Mare e Sardegna – Verso Nuoro


Capitolo 6 – Verso Nuoro

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sardegna: Sòrgono – Tonara – Gavoi – Nuoro

SINOSSI

Continuiamo a viaggiare assieme a Lawrence e alla moglie Frieda, l’ape regina come la chiama lo scrittore; si parte con la corriera da Sòrgono per raggiungere Nuoro, per altre 31 pagine di diario.

Il capitolo inizia con una meravigliosa ode alle nostre strade italiane (con un appunto già nel 1921 alla manutenzione del fondo), alla comodità delle corriere e alle capacità di guida degli autisti, ma anche alle strade ferrate.

Continua col racconto del viaggio in corriera, con la solita dovizia di particolari dentro e fuori la stessa, fino a raggiungere la prima tappa nel paese di Tonara, in cui si imbattono in una processione per la festa di Sant’Antonio da Padova, dove Lawrence sfoga tutta la sua curiosità e narrazione dei vestiti tipici di cui il borgo è famoso ancora oggi.

Il viaggio continua con varie fermate in altri paesi, e più ci si avvicina a Nuoro, più i paesi diventano civilizzati; inoltre, Lawrence nota che ci sia differenza tra la solarità dei luoghi arroccati, posti in alto e l’ombra di quelli in valle, posizione che si riflette anche sull’indole degli abitanti. 

Arrivato a Gavoi, tappa di metà percorso, ha subito una tale buona impressione che ben lo dispone in tutti i rapporti umani, tanto che durante il pranzo presso il ristorante locale ha parole di apprezzamento nei confronti dei commensali, apprezzandone la buona educazione nella semplicità, fino ad arrivare a dichiarare «Io li trovai quasi le uniche persone bene educate che avessi incontrato» aggiungendo «nei nostri amici della corriera, alberga ancora la famosa ospitalità e generosità Sarda».

Bella le sue considerazioni sulla nascita del genius loci e dell’identità territoriale materiale e immateriale italiana e la dichiarazione d’amore per l’Italia e delle motivazioni che muovono i viaggiatori del Grand Tour.

Ma il viaggio continua perché la tappa finale è Nuoro.

Tra gli altri incontri fatti sulla corriera, un gustoso racconto narrato con una punta di malizia è quello dedicato a una giovane sposina con marito geloso, in cui si intravede la vena narrativa dell’autore del futuro romanzo de “l’amante di Lady Chatterley

I nostri due viaggiatori arrivano finalmente – come dice Lawrence spossato dal viaggio – a Nuoro, in pieno carnevale, il che lo appassiona soddisfacendo la sua curiosità per i costumi.

Ovunque vada Lawrence ha da lamentarsi degli alberghi, ma ancor di più del cibo, e anche a Nuoro, sebbene l’albergo sia appena sopra la media, il cibo è scarso e criticabile.

La narrazione di Lawrence, talvolta fa pensare che gli manchi solo una macchina fotografica per poter fissare le immagini che gli scorrono davanti.

Ama le scene di massa ma anche personaggi singoli e coppie, che descrive come sceneggiature di pièce teatrali.

La sua scrittura, infatti, è evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, continua a raccontare ogni sensazione e atmosfera, considerazioni, divertenti scenette, ambienti, luoghi, paesaggi, passo passo, momento per momento ogni momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente. [clicca qui per acquistare l’e-Book]

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 137 a 168 (ascolta il podcast qui sotto)

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PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

Queste corriere in Italia sono splendide. 

Prendono le strade ripide, tortuose, con tale facilità, sembra che vadano con tale naturalezza. 

E questa era anche comoda. 

Le strade italiane mi colpiscono sempre. 

Corrono intrepide per le regioni più scoscese, e con una curiosa sicurezza. […]

[…] Vanno su e giù, si spenzolano in fuori con assurdo sangue freddo.

Sembra che non ci sia stato nessuno sforzo nella loro costruzione. 

Sono così buone, in modo naturale, che si nota a stento quali splendide imprese rappresentino. 

Naturalmente, oggi il fondo è spesso intollerabilmente rovinato. 

E sono quasi tutte strade che, abbandonate per una decina d’anni, andranno in rovina. 

Perché sono tagliate attraverso rocce a picco e scavate nei fianchi delle colline. 

Ma penso che sia meraviglioso il modo in cui gli italiani sono penetrati in tutte le loro inaccessibili regioni, di cui ne hanno così tante, con grandi strade: e come su queste strade oggi le corriere mantengono comunicazioni perfette. 

Questa terra scoscesa, intricata di dirupi, è completamente percorsa da strade. Sembra esserci una passione per le strade e le comunicazioni continue. 

In questo gli italiani hanno un vero istinto da romani (antichi romani), adesso.

(…) Anche le ferrovie trapassano la roccia per miglia e miglia, e nessuno ci fa caso.

La ferrovia costiera della Calabria, fino a Reggio, ci farebbe uscire gli occhi dalle orbite se ne avessimo in Inghilterra. 

Invece qui è una cosa naturale. 

Allo stesso modo ho sempre una profonda ammirazione per la loro maniera di guidare, che sia una grande corriera o un’automobile. 

Sembra tutto così facile, come se l’uomo fosse parte della macchina. […]

[…] Tutti i contadini hanno una vera passione per le strade maestre. 

Vogliono che la loro terra si dischiuda, si dischiuda.

