Mare e Sardegna – Cagliari


Capitolo 3 – Cagliari

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sardegna: Cagliari

SINOSSI

Finalmente siamo a Cagliari, la prima tappa del viaggio in Sardegna.

Il Capitolo si apre nel giorno dell’Epifania sulla banchina del porto e sulle prime impressioni estemporanee di Cagliari.

La narrazione di Lawrence, poetica ed evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, continua a raccontare ogni sensazione e atmosfera, passo passo, momento per momento ogni momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente.

Dopo essersi sistemato nell’albergo, non senza qualche difficoltà iniziale a trovare la camera adatta, e aver fatto un ottimo pranzo, inizia a inerpicarsi per le salite scivolose quanto ripide per arrivare in cima e ricercare lo spirito del luogo, guardando ed inquadrando dall’alto la città e il paesaggio circostante.

Scendendo dalla Cattedrale, dove a sera si svolgono gli ultimi scampoli di Epifania, si imbatte con le prime maschere del carnevale. 

Poi seduto assieme alla moglie al tavolino del bar sul lungomare, osserva la gente e la vita, come il suo solito, pare di essere seduti assieme a loro, di vedere le scene; poi si imbatte nei primi Sardi in costume tipico, una bambinaia e un contadino, dei quali “dipinge” gli abiti nei minimi particolari.

Attirata dal mercato del venerdì, la sua curiosità viene rapita come un bambino in un negozio di giocattoli, facendolo ubriacare con una girandola di prodotti, profumi, colori, che con la sua abituale meticolosità elenca senza fine, compresi i prezzi; coglie e narra la poesia delle verdure accatastate davanti alle donne contadine in costume che stanno sedute pittorescamente vestite nei loro vestiti tipici.

Poi dopo un giorno si nuovo in viaggio verso la seconda tappa sarda: Màndas. [clicca qui per acquistare l’eBook]

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 63 a 80 (ascolta il podcast qui sotto)

Se vuoi leggere ed ascoltare gli altri capitoli clicca qui per andare all’indice

Se vuoi Ascoltare i Podcast degli altri Capitoli clicca qui

PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

C’è una piccola folla che aspetta sulla banchina: la maggior parte sono uomini con le mani in tasca. 

Ma, grazie al cielo, hanno una certa indifferenza e riservatezza.

Non sono come i parassiti del turista di questo dopoguerra, che muovono all’attacco con un terrificante, freddo spirito di vendetta nel momento stesso in cui si emerge da qualunque veicolo (dato che il viaggio si svolge nel 1921 la guerra a cui si riferisce è la prima guerra mondiale finita nel 1918). 

E alcuni di questi uomini sembrano davvero poveri.

Non ci sono più italiani poveri: almeno non tra fannulloni. 

Strana la sensazione tutt’intorno al porto: come se fossero andati via tutti. 

Eppure c’è gente intorno. 

È “festa” comunque, l’Epifania. 

Ma è così diverso dalla Sicilia: nessuno dei suoi incantesimi italo-greci, nulla delle arie e del garbo, nulla del fascino. 

Anzi è disadorno, piuttosto spoglio, freddo e giallo, un po’ come Malta, ma senza la vivacità forestiera di Malta. […]

[…] Passiamo per la Dogana: poi al Dazio, la sede cittadina della dogana.

(…) Ci avviamo su per un’ampia strada, nuova, ripida, con alberelli su entrambi i lati. 

Ma di pietra, aride, nuove, larghe pietre, giallicce sotto il cielo freddo, e sembra deserta.  

(…) Il vento da nord soffia pungente. […]

CAGLIARI (Casteddu in sardo) è comune capoluogo della regione autonoma della Sardegna i cui abitanti sono detti Cagliaritani.

Sede universitaria ed arcivescovile e città dalla storia plurimillenaria, è il centro amministrativo storico dell’isola essendo stata, sotto la denominazione di Caralis, capoluogo della provincia di Sardinia et Corsica durante il periodo romano e successivamente capitale del Regno di Sardegna, dal 1324 al 1720, e poi dal 1798 al 1814.

Sta fra saline e stagni pescosi al centro dell’ampio golfo meridionale e si apre tra Capo Spartivento e Capo Carbonara.

È il principale porto e una delle porte dell’isola, a 280 miglia marine (518.56 km) da Napoli e a 190 miglia marine (351,88 km) da Trapani.

