Mare e Sardegna – Verso Sòrgono


Capitolo 5 – Verso Sòrgono

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sardegna: Sòrgono

SINOSSI

Continuiamo a viaggiare assieme a Lawrence e alla moglie Frieda, l’ape regina come la chiama lo scrittore; si parte da Màndas per andare col trenino delle ferrovie a scartamento ridotto in terza classe a Sòrgono, al centro della Sardegna.

Lawrence è sempre, continuamente estasiato dai paesaggi e dalle visioni che di tanto in tanto gli ricordano analoghi paesaggi inglesi; contadini e animali, da inglese, non può sottrarsi a paragoni e rimembranze anglosassoni.

Una descrizione entusiasta la dedica al treno e alle sue peripezie.

Poi arrivati alla tanto agognata e sognata Sòrgono, Lawrence ne fa un’irritata e mortificante narrazione ad iniziare dall’unica bettola che si sarebbe voluta fregiare del nome di albergo, dove si trovano costretti a fermarsi.

L’irritazione provocata dal disgusto per la sporcizia degli ambienti e dell’albergatore, aggiunto al freddo, è tale che già le prime ore passate in giro per il paese vengono offuscate completamente.

Il freddo all’esterno e all’interno dell’albergo, sono il disturbo che accompagna continuamente la visita

Trovò bellezza solo ambientale, ma insopportabile la pulizia e l’ospitalità; salverà solo una supposta onestà, all’inizio e alla fine del capitolo, cogliendo l’abitudine a lasciare le porte aperte e gli zaini incustoditi.

In definitiva, l’esperienza a Sòrgono è del tutto negativa e finisce con una vera e propria fuga verso Nuoro, sostituita alla prevista Abbasanta, probabilmente per evitare un altro paese per una più ospitale città.

La narrazione di Lawrence, poetica ed evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, continua a raccontare ogni sensazione e atmosfera, considerazioni, divertenti scenette, ambienti, luoghi, paesaggi, passo passo, momento per momento ogni momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente. [clicca qui per acquistare l’e-Book]

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 99 a 136 (ascolta il podcast qui sotto)

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PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

I vari treni del nodo ferroviario stavano accoccolati uno a fianco all’altro e si fecero lunghe, lunghissime chiacchierate prima che finalmente ci mettessimo in viaggio.

Era meraviglioso correre nel luminoso mattino verso il cuore della Sardegna, nel trenino che sembrava così familiare. 

Viaggiavamo ancora in terza classe, con un certo disgusto dei ferrovieri Màndas. […]

[…] Salivamo sempre. 

La linea faceva grandi curve così che quando si guardava fuori dal finestrino, più di una volta si trasaliva vedendo un trenino correre davanti a noi, in direzione divergente, tra grandi sbuffi di vapore. 

Ma guarda, era la nostra piccola motrice che si lanciava in una curva lì davanti.

Il nostro era un treno abbastanza lungo, ma davanti tutti i carri merci e solo le nostre due carrozze di passeggeri attaccate dietro. 

E per questa ragione la nostra motrice che appariva puntualmente davanti, come un cane che ci scorrazzate davanti e scattasse bruscamente attorno a noi, mentre noi seguivamo in coda alla fila dei carri merci. 

Ero sorpreso di come il piccolo motore prendesse bene i continui pendii ripidi, di come emergesse coraggiosamente sulla linea dell’orizzonte. 

È una strana ferrovia. 

Mi piacerebbe sapere chi l’ha costruita. 

Sfreccia su per le colline e giù per le valli e attorno a curve improvvise con la massima noncuranza, non come fanno le vere, grandi ferrovie, che avanzano grugnendo in profonde trincee e appesantendo l’aria nelle gallerie, ma corre su per una collina come un cagnetto affannato, e si guarda attorno, e parte in un’altra direzione e scuotendoci dietro a lui, con grande indifferenza. […]

[…] Ad ogni stazione venivamo ignominiosamente piantati in asso, mentre le piccole motrici, con allegri nomi in oro sui loro piccoli corpi neri, se ne andavano in giro per i binari laterali, e annusavano i vari carri merci. 

Ad ogni stazione che stavamo seduti lì, mentre questo carro veniva scartato e quello veniva prescelto come una pecora di qualità dai binari di raccordo è attaccato a noi. 

Ci vuole molto tempo, per tutto questo.

Finora in tutte le stazioni c’erano zanzariere alle finestre. 

Questo significa zanzare malariche.

La malaria sale molto in alto in Sardegna. […]

[…] Ma non in modo così terribile, come ci si può rendere conto: i mesi pericolosi sono agosto e settembre. 

Ai locali non piace ammettere che c’è la malaria, ce n’è un pochino, dicono, solo un pochino. […]

[…] Ah, i boschi e le foreste del Gennargentu: i boschi e le foreste lassù in cima! Là non c’è la malaria!

La piccola motrice avanza veloce sempre più su, attorno alle tue curve pazzesche come se stesse per mordersi la coda: la coda siamo noi; poi improvvisamente si inabissa all’orizzonte, fuori dalla vista. 

E il paesaggio cambia. 

I famosi boschi cominciano ad apparire. 