Sembra che odino l’antico isolamento italiano. 

Vogliono tutti essere in grado di uscire da un momento all’altro, andarsene, veloci, veloci. 

Un paese che sia due a due miglia dalla strada maestra, anche se è arroccato su di un picco come il nido di un falco, continua a seccare perché la strada maestra arrivi fin lassù, e insiste e infastidisce per avere la coincidenza giornaliera della corriera con la stazione. […]

(Una profezia e una speranza) […] Eppure la massicciata di quasi ogni tratto ferroviario sta cadendo in rovina; le strade sono scioccanti. […]

[…] La meravigliosa apertura, meraviglia rivelata della terra finirà col crollare quasi subito, e i luoghi remoti ricadranno nuovamente nella inaccessibilità? 

Chi lo sa! 

Io qua chi lo spero. […]

(Ottime considerazioni sulla nascita del genius loci e dell’identità territoriale materiale e immateriale italiana) […] Si comincia a comprendere quanto sia vecchia la vera Italia, quanto stretta dall’uomo e quanto avvizzita. […]

[…] Qui da secoli interminabili l’uomo ha domato gli impossibili fianchi della montagna, trasformandoli in terrazzamenti, ha scavato la roccia, ha nutrito le sue pecore tra boschi radi, ha tagliato i suoi rami e bruciato il suo carbone, è stato mezzo civilizzato anche nei luoghi più inaccessibili. 

Questo è ciò che più attrae nei luoghi remoti, gli Abruzzi, per esempio. 

La vita è così primitiva, così pagana, così straordinariamente barbara e semi-selvaggia. 

Eppure è vita umana. 

E la campagna più selvaggia è semi-civilizzata, semi-domata. 

Tutto è consapevole.

Ovunque ci si trova in Italia, o si è consapevoli del presente, o delle influenze medievali, oppure dei lontani, misteriosi dèi del Mediterraneo.

Ovunque ci si trovi, quel luogo ha il suo genio consapevole. 

L’uomo è vissuto là e vi ha elaborato la sua consapevolezza e, in qualche modo, ha portato il luogo alla consapevolezza, gli ha dato la sua espressione e, in verità, lo ha completato. […]

(Dichiarazione d’amore per l’Italia e delle motivazioni che muovono i viaggiatori del Grand Tour) […] La terra e stata umanizzata completamente: e noi portiamo i risultati di questa manifestazione nella nostra consapevolezza intessuta. 

Così che per noi andare in Italia e penetrare in Italia è come il più affascinante atto di riscoperta di noi stessi, indietro, indietro, per i vecchi sentieri del tempo. 

Strani e magnifici accordi che risvegliano in noi, e vibrano di nuovo dopo molte centinaia di anni di completo oblio. […]

(L’importanza della storia per una vita consapevole) […] La vita non era solo un processo di riscoperta a ritroso.

È anche quello: e lo è intensamente. 

L’Italia mi ha restituito un non so che di me stesso, ma molto, molto. 

Ha trovato per me tante cose che erano perdute […]

[…] Ma questa mattina sulla corriera comprendo che, a parte la grande riscoperta a ritroso, che si deve fare prima di essere affatto completi, c’è un movimento in avanti. 

Ci sono terre sconosciute, non esaurite, dove il sale non ha perso il suo sapore.

Ma prima bisogna essersi perfezionati nel grande passato. […]

[…] Se si viaggia si mangia. […]

[…] il vecchio volto che sorrideva stupito di sotto il vecchio berretto a calza, malgrado stesse andando solo a Tonara, a sette, otto miglia di distanza, cominciò a sbucciarsi un uovo sodo che aveva tirato fuori dal suo pacco.

Con spreco tranquillo, tolse via la maggior parte del bianco dell’uovo insieme al guscio, perché veniva via così. 

Il cittadino di Nuoro, perché tale era il giovanotto dal volto vivace, gli disse: «Ma guarda come lo sprechi».

«Ah!», disse il vecchio contadino con un incurante, indifferente cenno della mano.

Cosa gliene importava dello spreco dal momento che era en voyage e per la prima volta in vita sua viaggiava su una corriera. […]

[…] Scendemmo in una profonda valle stretta verso il nodo stradale e il posto di ristoro, poi di nuovo su, sempre più su, dritti verso Tonara, il paese che avevamo visto ieri nel sole. […]

TONARA è un comune della provincia di Nuoro in Sardegna, i cui abitanti sono detti Tonaresi in italiano e Tonaresos in sardo.

A 910 metri sul livello del mare, è un centro di villeggiatura del Gennargentu, circondato da castagneti e noccioleti; si è formato per l’unione dei tre nuclei storicamente distinti gli Arasulè, Tòneri e Teliseri, più un quarto, Ilalà, abbandonato ai primi del 1900. 

Il paese è noto per la produzione artigianale del torrone, iniziata nel 1600 con l’occupazione spagnola essendo gli spagnoli grandi produttori di questo dolce; non avendo però zucchero disponibile a Tonara, venne utilizzato il miele, caratteristica vincente di questo torrone. 

Negli ultimi anni il commercio del torrone sta superando quello che è il mercato dell’Isola per approdare in varie regioni Italiane. 

Un’altra produzione tipica, antica e soggetta ad esportazione, è quella dei campanacci per mucche e pecore.

Discreto lo sfruttamento del patrimonio forestale che è rivolto principalmente alla produzione di legna da ardere e in piccola parte legname da opera artigianale il castagno. 