Auguste Boullier (storico, letterato e politico francese, nato da una famiglia di proprietari terrieri si dedicò allo studio della storia, delle lettere e dell’arte), che la visitò nel 1864, scrisse che ne gustò «l’incanto del panorama con le cupole scintillanti nella luce del tramonto e il castello con la cintura di muraglie grigie e lo spettro delle torri».

Torri pisane e castello spagnolo nell’insieme, ma la città ha anche altri tocchi iberici di «patios» fioriti, talvolta di decorazioni ceramiche simili agli «azulejos» (L’azulejo – secondo le pronunce portoghese e spagnola, dall’arabo al-zulayj, significa “pietra lucidata” – è un tipico ornamento dell’architettura portoghese e spagnola che consiste in una piastrella di ceramica non molto spessa e con una superficie smaltata e decorata), e quartieri del 1700 e del secolo scorso i ritmi architettonici piemontesi o liguri e 600 anni fa.
Ti invito ora, quindi, a seguirmi nella visita di Cagliari: viaggeremo nelle sue vicende storiche e visiteremo assieme la città e assaggeremo i suoi gustosi piatti (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Ci inerpichiamo su un’ampia gradinata, sempre più su, su per l’ampio, ripido, desolato viale con i suoi alberelli.

Cercando un albergo, e morendo di fame.

Finalmente lo troviamo, l’albergo Scala di Ferro: oltre un cortile con piante verdi. (la Scala di Ferro è un edificio storico di Cagliari, che si trova in via Torino 32 (vedi la mappa) sopra l’antico bastione di Nostra Signora del Monserrato, nel quartiere della Marina; è fra i più importanti monumenti neogotici della Sardegna, già albergo e attualmente, è sede della Prefettura di Cagliari.

Per la Cagliari a cavallo tra la fine dell’800 e il primo ‘900 è stato un hotel all’avanguardia, dotato di alti comforts, con le sue sale vaste ed eleganti, le camere con panorama sul golfo, arredate con mobili e tende di pregio, la rivendita interna di giornali e quotidiani, le acque termali, il delizioso giardino interno con una fontana realizzata dallo scultore Giuseppe Sartorio. 

Nel 1877, quando viene ribattezzato La Scala di Ferro – prima si chiamava bagni Cerruti – fu dotato di un impianto elettrico: in città risuonarono contemporaneamente tutti i cento campanelli, il primo scampanio elettrico che si udiva a Cagliari)

E finalmente un omino (…) Lui è un tipo di sardo, il tipo eschimese.

(ora segue la narrazione, sempre interessante in questi diari di viaggiatori stranieri, dedicata all’albergo e all’epopea per trovare la stanza adatta)

Non c’è una stanza con due letti: solo singole.

E così veniamo condotti, se permettete, al “bagnio” l’ana da bagno dell’albergo, nell’umido pianterreno. 

Camerette su entrambi i lati di un corridoio in pietra, e in ogni stanzetta un bagno in pietra scura e un lettino. 

Noi possiamo avere una stanzetta col bagno ognuno. 

Se non c’è nient’altro, non c’è: ma sembra umida, fredda e orribile, sotto terra.

(…) Vero, in fondo al corridoio sono seduti due carabinieri. 

Ma se siano lì per garantire la rispettabilità o no, lo sa il cielo. 

Noi siamo nei bagni, queste tutto. 

Tuttavia, l’eschimese ritorna dopo cinque minuti. 

C’è una camera nella casa.

È contento, perché non gli piaceva metterci nel “bagnio”.

(…) Ma era lì, grande, malinconica, fredda, e sopra i fumi di cucina di un piccolo cortile interno, simile a un pozzo.

Ma perfettamente pulita e a posto. 

E la gente sembrava cordiale e gentile, come esseri umani. 

Ci si è abituati talmente ai siciliani inumani dall’anima antica, che sono così soavi e così completamente insensibili.

Dopo un pranzo veramente buono uscimmo per visitare la città. 

Erano le tre passate ed era tutto chiuso come in una domenica inglese. 

Fredda Cagliari di pietra: in estate devi essere di un caldo rovente, Cagliari, come una fornace. 

Gli uomini formavano gruppetti, ma senza quella profonda vigilanza italiana che non lascia mai in pace un passante.

Strana Cagliari di pietra. […]

[…] Cagliari è molto ripida. […]

[…] Sopra ai bastioni la città continua a salire ripida verso la Cattedrale e la fortezza. […]

[…] Giù in basso c’è il piccolo porto.

