dal 1998 – Gmunden (Austria) dal 2008 – Fiume (Croazia) dal 1983 – Schwäbisch Gmünd (Germania) dal 2001 – Talavera de la Reina (Spagna) dal 1986 – Timișoara (Romania) dal 1991 – Toki (Giappone) dal 1979 – Jingdezhen (Cina) dal 2013
Diocesi: Faenza-Modigliana
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GENIUS LOCI
(Spirito del Luogo – Identità materiale e immateriale)
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Sinonimo internazionale di Ceramica – Faiance è infatti ancora oggi il nome della maiolica in molte lingue europee – la cui antica tradizione artigianale risale al 1100, Faenza raggiunse il suo splendore nel periodo Rinascimentale. 
Qui l’Arte della Ceramica ha coniugato il nuovo all’antico ed un vivace senso artistico si ritrova nelle Botteghe Artigiane, come negli splendidi Palazzi, nei pregevoli Arredi Urbani, nelle Scuole d’Arte come nelle Manifestazioni Culturali che si svolgono nel corso dell’anno. 
Faenza, posta sulle 2 rive del Fiume Lamone, all’incrocio tra Via Emilia ed un’antica strada che congiungeva il Porto di Ravenna alle parti interne dell’Appennino e quindi alla Toscana, favorevole posizione che ne ha stimolato l’apertura Culturale ed Economica al di fuori dell’ambito Romagnolo, ed ancora oggi, la Città possiede una precipua individualità, frutto del prestigioso passato storico, egemonizzato dall’Arte Ceramica.
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ORIGINE del NOME
(Toponomastica)
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il latino Faventia, da cui Faenza, è un nome augurale; in rapporto col verbo favere “favorire”; è formato col suffisso -entia, comune ad altri toponimi (Fidenza, Potenza, ecc.); quindi la “favorevole”, nel senso di «quella che porta favore». 
Il suo è un territorio noto per la fertilità.
Il Toponimo, nella dizione Francese “faience”, indica nelle lingue europee la maiolica, terracotta invetriata allo stagno e decorata a “granfuoco”.
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TERRITORIO
(Topografia e Urbanistica)
 
La Struttura a Maglie Ortogonali, con “Insulae” rettangolari, è ancora oggi riscontrabile nell’andamento viario scandito da strade che insistono sui decumani e sui cardini della centuriazione, con perno nelle attuali piazze del Popolo e della libertà.

La Struttura Urbana Romana non è stata alterata dalla Città Medievale. 