Irrisorio, invece, al confronto degli altri comuni sardi, l’apporto economico dell’allevamento. 

A Tonara si sta anche sviluppando il turismo montano, che in Sardegna non ha mai goduto di grosse fortune.

Fra i comuni più alti della Sardegna, è situato nella regione del Mandrolisai, circondato da boschi di lecci, querce, castagneti e noccioleti nel fondovalle, è uno dei comuni più “verdi” della Sardegna, ricco di acque e sorgenti perenni anche se nessuna di grossa portata, tutte tributarie del fiume Tirso.

Come testimoniato da Lawrence, quelli di Tonara sono i più bei costumi della Sardegna (clicca per andare all’elenco dei costumi tradizionali) (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] E lì davanti a noi vedemmo un luccichio bianco e scarlatto. 

Si muoveva pianissimo.

Era una processione lontana, figure scarlatte di donne e una immagine alta che si allontanava da noi, lentamente, nel mattino domenicale. […]

[…] vedemmo la processione arrivare.

La corriera rallentò fino a fermarsi e scendemmo.

Sopra di noi, vecchia e addolcita tra rocce levigate e ciuffi di corta erba stava la chiesa, e faceva risuonare la sua campagna. 

Proprio davanti in alto c’erano vecchie case di pietra, mezzo diroccate. 

La strada saliva con dolci curve fino a noi, da ciò che chiaramente mostrava essere due paesini arroccati uno sull’altro sulla cima scoscesa nel versante meridionale. 

Giù lontano era la valle meridionale, con uno sbuffo bianco del vapore di una locomotiva.

E lentamente salmodiando non più tanto lontana, curvando lentamente verso di noi sulla strada bianca in mezzo all’erba venne la processione. 

Il mattino inoltrato era quieto. […]

[…] Il prete nei suoi paramenti, i suoi ragazzi vicino a lui, conduceva il salmodiare. Immediatamente dietro di lui veniva un gruppetto di uomini a capo scoperto, alti, bruciati dal sole, tutti in velluto a coste dorato, montanari, curvi sotto la grande statua a grandezza naturale, seduta, di Sant’Antonio da Padova.

Dietro questi un certo numero di uomini in costume […]

[…] Gli uomini salmodiavano in toni bassi, cupi, melodici.

Poi veniva la frusciante melodia delle donne. […]

[…] Davanti c’erano le bambine, a due a due, subito dietro agli uomini alti nel bianco e nero da contadino.

Bambine pudibonde e convenzionali, in vermiglio, bianco e verde, bambinette con gonne di stoffa scarlatta lunghe fino ai piedi, con una banda verde vicino al bordo, con bianchi grembiuli bordati di verde brillante mescolato ad altri colori, con piccoli boleri scarlatti aperti, orlati di porpora, sopra le ampie camicie bianche; e fazzoletti neri avvolti sul piccolo mento, così da lasciare libere solo le labbra, il volto incorniciato.

Meravigliose bambinette, perfette pudibonde nel rigido costume brillante, coi copricapo neri! 

Rigide come le principesse di Velazquez!

Seguivano le ragazze più grandi, e poi le donne mature, una processione compatta. […]

[…] Le bianche camicie ampie sul davanti erano chiuse alla gola da grossi bottoni in filigrana d’oro, due sfere di filigrana unite, e le grandi camicie bianche sbuffavano dai boleri scarlatti, orlati di porpora e verde. […]

[…] gli occhi scuri ci scrutavano e ci fissavano da sotto il fazzoletto, si voltavano a guardarci con irresistibile curiosità, mentre le labbra si muovevano automaticamente, salmodiando. […]

[…] La corriera aveva camminato sul lato interno della strada, e la processione dovette pigiarsi intorno ad essa […]

[…] Così la processione costeggio è superò la corriera, arrancando verso l’alto, in una curva compatta stagliata sull’orizzonte, verso la vecchia chiesa. […]

[…] Anche le donne di trascinarono lentamente superando, facendo ondeggiare lo scarlatto e le strisce verdi, e si giravano tutte, mentre cantilenavano, per guardarci ancora. […]

[…] Le gonne pieghettate ondeggiavano lentamente, e la larga fascia verde accentuava il movimento.

In verità questo deve essere lo scopo di questa spessa, ricca fascia di verde smeraldo, mandare avanti e indietro, avanti e indietro, il meraviglioso moto orizzontale del dolce vermiglio, e dare lo statico splendore di Demetra a un movimento contadino, così magnifico nel colore, geranio e malachite. 

I costumi non erano tutti perfettamente uguali. 

Alcuni avevano più verde, alcuni meno. 

In alcuni i boleri senza maniche erano di un rosso più scuro, alcuni avevano grembiali più modesti, senza le sfarzose fasce nel fondo.

E alcuni erano chiaramente vecchi, forse di trent’anni, ancora perfetti e ben tenuti, destinati alle domeniche e alle grandi feste. 

Alcuni erano più scuri, più rossi del vero vermiglio. 

Questa varietà di toni intensificava la bellezza di quella schiera di donne arrancanti.