A sinistra una bassa pianura marina, dall’aspetto malarico, con ciuffi di palme e case che sembrano arabe. […]

[…] È un paesaggio davvero strano: come se il mondo finisse qui.

La baia è di per sé estesa; […]

[…] E intorno, da un lato, la stanca pianura malarica, simile a quelle arabe desolate e ricoperte di palme, e dall’altro, le grandi saline, proprio dietro lo sbarramento di sabbia, con alle spalle, all’improvviso, montagne serrate e raggruppate, mentre lontano, oltre la pianura, colline sorgono nuovamente verso il mare. 

Terra e mare sembrano finire entrambi, spossati, sul capo della baia: la fine del mondo.

E in questa fine del mondo sorge Cagliari, e su entrambi i lati, improvvise colline dalle creste serpentine. 

Ma ancora mi ricorda Malta: persa tra Europa e Africa, appartiene a nessun luogo.

(…) Alla Spagna e agli arabi e ai fenici, più di tutto. 

Ma come se non avesse mai veramente avuto un destino. 

Nessun fato. 

Lasciata fuori del tempo e della storia. […]

[…] Arriva una carrozza con due grassi cavalli bai che scivolano, quasi nuotando su per la strada a chiocciola. […]

[…] Cagliari non ha carrozze.

Immaginatevi una strada come una scala a chiocciola, pavimentata da pietra scivolosa.

E immaginatevi due cavalli bai che si affannano a risalirla: non riuscivano a fare un solo passo.

Ma arrivarono. […]

[…] Curiosi i bambini di Cagliari.

I poveri sembrano veramente poveri monelli scalzi, allegri e scatenati nelle strette strade buie. 

Ma i bambini più benestanti sono così raffinati: vestiti in modo così straordinariamente elegante. 

Ti lascia sbigottito.

Non tanto per gli adulti.

I bambini.

Tutto lo “chic”, la moda, tutta l’originalità viene profusa sui bambini. 

E con parecchio successo. 

Molto spesso è meglio che ai giardini di Kensington. 

E passeggiano con papà e mamma con tale pronta baldanza, avendo portato in salvo la loro tenuta alla moda.

Chi se lo sarebbe mai aspettato? […]

[…] Per un pelo schivo un enorme secchio di sciacquatura che precipita dal cielo. 

Un ragazzino che stava giocando per la strada, la cui schivata non è così netta, guarda in su con quell’ingenuo, impersonale stupore con cui i bambini osservano una stella o un lampione. […]

[…] Una volta la Cattedrale deve essere stata una bella fortezza pagana in pietra. […]

[…] Tuttavia è ancora senza pretese e misteriosa, con una grande folla un po’ stracciona che si trascina sul lastricato verso l’altare maggiore, perché è quasi il tramonto ed è l’epifania. […]

[…] E San Giuseppe deve essere un santo tra i più importanti. 

Ha un altare e una invocazione a favore dei moribondi. 

«Oh, San Giuseppe, vero padre potenziale di nostro Signore».

Cosa ci possa guadagnare un uomo, mi chiedo, ad essere il padre potenziale di qualcuno! […]

[…] La sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi bastioni di bella arenaria giallastra a nido d’ape. 

Il muro di cinta sale su con un’ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso. […]

[…] Cagliari deve trovarsi su di un unico, isolato, perduto promontorio di roccia a picco. […]

[…] Scendiamo per le strade ripide, puzzolenti, scure, umide e molto fredde.

Nessun veicolo a ruote si può inerpicare su di esse, probabilmente. 

La gente vive in un’unica stanza. 

Gli uomini si pettinano i capelli o si allacciano i colletti sulle porte. […]

[…] La grande strada lungo il mare è la via Roma.

I caffè sono su un lato e dall’altra parte della strada di folti ciuffi di alberi che si frappongono tra il mare e noi.

Tra questi folti ciuffi di alberi del lungomare il piccolo tram a vapore, come un trenino, sobbalza fino a fermarsi, dopo aver girato dietro la città.

La via Roma è tutta la Cagliari mondana.

Compresi i caffè con i loro tavolini all’aperto da una parte della strada e la sponda alberata dall’altra, è molto larga, e la sera contiene tutta la città.