Prima sono soltanto boschetti di noccioli, miglia di boschetti di noccioli, tutti selvatici, con qualche mucca nera che tenta di scrutarci dalla macchia di mirto verde e corbezzolo che formano il sottobosco; e un paio di rari, selvaggi contadini che sbirciano il treno.

Indossano la nera tunica di pelle di pecora, con la lana all’esterno, e i lunghi berretti a calza.

Come le mucche anche loro ci osservano dei folti cespugli. […]

[…] Il treno va serpeggiando pericolosamente a mezza costa. 

Poi improvvisamente saetta sopra un ponte e dentro una stazione del tutto inaspettata.

E per di più, uomini mi si accalcano: la stazione è collegata alla linea principale con una corriera. 

Un’inaspettata irruzione di uomini, potrebbero essere minatori o scavatori o braccianti. 

Tutti hanno enormi sacche, alcuni le deliziose bisacce […]

[…] Alcuni hanno la tunica di pelle di pecora, e tutti portano il lungo berretto a calza.

E come puzzano!

Di lana di pecora e di uomo e di capra. 

Un odore rancido riempie la carrozza […]

[…] Parlano e sono molto vivaci. 

E hanno delle facce medievali, rusé (astuzia), e non abbandonano mai per un momento le loro difese, proprio come un tasso o una puzzola non abbandonano le loro.

Non c’è niente della fratellanza e della semplicità civilizzata.

Ogni uomo sa che deve proteggere se stesso e le sue cose, ogni uomo sa che il diavolo è dietro il prossimo cespuglio. […]

[…] Non è che siano sospettosi o a disagio.

Al contrario, sono presenze rumorose, sicure, vigorose. 

Ma non c’è quella fede implicita per cui tutti saranno e dovrebbero essere buoni verso di loro, il che è il segno della nostra epoca. 

Non si aspettano che la gente sia buona con loro: non lo vogliono. 

Mi ricordano quei cani mezzo selvatici che ti ameranno e ti obbediranno ma non si faranno toccare. […]

[…] Quei lunghi berretti a calza, li portano come una specie di cresta, come una lucertola inalbera la sua cresta nel tempo degli amori. 

Stanno sempre lì a muoverli e a sistemarli sulla testa.

[…] È fantastico quante espressioni possono assumere questi berretti. 

Dicono che soltanto quelli nati per indossarli li possono portare.

Sembrano essere semplicemente dei lunghi sacchi, lunghi quasi un metro, di un tessuto nero simile a maglina.

Arriva il controllore per fare i biglietti. 

Tutti quanti tirano fuori il rotolo di banconote. 

(…) Oggigiorno sembra che nessuno abbia meno di cento franchi, proprio nessuno. Gridano e protestano con il controllore.

Sono pieni di una vitalità grossolana, ma tanto grossolana!

Il tipo belloccio ha il panciotto con le maniche aperto e la camicia gli si è sbottonata.

A guardarlo di sfuggita, sembra che sotto porti la maglietta nera.

Poi improvvisamente, ci si accorge che sono i suoi peli.

Dentro la camicia è proprio nero, come una capra nera.

Ma c’è un abisso tra noi e loro. […]

[…] E così se ne stanno adagiati sui loro sedili, fanno un gioco, gridano e dormono, e si sistemano i lunghi berretti; e sputano.

C’è questo di straordinario in loro, che a quest’ora del giorno indossano ancora i lunghi berretti come parte del loro ineluttabile io.

È un segno di tenacia ostinata e potente.

Non hanno nessuna intenzione di farsi domare dalla consapevolezza del mondo.

Non vogliono indossare i banali abiti del mondo. 

Rozzi, vigorosi, decisi, persevereranno nella loro rozza, oscura stupidità e lasceranno che il grande mondo trovi la sua strada per il suo illuminato inferno.

(…) E non si può fare a meno di chiedersi se la Sardegna resisterà fino alla fine.

Le ultime ondate di illuminismo e unità mondiale si infrangeranno sopra di loro e spazzeranno via i loro berretti?

(…) Certamente c’è in atto una reazione, via dalla vecchia universalità, indietro, via dal cosmopolitismo e dall’internazionalismo.

(…) Siamo destinati a fonderci in una grigia omogeneità proletaria?

O stiamo per tornare indietro in comunità più o meno isolate, separate, provocatorie?

Probabilmente tutte e due le cose. (1921 globalizzazione ante litteram)

(…) Il movimento dell’ internazionale dei lavoratori alla fine interromperà il flusso verso il cosmopolitismo e l’assimilazione mondiale, e improvvisamente, con fragore, il mondo tornerà indietro verso profonde separazioni. 

È arrivato il momento in cui l’America, questa estremità della simulazione mondiale e dell’unicità mondiale, sta reagendo, tornando verso un violento egocentrismo, un vero egocentrismo amerindio.

È proprio certo, siamo alla vigilia dell’impero americano.