Quando furono entrate nella piccola chiesa grigia, abbandonata sull’orlo della vetta proprio sopra di noi, la corriera iniziò silenziosamente a muoversi verso la fermata più in basso […]

[…] Lasciammo la chiesa affollata della sua moltitudine inginocchiata e scendemmo oltre le case diroccate, fino alla corriera, che stava in una specie di punto panoramico pianeggiante, una terrazza spianata, con qualche albero, silenziosa, lì, sopra la valle. 

Avrebbe potuto esservi un picchetto di soldati con archibugi.

E io avrei accolto di buon grado qualche infedele bene addestrato come un lievito per questa nostra a Cristianità monotona.

Ma era un luogo meraviglioso.

Di solito, il livello della vita è ritenuto essere a livello del mare. 

Ma qui, nel cuore della Sardegna, il livello della vita è alto sull’altopiano illuminato d’oro, il livello del mare è da qualche parte, lontano, giù, nel buio, non ha importanza. […]

[…] Ci fermammo e guardammo giù, allo sbuffo di vapore, lontano in fondo alla valle boscosa da dove eravamo venuti ieri. 

C’era una vecchia casa bassa che questa piazza appollaiata in alto come un’aquila. Mi piacerebbe viverci. 

Il paese vero e proprio, o meglio i due paesi, simili a un orecchio e il suo pendente, erano ancora più in là, di fronte, sporgenti vicino alla cima del lungo, lungo e ripido pendio boscoso, e non finiva mai finché improvvisamente si inabissava laggiù in fondo, nell’ombra. […]

[…] «Che bella processione!», dice l’ape regina all’autista.

«Eh, sì, questo di Tonara è uno dei più bei costumi della Sardegna», rispose lui, pensieroso. […]

[…] La corriera riparte senza il vecchio contadino.

Riprendiamo la nostra strada.

Una donna porta un cavallino baio oltre la chiesa […]

[…] Velocemente e con disinvoltura la corriera scivola giù dalla collina fino alla valle.

Selvagge, strette valli, con alberi e querce da sughero dal tronco marrone.

Dall’altra parte un contadino bianco e nero lavora da soloo in un minuscolo terrazzamento sul fianco della collina

(…) Questa gente ama stare da sola, solitaria, si vede così spesso una creatura sola, isolata in mezzo a luoghi selvaggi. 

Tutto ciò è diverso dalla Sicilia e dall’Italia, dove la gente non riesce proprio a star sola.

(…) Ma è domenica mattina, è quell’uomo che lavora è un’eccezione. 

Lungo la strada superiamo parecchi pedoni, uomini con loro pelli di pecora nere, ragazzi con i resti delle divise da soldati.

Si trascinano da un paese all’altro, attraverso le valli selvagge. 

E c’è come una sensazione di libertà propria della domenica mattina, di voglia di vagabondare, come una campagna inglese. 

Soltanto quell’unico, vecchio contadino lavora solitario, e un pastore che guarda le sue bianche capre dal pelo lungo. […]

[…] Ho notato che quando stanno ferme, con la loro strana curiosità, e voltano il loro muso con le orecchie informi per guardare qualcuno, se quel qualcuno a sua volta li guarda, e magari dice loro qualcosa, loro quasi immancabilmente si accovacciano per fare acqua, consapevolmente. 

Questa è la risposta maleducata di una capra.

Ogni volta che arriviamo in un paese, ci fermiamo e scendiamo, e il nostro piccolo bigliettaio scompare nell’ufficio postale per la borsa della posta.

Questa di solito è un affare floscio che contiene tre lettere. 

La gente si affolla tutt’intorno, e molti hanno costumi laceri. 

Sembrano poveri e non sono attraenti: forse un po’ degenerati. 

Sembrerebbe che l’istinto italiano di entrare in rapido contatto col mondo sia, dopo tutto, un istinto sano.

Perché, in questi paesini isolati, che sin dall’inizio del tempo sono rimasti lontani da qualsiasi centro di civilizzazione, c’è uno sguardo quasi sordido sui volti della gente.

Dobbiamo ricordare che la corriera è una grande innovazione. 

È in funzione solo da cinque settimane. 

Mi chiedo per quanti mesi ancora andrà avanti. 

Perché sono certo che non si rifanno delle spese. 

I nostri biglietti di prima classe costano, credo, circa ventisette franchi ognuno, e quelli di seconda classe circa tre quarti di quelli di prima.

In alcuni tratti del viaggio c’erano pochissimi passeggeri. 

La distanza coperta è così grande, la popolazione è così esigua e, anche tenendo conto della passione che spinge a scappare dai propri paesi, che oggi possiede tutti quanti, la corriera non può guadagnare più di due o trecento franchi al giorno, in media.

Il che, con i salari di due uomini, e la benzina e il suo alto costo, le spese di manutenzione, sicuramente non può ripagare un guadagno. 

Lo chiesi all’autista. 

Non mi disse quanto prendeva di salario, e io non glielo chiesi.

Ma disse che la compagnia pagava vitto e alloggio per lui e il suo compagno a tutte le fermate. 

Poiché oggi era domenica, viaggiava meno gente: affermazione difficile da credere. Una volta aveva trasportato cinquanta persone per tutto il percorso da Tonara a Nuoro. 

Una volta! 

Ma protestava invano. 

Eh, va bene, la corriera trasportava la posta e il Governo pagava un sussidio di molte migliaia di dire l’anno: una bella somma. 

Chiaramente dunque era il governo che ci rimetteva, come al solito. 

E ci sono centinaia, se non migliaia di queste corriere che percorrono le zone isolate dell’Italia e della Sicilia; la Sardegna ha un’intera rete di collegamenti. 