Qua e soltanto qua le carrozze possono muoversi agilmente, molto lentamente, gli ufficiali possono cavalcare, e la gente può passeggiare en masse. […]

[…] Era diventato quasi buio, erano stati accesi i lampioni. 

Avevamo attraversato la strada verso il Caffè Roma, e trovato il tavolo sul marciapiede […]

[…] Ai tavolini c’erano soprattutto uomini, seduti a bere caffè o vermouth o aqua vitae, tutto familiare e semplice, senza il moderno imbarazzo. […]

[…] Poi arrivò una famiglia, con bambini e governante in costume tradizionale.

Sedettero tutti insieme a un tavolo, perfettamente a loro agio gli uni con gli altri, anche se la stupenda governante sembrava seduta in fondo al tavolo, come i servi.

Era brillante come un papavero, in un vestito rosa scarlatto di un bel tessuto, con un curioso corpetto verde smeraldo e vermiglio, e un corsetto di soffice lino tessuto a mano, con maniche molto ampie.

Sulla testa aveva un copricapo bianco e scarlatto, e portava grossi bottoni in filigrana d’oro e orecchini uguali. 

La famiglia feudal-borghese beveva le bibite sciroppose e guardava la folla. Veramente straordinaria è la totale mancanza di imbarazzo (…) la governante nel suo splendido costume tradizionale è perfettamente a suo agio come se si trovasse in una strada del suo paese. 

Si muove e parla e chiama un passante senza il minimo imbarazzo, e quel che è più, senza la minima arroganza. […]

[…] La folla e dall’altra parte della strada, sotto gli alberi vicino al mare. 

Da questa parte passeggiano solo pedoni occasionali. 

E vedo il mio primo contadino in costume.

È un bell’uomo, anziano, diritto, splendido nel suo costume bianco e nero.

Indossa la camicia bianca con le maniche ampie e il corpetto nero chiuso di grossa rascia locale, corto.

Da questo spunta fuori un gonnellino o gala arricciato della stessa rascia nera, di cui una fascia passa dalle gambe tra i larghi mutandoni di lino grezzo. 

I mutandoni sono legati sotto il ginocchio e strette ghette di rascia nera (la rascia è un tessuto spigato di lana grossolana).

In testa ha il lungo berretto nero a calza (berritta longa), che pende sulle spalle.

Com’è bello e splendidamente maschio! 

Cammina con le mani appoggiate dietro la schiena, lentamente, eretto, distaccato. La splendida inaccessibilità, indomabile. […]

[…] L’albergo non poteva servirci caffellatte: solo un po’ di caffè nero. 

Così scendemmo nuovamente verso il lungomare verso via Roma è il nostro caffè. […]

[…] Il Caffè Roma aveva il caffelatte, ma niente burro.

Ci sedemmo e guardammo il movimento all’esterno. 

Minuscoli muli sardi, le cose più piccole mai viste trotterellavano lungo la strada con loro zoccoli infinitesimali, trainando piccoli carri simili a carretti a mano. 

Hanno proporzioni così piccole che un ragazzo che cammini a loro fianco sembra un uomo alto, mentre un uomo normale assomiglia un Ciclope a grandi passi, enorme e crudele. […]

[…] Uno sta tirando un cassettone su un carretto, e sembra avere un’intera casa dietro di sé.

Malgrado ciò lavora coraggioso senza posa sotto il carico, quella cosina minuscola.

Mi dicono che una volta c’erano intere mandrie di questi asini che pascolavano quasi allo stato brado sulle colline della Sardegna simili alla brughiera. […]

(Qui comincia il meticoloso racconto dei prodotti in vendita al mercato)

[…] È giorno di mercato. 

Giriamo su in largo Carlo Felice, il secondo ampio slargo di una strada, un vasto ma cortissimo viale, come la fine di qualcosa. 

Cagliari è fatta così: tutta pezzetti e mozziconi. 

E al lato del marciapiede, ci sono molte bancarelle (…) 

(…) Ma vediamo anche Madama di Cagliari che va al mercato, accompagnata da un domestico con un enorme canestro di paglia; oppure che ritorna dal mercato seguita da un ragazzino che regge una di queste enormi ceste di paglia, simili a giganteschi piatti, sulla testa, ricolme di pane, uova, verdura, un pollo e così via.

Quindi seguiamo Madama che va al mercato, e ci ritroviamo nel grande mercato coperto che letteralmente risplende di uova (…)

(…) Ma uova in cumuli, Mucchi, cataste (…)

(…) Miriadi di uova, splendenti viali di uova. 