In quanto a me, ne sono contento. […]

[…] Sarò contento quando gli uomini odieranno i loro comuni abiti identici in tutto il mondo, quando se li strapperanno di dosso e si vestiranno fieri per la loro differenziazione, diversità selvaggia, una diversità selvaggia contro il resto del mondo strisciante. (una considerazione che anche io nel 2021 approvo e sottoscrivo) […]

[…] Ora stiamo arrancando tra i contrafforti del Gennargentu (Il Massiccio del Gennargentu è un’area montuosa di grande estensione situata nella zona centro-orientale della Sardegna, in provincia di Nuoro, comprendente le cime più elevate dell’isola. Geologicamente è un’antica formazione rocciosa, caratterizzata da montagne di altezza moderata e con vette a profilo rotondeggiante. La particolarità dell’ambiente e la presenza di specie endemiche, sia animali che vegetali). 

Non c’è una cima solitaria, un Etna della Sardegna. 

Il treno, come l’aratro, sta in bilico sui ripidi, ripidi fianchi dei contrafforti collinari e serpeggia tutto intorno. 

Sopra e sotto i ripidi pendii sono tutti boscosi. 

Questi sono i boschi del Gennargentu. 

Ma non sono nel senso che intendo io.

Sono piccole manciate di querce, castagni e sughere sui ripidi pendii delle colline. 

E le querce da sughero! 

Vedo curiosi, sottili alberi simili a querce, scortecciati al di sotto dei rami, che si ergono rosso-bruni, curiosamente evidenti in mezzo al pallore grigio bluastro degli altri. […]

[…] I braccianti stanno sprofondando nel sonno.

È pomeriggio inoltrato, abbiamo mangiato la nostra carne parecchio tempo fa.

Ora finiamo il panino bianco, il dono, e il tè. 

Improvvisamente guardando fuori dal finestrino, vediamo il massiccio del Gennargentu dietro di noi, un compatto gruppo di cime coperte di neve […]

[…] le stazioni sono distanti l’una dall’altra un’ora circa. 

Ah, come ci si stanca di questi viaggi che durano tanto. 

Guardiamo verso una vallata, a un tiro di schioppo, ma ahimé, il trenino non ha le ali e non può saltare.

Così la strada ferrata torna indietro, sempre più indietro verso il Gennargentu, una lunga la rocciosa, finché, finalmente, arriva all’imboccatura della povera valle.

E meticolosamente la evita e riparte, precipitandosi di nuovo sulle proprie tracce allegramente. […]

[…Queste valli del Gennargentu sono tutte semi popolate, più delle brughiere che stanno più a sud. 

Sono le tre passate e fa freddo dove non c’è il sole. 

Finalmente c’è solo un’altra stazione prima del capolinea. 

E qui i contadini si svegliano, si mettono le sacche rigonfie a tracolla e scendono.

Vediamo Tonara (vedi la mappa) lontana, in alto.

(…) arroccato, illuminato dal sole, un grosso paese che brilla come una Nuova Gerusalemme. […]

[…] Come al solito il treno ci lascia aspettare, e sposta i vagoni merci.

Acqua risuona nella valle: ci sono cataste di sughero alla stazione, e carbone. […]

[…] E finalmente ci muoviamo.

In un’ora arriveremo là.

Mentre viaggiamo tra i pendii alberati, molte sughere marroni, incontriamo un gregge di pecore.

Due contadini nella nostra carrozza che guardano fuori cominciano a lasciare le più bizzarre, innaturali, acute grida, completamente irriproducibili per un normale essere umano. 

Ma le pecore le conoscono e si sparpagliano. (…)

(…) È il più primitivo e più selvaggio richiamo da pastore e abbia mai udito. […]

[…] È sabato pomeriggio e sono le quattro.

Il paesaggio è incolto e disabitato, il treno quasi vuoto, eppure c’è nell’atmosfera la sensazione di fine del turno di lavoro.

Oh tortuosi, boscosi ripidi pendii, o fuggevoli apparizioni del Gennargentu

(…) oh odore di contadini, oh uggiosa carrozza ferroviaria di legno, siamo così stufi di tutti voi! 

Già quasi sette ore di questo viaggio, e una distanza di sole settanta miglia. 

Ma siamo quasi arrivati; guarda, guarda, Sorgono, meravigliosamente appollaiata tra i pendii boscosi là davanti.

Oh magica, piccola città. 

Ah, tu capolinea e ganglio delle strade interne, confidiamo in te per una piacevole locanda e un’allegra compagnia. 

Forse ci fermeremo per un giorno o due a Sorgono. 

Il treno esala un ultimo sospiro e si trascina per l’ultima fermata nella minuscola stazione al capolinea. […]

[…] Graziosa Sorgono!

Mentre scendevamo giù per il corto viottolo fangoso che circondato di siepi, verso la strada principale del paese, ci sembrava quasi di essere arrivati in qualche piccola cittadina inglese dell’ovest, o nella campagna di Hardy. […]

Sòrgono comune collinare a 700 m slm nella provincia di Nuoro, posto nel centro geografico dell’isola, è il capoluogo storico di mandamento della subregione del Mandrolisai, i cui abitanti sono detti Sorgonesi in italiano e Sorgonesos in sardo. 

Il territorio, ricco di boschi di sughere, prati a pascolo e di sorgenti d’acqua, presenta un profilo geometrico irregolare, con variazioni altimetriche molto accentuate, che vanno da un minimo di 345 a un massimo di 1.000 metri sul livello del mare. L’abitato si estende in una vallata, a ridosso della montagna. 