Sono splendidi, e forse sono un’assoluta necessità per un popolo nervoso, inquieto, che semplicemente non riesce a stare fermo, e che trova un po’ di sollievo anche solo a farsi portare in giro sulle autovie, come viene chiamato il sistema di trasporto su corriera. 

Le autovie sono gestite da compagnie private, dal Governo che ricevono solo sussidi.

Continuiamo a correre nel mattino, e finalmente vediamo un grosso paese di pietra, alto su una vetta più in là sull’altopiano.

Ma ha un aspetto magico, come lo hanno tutte queste minuscole cittadelle arroccate viste da lontano. […]

[…] È strana la grande differenza che c’è tra i paesi in alto, freschi, orgogliosi, e i paesi nelle valli. 

Quelli che coronano il mondo hanno un’aria luminosa, brillante, come Tonara. 

Quelli che giacciono giù in basso, avvolti dall’ombra, danno una sensazione tetra, sordida, e hanno una popolazione repellente, come Sòrgono e altri posti dove ci eravamo fermati. 

Il giudizio può essere tutto sbagliato: ma questa è l’impressione che ebbi. […]

[…] La corriera scivolò lentamente fino a fermarsi in un’altra Valle, accanto ad un ruscello dov’è la strada da Fonni si congiungeva alla nostra. 

Là aspettava un ragazzo con una bicicletta. 

Mi piacerebbe andare a Fonni.

Dicono che sia il paese più alto della Sardegna. 

Davanti, sull’ampia cima, si ergevano le torri di Gavoi

Questa era la fermata di metà percorso, dove le corriere avevano la loro coincidenza, e dove noi saremmo rimasti per un’ora, per il pranzo. 

Salimmo sempre più su per la strada tortuosa, e finalmente entrammo nel paese.

Donne vennero alla porta per guardare. […]

[…] Uomini si affrettavano, fumando la pipa, verso il luogo dove ci eravamo fermati.

Vedemmo l’altra corriera, una piccola folla di gente, e finalmente ci fermammo. […]

GAVOI è un comune situato a 790 m slm nella provincia di Nuoro in Sardegna, i cui abitanti sono detti Gavoesi o Gavoini in italiano e Gavoesos in sardo.

In auto, a 13 km circa da Nuoro, si lascia la regionale che collega la città a Oristano e si prosegue con la strada provinciale 128 attraversando Oniferi, Orani, Sarule.

L’abitato è disposto sul digradante pendio di una conca boscosa.

Le alture tutt’intorno lo proteggono, lago, corsi d’acqua e boschi lo abbracciano, Gavoi è un paese incantato della Barbagia di Ollolai, nel centro della Sardegna.

I gavoini andavano noti per la produzione esclusiva di morsi, speroni e finimenti per cavalli, oggetti che esportavano in abbondanza su tutti i mercati del isola.

La ritenevano un’arte nobile direttamente tramandata dai progenitori di antichissima origine troiana, invitti contro le armi cartaginesi e romani. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Eravamo stanchi e affamati. 

Eravamo proprio sulla porta della locanda, ed entrammo rapidamente. 

E in un istante, che differenza! 

Uomini bevevano allegramente al piccolo bar pulito.

Una porta laterale portava alla sala comune.

E com’era deliziosa. 

In un camino molto grande e, bianco e di pietra levigata, con una deliziosa lieve curva in cima, bruciava un fuoco di lunghe fascine ben tagliate, appoggiate orizzontalmente sugli alari. 

Un fuoco ben fatto, chiaro, brillante, con delle seggioline davanti, molto basse, per sedercisi.

Queste buffe, basse seggioline sembrano una caratteristica di questa regione. 

La stanza era pavimentata con tondi ciottoli scuri, meravigliosamente puliti. 

Sui muri erano appesi brillanti tegami di rame, luccicanti contro il bianco della calce. 

E sotto la lunga finestra orizzontale che guardava sulla strada c’era una lastra di pietra con degli incavi per piccoli fuochi di carbonella. […]

[…] Ci sedemmo a scaldarci, accolti da un’ostessa grassoccia e dalla sua figlia graziosa, entrambe nell’abito marrone rossiccio e l’ampia camicia bianca. (…)

(…) Le case qui sono costruite senza nessuno schema preciso, ci sono semplicemente delle stanze qua e là. […]

[…] Ma noi stavamo morendo di fame. 

Cosa c’era da mangiare? 

Era pronto? 

C’era del cinghiale, ci disse la ragazza graziosa, dai lineamenti duri, ed era quasi pronto. 

Essendoci il cinghiale, noi annusammo l’aria. […]

[…] Ma eravamo un bel gruppo: l’autista della seconda corriera col suo compagno, un viaggiatore barbuto con la figlia, sempre della seconda corriera, noi, lo sveglio cittadino di Nuoro e il nostro autista. […]

[…] Il cittadino di Nuoro si consultò con l’autista, che aveva gli occhi cerchiati dalla stanchezza, e fece portare alla ragazza una scatola di sardine. 

Questa fu aperta a tavola con un grosso temperino di proprietà del secondo bigliettaio.

Era uno strano tipo, inquieto, precipitoso, che mi piaceva molto. 

Ma ero terrorizzato dal modo in cui apriva la scatola di sardine col suo coltello a serramanico. 