E hanno il prezzo, 60 centesimi, 65 centesimi.

Ah, grida l’ape regina (questo è il soprannome con cui Lawrence chiama la moglie), io devo vivere a Cagliari. 

Perché in Sicilia le uova costano 1,50 l’uno. 

Questo è il mercato della carne, del pollame e del pane.

Ci sono bancarelle di pane fresco, di forme diverse, marrone e brillante; ci sono piccole bancarelle di splendidi dolci tradizionali che voglio assaggiare; e una gran quantità di carne di capretto; ci sono bancarelle di formaggio, tutti i formaggi, di tutte le forme, di tutte le varietà del bianco, tutti i colori della crema, fino al giallo del narciso selvatico.

(…) Ma costano più o meno come in Sicilia, diciotto franchi, venti franchi al chilo.

C’è anche del delizioso prosciutto, 30 e 35 franchi.

(…) Una fantastica abbondanza di cibo, brillante, splendente. 

Siamo piuttosto in ritardo per il pesce, specialmente di venerdì.

Ma uno uomo scalzo ci offre due strani cosi del Mediterraneo, che abbonda di mostri marini. 

Le contadine stanno sedute dietro i loro prodotti, con le gonne di lino tessuto a mano, enormemente anche e variopinte, che si gonfiano come palloni attorno a loro. 

Le ceste gialle emanano un bagliore di luce. 

C’è nuovamente un senso di abbondanza. 

Ma ahimé nessun senso di economicità: eccetto le uova. 

Ogni mese tutti i prezzi salgono. […]

[…] Contadine, alcune scalze, sedevano nei loro stretti corpetti e voluminose gonne colorate dietro pile di verdure, e non avevo mai visto uno spettacolo più delizioso. 

L’intenso verde scuro degli spinaci sembrava predominare, e da questo spuntavano monumenti di cavoli con il loro bianco simile al latte cagliato e il viola quasi nero.

Cavolfiori stupendi, come ad una mostra di fiori, quelli viola intensi come grandi mazzi di violette. 

In questo ammasso di verde, bianco e porpora, colpiva il vivido scarlatto e il blu cremisi dei ravanelli, ravanelli grossi come piccole rape, ammucchiati. […]

[…] Non ho mai visto il luccicante mondo della frutta, verde e dai colori vividi e, in uno splendore simile a quello visto sotto il tetto del mercato di Cagliari: così sicuro e fastoso. […]

[…] Così l’ape regina (la moglie di Lawrence) e io scivoliamo lentamente lungo i pezzettini assolati e poi siamo inesorabilmente inghiottiti all’ombra (fredda). Guardiamo i negozi. 

Ma non c’è molto da vedere. 

Piccoli, sciatti negozi di provincia, nel complesso. […]

(Quello che segue è un interessante racconto giudizio delle donne Sarde)

[…] Sono divertenti, queste ragazze e donne contadine: così vivaci e spavalde. 

Le loro schiene sono dritte come piccoli muri, e le sopracciglia definite e ben disegnate. 

Stanno sul chi vive in un modo divertente. 

Non c’è nessun tipo di servilismo orientale. 

Come uccelli vivaci e svegli, sfrecciano per le strade, e ti rendi conto che ti darebbero un colpo in testa con la stessa facilità con cui ti guarderebbero. 

La tenerezza, grazie al cielo, non sembra essere una qualità sarda.

L’Italia è così tenera, come maccheroni cotti, metri e metri di dolce tenerezza aggrovigliati attorno a ogni cosa. 

Gli uomini non idealizzano le donne, almeno all’apparenza tutto qui non fanno quei grandi occhi cupidi, l’inevitabile sguardo “ai vostri ordini” dei maschi italiani.

Quando gli uomini della campagna guardano queste donne, lo sguardo dice arrangiati da sola, signora mia.

Direi che la strisciante adorazione della Madonna non è proprio una caratteristica Sarda. 

Queste donne devono badare a se stesse, tenere la schiena dritta e i pugni duri.

L’uomo diventa il maschio signore se ci riesce.

E nemmeno la donna è disposta a cedere terreno. 

Così è così qui, la bella, antica, marziale divisione tra i sessi.