È situato nella parte centrale della provincia, sull’altopiano Mandrolisai dei monti Gennargentu.

È raggiungibile mediante la strada statale n. 128 Centrale Sarda, il cui tracciato ne attraversa il territorio.

Nel suo territorio si trovano due evidenze storiche: una è il Santuario campestre di San Mauro, uno dei più estesi santuari campestri della Sardegna, con il rosone più grande dell’isola e i 200 menhir di Biru ‘e Concas che costituiscono un importantissimo sito archeologico. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] In tre minuti arrivammo alla strada principale è un grande edificio rosa sbiadito, proprio sulla strada, di faccia al sentiero della stazione, con un’insegna a lettere enormi: RISTORANTE RISVEGLIO.

La lettera N scritta al contrario. 

Risveglio se non vi piace, che significa svegliarsi, alzarsi

(…) «Un momento», dissi io. 

«Dov’è l’albergo d’Italia?». 

Mi basavo sul Baedeker (Guida tascabile per turisti, assunse tale e tanta fama e credibilità che vi si trova la citazione: «i re e i governi possono sbagliare, ma mai il signor Badeker»). 

«Non c’è più», rispose il mio straccione piumato. 

«Non c’è più». 

Questa risposta, così frequente oggi, è sempre molto sconcertante. 

«D’accordo, c’è un altro albergo allora?».

«Nessun’altro». 

Risveglio o niente. 

Entriamo. 

Passiamo attraverso un grande bar squallido, dove innumerevoli bottiglie stanno dietro a un balcone di metallo.

(…) finalmente appare il mio oste, un uomo giovane di tipo eschimese, ma più grosso

(…) un gilè a coda di rondine che ricorda una giacca da sera e numerose macchie di vino sullo sparato della camicia. 

Lo detestai all’istante per questo aspetto sudicio.

Aveva un cappello malconcio e la faccia non lavata da molto tempo.

(Quello che segue è un’irritata e mortificante narrazione di Sòrgono ad iniziare dalla bettola che si sarebbe voluta fregiare del nome di albergo)

C’era una camera? 

Sì.

E ci fece strada giù per un andito, sporco come la strada di fuori, e su per le cupe scale di legno, anch’esse pulite quanto l’andito, lungo un corridoio buio, che rimbombava come un tamburo e sporco, fino a una camera. 

Conteneva un grande letto, sottile e piatto con il copriletto grigiastro, simile a una larga, povera tomba ricoperta da una lastra di marmo, nel sordido vuoto della stanza: una sedia cadente su cui era appoggiato il più miserabile mozzicone di candela che abbia mai visto: un lavamano rotto su un cerchio di metallo: e un vaso da notte così sudicio che si volgeva velocemente lo sguardo dall’altra parte: e per il resto, una distesa di pavimento di legno, di un grigio-nero che più sporco di così non poteva essere, e una distesa di muri segnati dalle morti cruente delle zanzare. La finestra era circa due piedi sopra il livello di una specie di stalla all’esterno, e con un pollaio proprio vicino al telaio della finestra. 

Intorno alla finestra svolazzavano piume pidocchiose e paglia sporca, il terreno era ricoperto di sterco di galline. 

Un asino e due buoi masticavano comodamente fieno in una baracca aperta proprio di fronte, e grasso in mezzo al cortile se ne stava steso un ispido maiale nero che prendeva l’ultimo sole.

Gli odori naturalmente erano dei più vari. 

Lo zaino e il cucinotto furono abbandonati sul ripugnante pavimento, che odiavo toccare anche solo con le scarpe. 

Rivoltai le lenzuola e guardai lo sporco di altra gente. 

«Non c’è nient’altro?». 

«Niente» disse l’uomo con la liscia fronte bassa e la disgustosa camicia. 

E se ne andò scontroso.

(…) «Che porco maiale disgustoso!».

Gli avrei potuto perdonare qualsiasi cosa, credo, tranne quella sua orribile camicia, quella sua personale spudoratezza. 

Demmo un’occhiata in giro, vedemmo altre camere da letto, alcune peggiori, una decisamente meglio. 

Ma questa mostrava segni di essere occupata. 

Tutte le porte erano aperte: il posto era completamente deserto e aperto sulla strada. 

L’unica cosa che sembrava certa era l’onestà.

Doveva essere un posto molto onesto, perché qualunque cosa potesse camminare, uomo o animale, poteva entrare casualmente e nessuno ci avrebbe fatto minimamente caso.

Così scendemmo da basso. 

L’unica altra stanza era il bar aperto, che sembrava quasi far parte della strada. 

Un mulattiere, lasciato i muli nell’angolo del Risveglio, stava bevendo al banco. 

Questa famosa locanda si trovava alla fine del paese. 

Ci incamminiamo per la strada, tra le case, in discesa. 

Un buco deprimente! 

Un paese freddo, senza speranza, senza vita, in uno stanco pomeriggio di sabato, piuttosto sordido, con niente da dire in suo favore. 

Non c’era un solo vero negozio.

La stanca chiesa, e un pugno di case sconsolate. 

Attraversammo tutto il paese. 

Al centro c’era una specie di spazio aperto con una grande corriera grigia nel mezzo.

E un autista dall’aspetto stanco. 

Dove andava l’autobus? 