Comunque, riuscimmo a mangiare bere

Poi arrivò il brodo, in una grossa zuppiera. 

Era bollente e molto, molto forte. 

È una brodo di carne casalingo, forte, senza verdure. 

Ma com’era buono e rinforzante, che abbondanza! 

Ce lo bevemmo tutto e mangiammo il buon pane freddo.

Poi arrivò il cinghiale. 

Ahimé, era una zuppiera di pezzi di carne bollita, scura, piuttosto scadente, con cui era stato fatto il brodo.

Era secca, senza grasso.

Mi sarei dovuto scervellare per capire di che carne si trattava, se non mi fosse stato detto. 

È triste che il cinghiale avesse dovuto ricevere una così scarsa attenzione culinaria. Tuttavia, mangiamo poi pezzi di carne calda, secca, col pane, e fummo contenti di averli.

Almeno, riempivano. 

E per condimento c’era una ciotola di olive nere, piuttosto amare. […]

[…] Neanche il bigliettaio della seconda corriera mangiò il pasto della locanda.

Tirò fuori un grosso pezzo di pane, buono, pane fatto in casa, e almeno metà agnello arrostito e un grosso cartoccio di olive. 

Insistette perché l’agnello facesse il giro della tavola, agitando con gesti teatrali coltello e forchetta verso ciascun ospite, insistendo perché ognuno ne prendesse un pezzo.

Così una volta ci servimmo tutti di agnello arrosto freddo, straordinariamente buono, e di olive. 

Poi anche il bigliettaio cominciò a mangiare. 

Era c’era ancora una gran quantità di carne avanzata per lui.

È straordinario come fossero generosi questi uomini e, per natura, educati.

Certo il secondo bigliettaio agitava coltello e forchetta e faceva una faccia risentita se uno di noi prendeva un pezzetto piccolo di agnello. 

Solo perché voleva che prendessimo di più. 

Ma la cortesia essenziale in tutti loro era davvero perfetta, così virile e perfettamente semplice. 

Ed era lo stesso con l’ape regina (la moglie di Lawrence).

La trattavano con una semplicità sensibile, virile, di cui non si poteva che essere grati. 

Non c’era quella cortesia odiosa che è così detestabile nelle persone bene educate. Non tentavano approcci nè facevano alcuno dei detestabili omaggi del maschio adulatore. 

Erano tranquilli, e gentili, e sensibili al naturale fluire della vita, e proprio non si davano delle arie.

Mi piacevano moltissimo.

Uomini che sanno essere tranquillamente gentili e semplici con una donna, senza voler mettersi in mostra o impressionarla, quelli sono ancora degli uomini. 

Non erano umili nè presuntuosi.

Non si mettevano in mostra.

(…) parlavamo o ascoltavamo i loro discorsi, così come veniva.

Quando non volevamo parlare, loro non ci facevano caso.

E questa è ciò che chiamo buona educazione.

Dei borghesi esibizionisti li avrebbero trovati rozzi.

Io li trovai quasi le uniche persone bene educate che avessi incontrato. […]

[…] Mentre stavamo uscendo, dopo aver preso il caffè, trovai il nostro bigliettaio seduto su una seggiolina davanti al fuoco. 

Aveva un aspetto un po’ patetico.

Ebbi abbastanza buon senso da offrirgli un caffè, il che lo rallegrò. 

Ma fu solo dopo che, ripensandoci su, mi resi conto che lui avrebbe voluto stare al tavolo con tutti noi, ma la sua paga di bigliettaio probabilmente non gli permetteva di spendere quel denaro. 

Il conto del pranzo per noi due era stato di circa quindici franchi. […]

[…] Di nuovo sulla corriera, questa volta piuttosto affollata.

Una giovane contadina con costume di Nuoro era seduta di fronte a me, e un uomo di mezza età con la barba scura e con l’abito di velluto marrone era seduto accanto a me e la guardava torvo.

Evidentemente era suo marito.

Non mi piaceva, era del tipo geloso, cavilloso. 

Lei, a suo modo, era graziosa, ma, con ogni probabilità, anche un po’ malefica. […]

[…] Poi ci fu un gran tramestio e tre vivaci ragazze di paese furono spinte dentro, e ridevano tutte eccitate. 

Ci furono grandi addii e la corriera uscì da Gavoi, tra desolati campi montani e rocce, su una specie di tavolato. […]

(Qui si intravede la malizia del narratore del futuro romanzo de “l’amante di Lady Chatterley”)

[…] La ragazza di fronte a me meritava di essere osservata. 

Avrei detto che non aveva più di vent’anni, o no?

Forse che quel delicato e sottile intreccio di linee attorno agli occhi voleva dire trenta cinque?

Comunque era la moglie dell’uomo in velluto. […]

[…] Forse, dopo tutto, lei era davvero una giovane sposa-bambina. 

Sedeva con lo sguardo privo di espressione di chi è osservato e fa finta di non saperlo.

(…) Teneva il fazzoletto nero un po’ indietro sulla testa, e i capelli tirati indietro dalla fronte ampia, ben fatta, ostinata. 

Le sopracciglia scure erano finemente disegnate, sui grandi, scuri occhi grigi, trasparenti, ma tirati su in modo singolare, ostinato è irritante. 

Il naso era dritto e piccolo, la bocca ben chiusa. 

E quei grandi occhi piuttosto ostili avevano uno sguardo nascosto, ostinato. 