È stimolante e splendida, davvero, dopo tanto appiccicoso mescolamento e adorazione senza spina dorsale. (A giudicare dalle sue affermazioni, Lawrence doveva essere un uomo poco affettivo, anche nei confronti della moglie)

L’uomo sardo non cerca la “donna Nobile, nobilmente pensata”.

Grazie, no.

Vuole quella giovane signorina laggiù, un tipo come lei, della generazione giovane, col collo eretto. […]

[…] In queste donne c’è un che di timido, di provocatorio, gli ir-rag-giun-gibile. […]

[…] Datemi questa antica, forte maniera di amarsi.

Quanto sono nauseato dal sentimento e dalla nobiltà, quel pasticcio di maccheroni viscido e svenevole che sono le moderne adorazioni. 

Si vedono alcune facce affascinanti a Cagliari: quei grandi occhi scuri senza luce.

In Sicilia, ci sono occhi scuri affascinanti, vivaci, grandi, con un guizzo di luce impudente e uno strano roteare e lunghe ciglia: gli occhi dell’antica Grecia, di sicuro. 

Ma qui si vedono occhi di un’oscurità completa, tenue, vellutata, dei quali nessun demonietto guarda. 

E toccano una nota più strana, antica: prima che l’anima diventasse timida, prima che la mentalità della Grecia facesse la sua comparsa nel mondo. […]

[…] È una creatura, oscura e potente, ma cos’è?

A volte Velasquez, e a volte Goya, ci dà un suggerimento su questi grandi occhi scuri senza luce. 

E vanno sempre insieme a bei capelli neri, morbidi, belli quasi come una pelliccia.

Non le ho visti a nord di Cagliari.[…]

[…] Così passeggiamo e guardiamo i negozi, i gioielli d’oro filigranato dei contadini, una buona libreria. 

Ma c’è poco da vedere, e quindi la domanda è: andiamo oltre? Andiamo avanti? 

Ci sono due modi per lasciare Cagliari diretti a nord: la ferrovia dello Stato che percorre la parte occidentale dell’isola e la linea secondaria a scartamento ridotto che penetra il centro. 

Ma è troppo tardi per prendere i treni grandi, così prenderemo la linea secondaria, ovunque essa vada. (…)

(…) possiamo arrivare fino a Mandas, una cinquantina di miglia (55 Km) all’interno. […]

[…] Paghiamo il conto.

Viene sui sessanta franchi per tre pasti abbondanti a testa con vino e un pernottamento. 

È un buon prezzo, considerando come sono i prezzi in Italia adesso. 

Soddisfatto della semplice e amichevole Scala di Ferro, mi metto lo zaino sulle spalle e ci incamminiamo verso la stazione secondaria. […]

[…] C’è una gran folla di contadini nella piccola stazione. 

E quasi ogni uomo ha un paio di bisacce in tessuto, una grande striscia piatta di rozza lana intessuta, con tasche piatte a entrambi i capi, zeppe di acquisti. 

Queste sono praticamente le uniche borse da trasporto. 

Gli uomini se le gettano sulle spalle, così che una grande tasca pende sul davanti, l’altra dietro. […]

[…] Il treno ha solo la prima e la terza classe. 

Costa circa trenta franchi per due andare fino a Mandas in terza classe, circa una sessantina di miglia (55 Km). 

Ci accalchiamo con le gioiose bisacce, nella carrozza di legno con i suoi numerosi sedili.

E meraviglia delle meraviglie, puntuali al secondo, partiamo, usciamo da Cagliari.

En route di nuovo.

(Continua il viaggio leggendo Màndas)

MÀNDAS è un comune della provincia di Cagliari nel Sud Sardegna, i cui abitanti son detti Mandaresi in Italiano e Mandaresus in sardo.

A 55 km da Cagliari, è un centro situato a 457 m slm, spalto calcareo che domina un vastissimo orizzonte, è un borgo agricolo e pastorale tra distese di pascoli, sulla ferrovia che va da Cagliari a Sòrgono con vista sulle Barbàgie.
Mandas, ha la stazione ferroviaria dell’Azienda Regionale Sarda Trasporti, sita sulla linea per Isili e capolinea della ferrovia per Arbatax, oggi attiva solo come ferrovia turistica del Trenino Verde. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

Con il supporto di tutti coloro che vogliano aiutami a promuovere il territorio italiano!
Offrendomi un contributo liberale – donandomi anche solo 1 € – a sostegno del mio lavoro cliccando sul bottone sottostante.

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.