Raggiungeva la ferrovia principale. 

Quando?

Alle sette e mezzo del mattino. 

Slo allora? 

Solo allora. 

«Grazie al cielo in qualche modo possiamo andarcene», dissi.

Andammo oltre ed emergemmo dall’altra parte del paese sempre sulla grande strada principale in discesa, rappezzata qua e là con delle pietre. 

Non era abbastanza buona.

Inoltre, non eravamo al sole, ed essendo il posto ad una considerevole altitudine, faceva molto freddo.  […]

[…] Salimmo per una stradina laterale, dietro un gruppo di case povere, verso un ripido viottolo tra terrapieni. 

E prima di sapere dove ci trovavamo, ci ritrovammo nel bel mezzo del gabinetto pubblico: usando quel termine come eufemismo di latrina.

Sapevo che in questi paesini i gabinetti non ci sono per niente: nessun tipo di impianto sanitario. 

Ogni paesano, uomo-donna, al bisogno si recava semplicemente in una di queste stradine laterali e si alleggeriva. 

Perché preoccuparsi dei gabinetti?

(…) Ci ritrovammo proprio nel bel mezzo di uno di questi posti di raduno. 

Fuggire ad ogni costo! 

Così fino ci inerpicammo veloci su per i ripidi terrapieni fino a un campo di stoppie più in alto.

E a questo punto ero ancora più infuriato.

(…) Sotto di noi stava raggruppato questa mela marcia di paese ripugnante. 

Tutt’intorno belle colline coperte di alberi e valli, già bluastre per le ombre cariche di brina. […]

[…] Non si può negare che fosse splendido, con i pendii ricoperti di querce e la malinconia e un sentimento remoto di solitudine di sera.

Ma ero troppo infuriato per ammetterlo. 

Ci incamminammo frenetici, per riscaldarci.

[…] Il paese cominciò a emettere fumo di legna bluastro e assomigliava sempre di più alla campagna dell’Inghilterra occidentale nell’ora del crepuscolo. 

Ma grazie tante, dovevamo tornare indietro. 

E passare sotto il fuoco incrociato di quel puzzolente viottolo?

Mai.

Sconvolto dalla rabbia, irragionevole, ma che volete farci, spinsi l’ape regina giù per un pendio (…) fino alla grande strada sopra il paese e sopra la locanda. […]

[…] Arrivarono quattro mucche con gli occhi spalancati che scesero per la collina dietro la curva e tre delicate, meravigliose pecore merino che ci fissarono con i loro prominenti e curiosi occhi dorati; arrivò un vecchio, vecchissimo uomo con un bastone; (…)

(…) arrivarono disordinatamente delle capre, vigili e trionfanti, dalle corna lunghe, a pelo lungo, coi campanelli tintinnanti.

(…) e tutto si arrestò all’angolo del Risveglio, mentre gli uomini si facevano un cicchetto. 

Attaccai di nuovo petto macchiato. 

Potevo avere del latte? 

No. Forse tra un’ora ci sarebbe stato del latte. Forse no. 

C’era niente da mangiare?

No. Alle sette e trenta ci sarebbe stato qualcosa da mangiare.

C’era un fuoco? 

No. L’uomo non l’aveva fatto.

Niente da fare se non andarsene in quella disgustosa stanza o camminare per ls strada principale. […]

[…] Arrivammo in un posto che non riuscimmo a riconoscere; poi vedemmo che era una tettoia per il sughero.

C’erano cataste e cataste di corteccia di sughere nella penombra, come pelli raggrinzite. […]

L’ape regina ce l’aveva con me per la mia rabbia. 

«Perché sei così indignato?

(…) Pietrifichi quell’uomo alla locanda col tuo modo di parlargli, un tale biasimo! Perché non lo prendi così come viene? 

Tutto è vita». 

Ma no, la mia è una rabbia cieca, cieca, cieca.

Il perché, solo il cielo lo sa.

Ma credo che sia perché Sorgono mi era sembrata così affascinante prima, quando me la immaginavo. 

Oh così affascinante! 

Se non mi fossi aspettato nulla, non ne sarei rimasto così urtato. 

Beato chi non si aspetta nulla perché non rimarrà deluso. […]

[…] Nel bar una candela miserabile sgocciolava la sua luce, uomini tetri, impacciati, bevevano il loro goccio del sabato sera, prima del rientro.

Le bestie languivano per la strada, nell’aria fredda, come senza speranza. […]

[…] Sì, adesso c’era la stanza. 

Adesso!

Prendendo l’unico mozzicone di candela e lasciando i bevitori al buio, ci condusse giù per un oscuro sconnesso corridoio in terra battuta, su pietre traballanti e un’asse storta, come se fosse sotto terra, fino alla stanza.

La stanza! 

Era buio pesto, ma improvvisamente vidi un grande fuoco di radici di quercia, fuoco brillante, ricco, fiammeggiante, e in quell’istante la mia rabbia svanì. […] 

[…] Alla luce del fuoco, vedemmo la stanza.

Era come una prigione sotterranea, completamente vuota, con uno sconnesso pavimento in terra battuta, asciutto, e alti muri nudi, tetri, con una finestra grande una spanna su in alto.