Ma, essendo sposata da poco e probabilmente consapevole da poco, i suoi occhi ogni tanto mi guardavano con uno sguardo provocante, curiosa di capire che tipo fossi come marito, sfidandomi in modo piuttosto spavaldo con i suoi nuovi segreti, ostinata in opposizione all’autorità maschile eppure affascinata proprio dal fatto che uno era un uomo. […]

[…] Lei indossava il costume: la ampia camicetta stretta al collo da due sfere di filigrana d’oro, un piccolo bolero scuro, rigido, bordato di passamaneria, allacciato in vita, che ben disegnava il petto bianco, e una scura gonna marrone rossiccio. […]

[…] Doveva essere una merce difficile da trattare punto e stava seduta con le ginocchia che toccavano le mie, oscillavano contro le mie quando la corriera ondeggiava. […]

[…] Arrivammo ad un paesino sulla strada: il paesaggio adesso era diventato più vasto, molto più aperto.

La corriere si fermò alla porta della locanda […]

[…] Anche questa locanda era piuttosto squallida ma rimbombante di vita, violenza, cruda, virile.

Il cittadino di Nuoro disse che qui c’era del vino molto buono e che dovevamo provarlo.

Non lo volevo, ma lui insistette. […]

[…] Il cittadino di Nuoro insistette per pagare. 

Visto che mi avrebbe fatto pagare quando fosse venuto in Inghilterra. 

In lui, come nei nostri amici della corriera, alberga ancora la famosa ospitalità e generosità Sarda. […]

[…] Di nuovo i costumi erano cambiati.

C’era di nuovo lo scarlatto, ma niente verde. 

Il verde aveva ceduto il posto al color malva e al rosa.

Le donne erano più brillanti in un luogo freddo, pietroso, piuttosto diroccato e confuso. 

Avevano gonne color geranio, ma i loro boleri senza maniche erano fatti in modo tale da arricciarsi dalla vita in maniera strana, ed erano bordati con increspatura rosa, in bordo largo con strisce color malva e lavanda. 

È sorprendente come queste donne in vermiglio e rosa sembravano fondersi in una quasi impossibile vampata di colore mentre salivano tra le case scure sinistre sotto il cielo freddo, bianco.

(…) Eppure quanto poteva apparire superba la pericolosa, ostinata sicurezza di queste donne che camminavano così squillanti. 

Non mi piacerebbe doverne affrontare una. […]

[…] Arrivati in cima a una collina alla fine di un paesino, vedemmo una lunga fila di carri, ciascuno con un paio di buoi e carico di grandi sacchi curvi verso l’alto nel freddo, pallido pomeriggio domenicale. […]

[…] una visione: come un disegno di Dorè. […]

[…] era il grano del governo che veniva distribuito ai comuni per il pane. 

Anche la domenica pomeriggio. 

Ah, questo grano del governo! 

Che problema rappresentano quei sacchi! […]

[…] Uomini con fagotti aspettavano agli incroci per prendere la corriera.

Ci stavamo avvicinando a Nuoro. […]

NUORO (Nùgoro in sardo, il nome in lingua sarda è coufficiale) è capoluogo dell’omonima provincia della Sardegna centro-orientale dal 1927, i cui abitanti son detti Nuoresi in italiano e Nugoresos in sardo.

Posta a 549 m slm, si estende a cavallo di un’accidentata dorsale granitica che si allunga dal Monte Ortobene; il mare, a levante del monte, è in linea d’aria a una trentina di km e il porto più vicino, quello di Olbia, a oltre trecento.

La città è il cuore della tradizione e dell’originalità culturale del territorio interno isolano. 

Nacque qui Grazia Deledda, narratrice della sua terra. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Così ci fermiamo al Dazio, la casetta della dogana in città, e Vestito di Velluto (Lawrence ha l’abitudine di dare soprannomi ai personaggi incontrati lungo il viaggio) deve pagare per della carne e del formaggio che porta con sé dopo di che scivoliamo via nella fredda strada principale di Nuoro. 

Penso che questa è la patria di Grazia Deledda, la scrittrice, e vedo una bottega di barbiere: De Ledda.

E grazie al cielo siamo alla fine del viaggio. 

Sono le quattro passate. 

La corriera si è fermata abbastanza vicino alla porta della locanda: La Stella d’Italia, vero? 

Entriamo dalla porta aperta.

Non c’è nessuno in giro, libero accesso ovunque e dappertutto, come al solito, testimonianza dell’onestà sarda, ancora una volta. 

Sbirciamo da una porta sulla sinistra, attraverso una stanzetta disordinata, e, in una stanza scura piuttosto grande c’è una vecchia dai capelli bianchi e lungo viso color avorio davanti a un tavolone e stira.

«C’è una stanza, signora?».

Mi guarda con quegli occhi blu chiaro e chiama qualcuno nell’oscurità. 

Poi avanza nel corridoio e ci guarda da capo a piedi, l’ape regina e me. 

«Siete marito e moglie?», chiede con tono di sfida.

«Si, perché non dovremmo esserlo?», Dico io. 

Una camerierina di circa tredici anni, ma robusta e vispa, è apparsa in risposta al grido. 

«Portali al numero sette», dice La vecchia signora, poi si volge verso la sua oscurità e afferra il ferro da stiro, arcigna.