Con la ricostruzione ha visto un’espansione edilizia disordinata al di fuori della vecchia c’è cerchia Murata, che fagocita ed opprime l’esemplare compattezza urbanistica e formale della città storica.
Oggi Faenza è conglobata in quell’unicum edilizio che corre lungo la via Emilia, ma ha sempre mantenuto la sua matrice ordinata, geometrica e misurata e una sobrietà di origine classica che ne costituisce ancora il carattere peculiare.
Il Territorio di Faenza, presenta un Ambiente Agricolo, suddiviso tra i Vigneti dei pendii collinari e i coltivati, con tracce dell’Antica Centuriazione Romana in pianura.
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«Racconti di Viaggio»
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«(…) Appoggiato con la schiena ad una colonna egli guardava il Duomo.
L’enorme portone di mezzo era socchiuso, e sull’arco del suo vano si agitava lievemente un drappo rosso, segnacolo di qualche festa religiosa in quel giorno; la scalinata di granito pareva più bianca nel sole, la fontana gorgogliava da tutti i propri zampilli. avvolta in un pulviscolo d’acqua tenue come un vapore. 
Tutto quel largo dinanzi al Duomo e sino in fondo alla piazza rimaneva deserto, nessun fiacchero stazionava ancora presso il caffè, l’omnibus del grande albergo era già ritornato dalla stazione; solo qualche bicicletta passava tratto tratto nel vuoto, silenziosamente (…)»
«(…) Il portico leggermente ricurvo era poco illuminato; due guardie di pubblica sicurezza stavano addossate all’ultima colonna verso la piazza (…) stretta fra il doppio loggiato (…). 
I suoi fanali, bianchi sopra esili colonnine di ghisa, non rischiaravano né la notte né il selciato (…). 
La massa bruna del Duomo disegnava un’ombra più scura sul lividore biancastro della grande scalinata di granito: un’opera nuova. per la quale nella cittadina si era speso troppo e parlato anche di più (…)»
(Alfredo Oriani, “Vortice” – 1899)
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«(…) La piazza (del Popolo e della Libertà) ha un carattere di scenario nelle loggie ad archi bianchi e leggieri e potenti. 
Passa la pescatrice povera nello scenario di caffè concerto. rete sul capo e le spalle di velo nero tenue fitto di neri punti per la piazza viva di archi leggieri e potenti (…)»
(“Canti Orfici” di Dino Campana – 1914)
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Da «Viaggio in Italia» di Guido Piovene
[…] il comunismo, anziché sui braccianti come a Ravenna ed a Ferrara, fa leva sui Mezzadri, e predomina nelle campagne.
Se dovessi perciò tentare una definizione sommaria della Romagna d’oggi, metterei l’accento sul populismo, e su una grande fluidità, in cui atteggiamenti diversi sorgono e si trasmutano da un fondo psicologico che resta comune. 
Quasi estinto invece è il potere delle grandi famiglie. 
La tradizione liberale delle grandi famiglie a Ravenna ha lasciato, fuori della politica, un sedimento di cultura abbastanza viva; a Forlì è quasi estinta. 
La si ritrova ancora a Faenza, orientata in senso cattolico. 
I ricordi di un passato guelfo, le predilezioni di un popolo di ceramisti, mobilieri, e in genere da artigiani, fanno di Faenza l’oasi democristiana in Emilia e in Romagna. 
In questa vigorosa regione certi retaggi del guelfismo, del ribellismo e delle lotte comunali non sono ancora interamente disciolti. 
Un altro punto tuttavia è da rilevare in Romagna, ed è forse il più nuovo, perché proprio del dopoguerra. 
Si sa che la sincerità, la nettezza delle opinioni e dei caratteri, gli «uomini tutti d’un pezzo», una certa lunghezza nel tratto, la mascolinità ed il coraggio fisico, sono ideali Romagnoli. 
Ma le delusioni della guerra e del dopoguerra, il cambiamento di alcuni motivi fondamentali della lotta politica, la necessità di associare le opinioni laiche con alleanze religiose, certe mescolanze in attese tra istinti rivoluzionarie ed interessi conservatori, i compromessi degli schieramenti elettorali, hanno portato un senso di disorientamento; ch’è appunto quello dei «sinceri» degli «uomini tutti d’un pezzo», quando la doppiezza non è in loro bensì nei fatti. 
la Romagna tradizionale rimane in superficie, nei discorsi e negli atteggiamenti, ma ondeggia nel fondo.
E al di là di tutto persiste una passione politica maggiore che in qualsiasi altra parte d’Italia, un entusiasmo comiziale perpetuo. 
Vi è in Romagna una speciale oratoria in cui affluisce, con effetti ora drammatici ed ora comici, mescolandosi alla turbolenza, la sua educazione umanistica e classicheggiante. […]
(Da «Viaggio in Italia» di Guido Piovene (1950) pagine 314-315)
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Alberigo Manfredi, dell’Ordine Laico dei Frati Godenti, era un personaggio assai in vista a Faenza nell’ultimo scorcio del 1200.
Il 2 maggio 1285 invitò a convito presso la Castellina di Pieve Cesato 2 suoi parenti con i quali era in discordia (Manfredo e Alberghetto dei Manfredi), e li fece uccidere a un segnale convenuto, che era quello di servire “la frutta”
Questo suo gesto scellerato l’aveva reso famoso ben oltre le mura cittadine, tanto che Dante sente il bisogno di raccontare l’episodio.
«(…) Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo [Manfredi]; / io son quel dalle frutta del mal orto, / che qui riprendo dattero per figo”. / “Oh!” diss’ io lui, “or se’ tu ancor morto?”. / Ed elli a me: “Come ‘l mio corpo stea / nel mondo su, nulla scienza porto. (…)”»
(Dante, Divina Commedia “Inferno”, Canto XXXIII)
Dante lo colloca nel profondo della voragine infernale: il fiume ghiacciato Cocito, riservato ai traditori. 
E poiché nel 1300 (anno in cui si compie il viaggio nell’aldilà) il Frate Gaudente era ancora vivo, ecco un espediente per metterlo comunque all’inferno: in casi di eccezionale malvagità l’anima si danna prima del tempo, e nel corpo prende posto un Diavolo.
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«(…) Frate Alberico (…), in una grave disputa sorta per ragione d’interessi, s’ebbe uno schiaffo da Alberghetto, figlio di Manfredo Manfredi. Quest’ultimo era cugino di frate Alberico (…). per l’onta ricevuta, Alberico concepì un odio mortale contro que’ suoi congiunti, e covando in cuore la vendetta sotto mentite apparenze di perdono e di pace, invitò il 2 maggio del 1285 Manfredo ed Alberghetto ad un sontuoso pranzo (…).
Su ‘l finire del convito, quando frate Alberico pronunziò ad alta voce l’ordine “vengan le frutta”, come a segno convenuto, Ugolino suo figlio, Francesco Manfredi [un altro cugino], Surruccio da Petrella, ed altri sei sicari, si lanciarono co’ pugnali levati sui due miseri ospiti, e barbaramente li trucidarono (…)»
Così invece viene spiegato in «Faenza nella storia e nell’arte» da Antonio Messeri e Achille Calzi (1909)

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