Non c’era neanche un mobile, tranne una piccola panca di legno, alta non più di un piede, davanti al fuoco, e diversi stuoini di giunchi, che sembravano fatti a mano, arrotolati e appoggiati contro il muro.

E poi una sedia davanti al fuoco sulla quale erano appesi tovaglioli bagnati. 

A parte questo, era un’altra, scura, nuda prigione sotterranea. […]

[…] L’uomo può vivere senza cibo, ma non può vivere senza fuoco.

È un proverbio italiano. […]

[…] Apparve una donna giovane

(…) Aveva la testa avviluppata in uno scialle, un’estremità del quale era tenuto sopra la bocca così che ne emergevano solo gli occhi e il naso.

L’ape regina pensò che avesse mal di denti, ma lei rise e disse no.

In realtà quello è il modo in cui in Sardegna si porta il copricapo, addirittura da entrambi i sessi.

È un po’ come si piega il burnus degli arabi (Il Burnus o Aselham è l’ampio mantello con cappuccio di lana, perlopiù bianco, che costituisce l’elemento più tipico dell’abbigliamento maschile nell’Africa del Nord; Alcuni dicono il nome deriva dal latino byrrus, che designava appunto un ampio mantello da portare sopra gli abiti).

Il fatto essenziale sembra essere che bocca e mento siano completamente coperti, e così le orecchie e la fronte, lasciando scoperti solo il naso e gli occhi.

Dicono che tiene lontano la malaria. 

Gli uomini si avvolgono uno scialle attorno alla testa allo stesso modo.

A me sembra che vogliano tenersi la testa al caldo, oscura e nascosta: si sentono più sicuri, lì dentro. […]

(Dopo aver lungamente illustrato con dovizia di particolari e dialoghi, la scena della cottura di un capretto sul fuoco del camino)

[…] (l’impertinente girovago) «E allora, quali sono i suoi affari? Che affari fa?». […]

[…] «Io non vendo niente», replicai, ridendo al pensiero che ci avesse presi per una specie di ciarlatani ambulanti o commessi viaggiatori.

(…) «Ma proprio nulla. Nulla», dissi.

«Siamo venuti in Sardegna per vedere i costumi dei contadini».

Pensavo che la cosa potesse essere convincente.

«Ah, i costumi!», disse lui, evidentemente convinto che io fossi un tipo astuto. […]

[…] «Domani c’è la festa di Sant’Antonio a Tonara.

Domani andiamo a Tonara. 

Voi, dove andate?» 

«Ad Abbasanta», dissi.

«Ad Abbasanta! 

Dovreste venire a Tonara.

A Tonara gli affari sono buoni, e ci sono i costumi.» […]

[…] «Venite!», disse.

«Tonara vi piacerà! 

Tonara è un bel posto.

C’è una locanda, potete mangiare bene, dormire bene.

(…) E allora, venite a Tonara.

[…] «Dormite di sopra?», mi chiese.

Annuii. 

«Questo è il mio letto», disse prendendo una delle stuoie fatte in casa dal muro.

Non lo presi affatto sul serio. 

«Li fanno a Sorgono?», dissi.

«Sì, a Sorgono. Sono i letti, capite? 

Voi arrotolate un po’ questa estremità, così! 

E questo è il cuscino».

Inclinò la testa da un lato. 

«Non dice su serio», dissi. […]

[…] Proprio mentre l’ape regina stava sviluppando di nuovo quell’ira che io avevo appena calmato, apparve la ragazza avvolta nello scialle per annunciare «Pronto!».

«Pronto! Pronto!», dissero tutti. 

«Ed era ora», disse l’ape regina, alzandosi di scatto dalla bassa panca davanti al fuoco.

«Dove mangiamo? C’è un’altra stanza?».

«Sei un’altra stanza, signora» disse il carabiniere. […]

[…] Ci ritrovammo in una sala da pranzo con una lunga tavola bianca e piatti fondi messi capovolti, fredda come una tomba, illuminata da una fiamma di acetilene. […]

[…] La damigella sciallata entrò con l’inevitabile zuppiera di minestrone, una minestra di verza e cavolfiore e altre cose. 

Ci servimmo, e il grasso carabiniere iniziò la conversazione con le solite domande … e domani, dove volevamo andare?

Chiesi notizie degli autobus.

Allora il giovanotto con gli occhi stanchi e l’aspetto responsabile mi disse che lui era l’autista. […]

[…] Ripeterono quello che aveva detto il vecchio arrostitore (riferendosi al vecchio che lungamente ha arrostito un capretto girandolo pazientemente al fuoco del camino): molto meglio per noi andare a Nuoro che ad Abbasanta.

Così decidemmo di andare a Nuoro, partendo alle nove e mezza del mattino.

Un giorno sì e uno no, l’autista e il suo compagno passavano la notte in questa tenebrosa locanda del Risveglio. 

Quella che avevamo visto doveva essere la loro stanza, pulita e ordinata. 

Chiesi se il cibo era sempre così in ritardo, se le cose andavano sempre così male come oggi. 

Sempre, se non peggio, risposero, senza darci peso, con un umorismo sarcastico contro il Risveglio. 

Si trascorreva tutta la vita al Risveglio seduti, e tanto, diventando un blocco di ghiaccio, a meno che non ci si adattasse a bere aqua vitae, come quelli di sotto.

L’autista fece un cenno con la testa verso la prigione (riferendosi alla cantina buia col camino). […]

[…] Per quanto riguarda la locanda, sì, era davvero molto scadente. 

Era piuttosto buona, quando c’erano i precedenti proprietari. 

Ma ora … scrollarono le spalle. 

Camicia sporca e la ragazza con lo scialle non erano i proprietari.

Erano soltanto i gestori dell’albergo: e qui un sarcastico storcimento di labbra. 

Il padrone era un uomo del paese, un uomo giovane. […]

[…] Ah ma, dice piccolo bigliettaio scuro, con il suo piccolo volto scuro, greco, non bisogna avercela con loro.

Vero, la locanda era molto scadente. 

Molto scadente, ma bisogna compatirli, perché sono solo ignoranti. 

Poveracci, sono ignoranti! 

Perché arrabbiarsi?

(Qui viene fuori la critica straniera alle cattive abitudini e all’indole degli italiani)

E qui venne fuori il moderno spirito italiano: l’infinita pietà per chi è ignorante.

Ma è solo negligenza.

La pietà rende gli ignoranti più ignoranti, e rende il Risveglio ogni giorno più impossibile.

(…) Quello di cui hanno bisogno non è pietà ma incitamenti, loro e tutta la miriade dei loro simili. […]

[…] La ragazza con lo scialle apparve con un piatto di capretto. 

Non c’è bisogno di dirlo, gli ignoranti si erano tenuti le parti migliori per se.

Ciò che arrivò erano cinque pezzi di arrosto freddo, uno per ciascuno. 

Il mio era una specie di grande pettine di costole con una sottile ragnatela di carne: forse una ventina di grammi.

Questo fu tutto ciò che ricevemmo, dopo aver osservato tutto il procedimento (si riferisce al fatto che, come raccontato, davanti al camino per riscaldarsi aveva assistito a tutta la cottura del capretto dall’inizio alla fine). 

Poi c’era anche un piatto di cavolfiore bollito, puzzolente (ma, come sappiamo, non potrebbe essere altrimenti, il forte odore emanato dal cavolfiore è sua caratteristica), che si mangiava col pane scadente solo per fame. […]

(Occupazione, disoccupazione e abbandono delle terre)

[…] L’autista, l’unico con un’anima coscienziosa, parlava dei sardi.

Ah i sardi!

Erano senza speranza. 

Perché? 

Perché non sapevano scioperare. 

Anche loro erano ignoranti. 

Ma lui trovava questa forma di ignoranza più irritante.

Semplicemente non sapevano che cosa fosse uno sciopero. 

Se un giorno gli offrite dieci franchi per un lavoro…

(…) No, no, no, loro non gli accetterebbero, vorrebbero due franchi.

Andate da loro il giorno dopo e offritegli quattro franchi per mezzo lavoretto e, sì, sì, sì, quelli accettano. 

Ecco com’erano: ignoranti, sardi ignoranti. […]

[…] Parlammo della terra.

La guerra aveva praticamente privato a Sardegna di tutto il suo bestiame: così dissero loro.

Ed ora la campagna viene abbandonata, la terra arabile sta ritornando incolta. Perché? Perché! Dice l’autista. 

Perché i proprietari terrieri non vogliono spendere il capitale. 

Tengono il capitale sotto chiave, e la terra è morta. 

Trovano che costa meno lasciare che tutta la terra arabile torni incolta, e allevare pochi capi di bestiame, piuttosto che pagare salari alti, coltivare grano e ricavare pochi i profitti. 

Sì, si intromette il carabiniere, e anche contadini non vogliono più lavorare la terra.

Odiano la terra. 

Farebbero qualunque cosa per andarsene dalla terra.

Vogliono salari regolari, un orario corto e che il diavolo si porti tutto il resto. 

Così vanno in Francia a centinaia, come manovali.

Si accalcano a Roma, assediano uffici del lavoro, sono disposti a fare questo finto lavoro di manovali per il Governo a cinque miserabili franchi al giorno (un manovratore di scambi ferroviari prende almeno diciotto franchi al giorno), qualunque cosa, qualunque cosa pur di non lavorare la terra. 

Sì, che cosa fa il governo! 

Replica l’autista. 

Fanno a pezzi le strade pur di trovare un lavoro per disoccupati, e le ricostruiscono attraverso la campagna. 

Ma in Sardegna, dove strade e ponti mancano completamente, faranno qualcosa? No! […]

[…] Poiché non abbiamo sigarette, l’autista e il suo compagno insistono perché prendiamo le loro: le amatissime Macedonia. 

L’autista dice che sono squisitissime, così squisite che tutti gli stranieri le vogliono.

In realtà credo che le esportino in Germania adesso.

E sono abbastanza buone, quando il tabacco c’è davvero.

Di solito sono dei tubi di carta vuoti che vi fanno solo una fiammata sotto il naso e sono finiti.

Decidiamo di farci un giro di bevute: loro scelgono la preziosa aqua vitae, del tipo chiaro, credo.

(…) E sa di petrolio dolcificato, con un pizzico di anice, ripugnante. 

La maggior parte dei liquori italiani oggi sono dolci e ripugnanti.

Finalmente ci alziamo per andare a letto. […]

[…] Ah la ripugnante camera da letto.

L’ape regina si avvolge la testa in un bianco fazzoletto pulito, per evitare il contatto con quel cuscino disgustoso. […]

[…] È mattina.

Con cautela mi lavo un po’ nel lavamano rotto

(…) L’ape regina si accontenta di una strofinata asciutta. 

E scendiamo di sotto, sperando nel latte della notte prima. […]

[…] Così ritorniamo verso il bar. […]

[…] C’è del caffè? 

No, non c’è caffè.

Perché? 

Perché non riescono a procurarsi lo zucchero. 

Ah! Ride il contadino che beve aqua vitae.

Fate il caffè con lo zucchero! 

Qui, dico, lo fanno con niente. 

C’è del latte? 

No.

Per niente? 

No.

Perché no? 

Perché nessuno porta. 

Sì, sì, il latte c’è se se lo vogliono procurare, interviene il contadino.

(…) La rabbia di ieri improvvisamente ingigantisce dentro di me, fin quasi a soffocarmi. […]

(Ora il vaso è colmo e il compassato ma irritato inglese perde la pazienza)

[…] «Perché», dico, scivolando nella retorica italiana, «perché tenete una locanda?

Perché scrivete la parola ristorante a lettere cubitali, quando non avete niente da offrire alla gente, e neanche avete l’intenzione di avere qualcosa. 

Perché avete l’impudenza di ospitare viaggiatori? 

Cosa vuol dire, questa è una locanda? 

Dite, che cosa vuol dire? 

Allora, rispondete, cosa vuol dire? 

Che cosa vuol dire quel Ristorante Risveglio scritto così grande?». 

Dopo questa tirata senza riprendere fiato, la mia indignazione quasi mi soffocava.

Quello della camicia (sporca) non disse proprio niente. 

Il contadino rise.

Io chiesi il conto.

Faceva venticinque franchi e rotti. 

Raccolti fino all’ultimo centesimo di resto.

«Non lasci neanche una mancia?», chiede l’ape regina. 

«La mancia!?», dico, senza parole. […]

[…] Poi, zaino in spalla, mi faccio strada fuori del Risveglio.

È domenica mattina. (…)

(…) Marciamo verso lo slargo dove sta la corriera: spero che non abbiano l’impudenza di chiamarlo piazza. […]

[…] Ci sono degli uomini lì attorno, con le mani in tasca, almeno quelli che non indossano il costume.

Alcuni sono in bianco e nero. 

Tutti hanno il berretto a calza.

E tutti hanno l’ampio sparato bianco e loro panciotti sono proprio come il gilet di un vestito da sera.

Immaginatevi uno di questi morbidi sparati bianchi ben sbavato, e avrete il mio oste al Risveglio. 

Ma questi uomini indolenti, statici, sono sparato bianco, sono puliti come la neve, perché è domenica mattina. 

Fumano la pipa nell’aria gelida e non sono particolarmente amichevoli.

La corriera parte alle nove e trenta.

Il campanile sta battendo le nove. […]

[…] troviamo un negozietto e ci procuriamo biscotti e sigarette. 

Ritroviamo i nostri amici, gli uomini della corriera. 

Stamattina sono timidi. 

Sono pronti quando vogliamo.

Così saliamo gioiosamente per lasciare Sorgono.

Una cosa devo dire in suo favore, deve essere un posto onesto, perché la gente lascia gli zaini in giro senza problemi (questa è l’unico appunto positivo che già aveva espresso al suo arrivo, notando che le porte venivano lasciate aperte).

E partiamo, su per la strada.

Solo per fermarci, ahimè, al Risveglio.

(…) C’è quasi una folla davanti alle squallida entrada della locanda.

È un bel gruppetto di gente che deve salire in seconda classe, dietro di noi.

Aspettiamo e aspettiamo.

Poi si arrampica dentro un vecchio contadino, col costume bianco e nero, sorridendo in quel modo compiaciuto, innocente che hanno i vecchi.

Dietro di lui entra un giovanotto dal viso fresco con una valigia. 

«Ecco!», disse giovanotto. 

«Ora sei sull’automobile». 

E il vecchio si guarda intorno con quel sorriso meravigliato, vuoto, innocente. 

«Si sta bene qui, eh?», insiste il giovane cittadino, condiscendente. 

Ma il vecchio è troppo eccitato per rispondere. 

Guarda di qua e di là.

Poi improvvisamente ricorda che aveva un pacco, e lo cerca spaventato. 

Il giovanotto dal volto allegro lo tira su dal pavimento e glielo porge. 

Ah, va tutto bene. […]

[…] E così, tra un sobbalzo e uno scossone, partiamo in salita. 

«Ehi! Cos’è stato?», chiese il contadino, spaventato. 

«Stiamo partendo», spiegò il giovanotto dal volto allegro. 

«Partendo? Non eravamo già partiti?».

Volto allegro ride, compiaciuto.

«No», dice, «credevi che fossimo partiti fin da quando sei entrato?».

«Si», dice il vecchio, semplicemente «da quando la porta si è chiusa». […]

(Continua il viaggio, vai a Verso Nuoro)

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