Noi seguiamo su per due rampe di scale di pietra, una scalinata stretta, deprimente, con una fredda ringhiera di ferro e corridoi che si aprono bui e alquanto disordinati. 

Queste case, all’interno, danno la sensazione di non essere mai state veramente finite, come se, tanto, tanto tempo fa, gli abitanti vi si fossero affollati dentro, a mo’ di porcile, senza aspettare che il tutto venisse messo in ordine, e così era stato lasciato, squallido e caotico. 

Pollicina, la minuscola cameriera, spalancò la porta del numero sette con pomposità, e tutte e due noi esclamammo: «che bella!». 

Ci sembrava sontuosa. 

Due bei letti bianchi, robusti, un tavolo, un cassettone, due tappetini sul pavimento di piastrelle, splendide oleografie sul muro e due bei lavamano uno accanto all’altro, tutto perfettamente pulito e bello.

Cosa ci aspettava! 

Sentimmo che ne dovevamo essere colpiti.

Aprimmo la porta finestra a graticcio e guardammo giù nella strada: l’unica strada.

Ed era un fiume di vita rumorosa. […]

[…] su e giù saltellava un numero infinito di persone nel loro costume di carnevale […]

(E qui segue la cronaca di scenette e la passione per l’illustrazione dei vestiti)

[…] Di regola non portavano maschere sul viso

(…) Il che è molto meglio, perché le vecchie mezze maschere modellate, con trine, l’orrenda proboscide che spunta fuori bianca e agghiacciante come il becco di uccelli morti (e così sono le vecchie maschere veneziane), queste io le trovo semplicemente spaventose. […]

[…] C’erano degli abiti molto belli, di ricco broccato antico, e dei vecchi scialli luccicanti, un bagliore di lavanda e argento, o di scuri, ricchi colori cangianti con larghi bordi di argento chiaro e oro come di primule gialle, molto bello. […]

[…] Stavamo affacciati alla finestra, appoggiati alla ringhiera del balconcino, a guardare questo flusso di vita. 

Proprio di fronte era la casa del farmacista: di fronte alla nostra finestra c’era una camera da letto del farmacista, con un enorme letto matrimoniale bianco e tende di mussola.

Al balcone erano sedute le figlie del farmacista, molto eleganti con i tacchi alti e capelli neri pettinati alla moda, vaporosi, con una grande onda al lato. 

Oh, molto eleganti! 

Ci osservarono per un po’ e noi osservammo loro.

Ma senza interesse. 

Il fiume della vita era sotto di noi.

Faceva molto freddo il giorno stava morendo.

Anche noi avevamo freddo.

Decidemmo di andare in strada e cercare un caffè. (…) camminando nel modo meno appariscente possibile lungo i muri.

Naturalmente non c’era marciapiede. […] 

[…] Arrivammo ad una estremità della strada, dove c’è una sorta di spiazzo, ampio e desolato. […]

[…] C’era un caffè in questa specie di piazza, in realtà non una vera piazza, ma uno spazio informe.

(…) io sapevo che sarebbe stato inutile chiedere altro che non fosse una bibita fredda o un caffè nero: e noi non volevamo nessuno dei due. 

Così andammo avanti su per la strada del paese in pendio. 

Queste cittadine finiscono quasi subito. 

Stavamo già girovagando all’aperta campagna.

Su una sporgenza in alto, una famiglia di contadini stava facendo un enorme falò, una torre di fiamme arancioni, fluttuanti.

Vivaci monelli continuavano a gettarci sopra altro materiale. 

Tutti gli altri erano in città. 

Perché mai questa gente era lì sola, ai margini del paese, a fare quel fuoco? Arrivammo alla fine delle case e guardammo oltre il muro ai margini della strada verso la concava, profonda e interessante valle sotto di noi. […]

[…] Era un paesaggio selvaggio, insolito, di forma insolita. 

Le colline sembravano così integre, blu scuro, vergini e selvagge, la culla profonda della valle era coltivata come un’arazzo, laggiù in basso. 

E sembrava esserci così poca vita, lì fuori: niente. 

Neppure un castello.   (in effetti non è vero che non ci siano castelli, infatti ce n’è uno a Cagliari che Lawrence ha pure visitato, oltre a quello di Orosei dove si recherà nel prossimo capitolo e ci sono i castelli dell’Ogliastra, solo per fare degli esempi)

In Italia e in Sicilia castelli arroccati dovunque. 

In Sardegna, neanche uno; solo le remote, inafferrabili colline che si alzano oscure, fuori dalla vita. […]

[…] Non trovammo nessun caffè che avesse un aspetto decente. 

Arrivati alla locanda, chiedemmo se c’era un fuoco da qualche parte.

Non c’era.

Salimmo nella nostra camera. 

Le figlie del farmacista, di fronte, avevano acceso le luci; si poteva vedere la loro camera da letto come fosse la nostra. 

Nella semioscurità della strada, le maschere stavano ancora saltellando […]

[…] Non si poteva fare altro che distendersi sul letto.

L’ape regina fece un po’ di tè sul fornello ad alcool, ci sedemmo dentro il letto e lo sorseggiamo. 

Poi ci coprimmo e stemmo fermi, per riscaldarci. (forse avrebbero potuto abbracciarsi e fare qualcosa in più per scaldarsi; a buon intenditor poche parole)

Da fuori il rumore della strada saliva su, costante. […]

[…] Bussano e Pollicina (la cameriera) si precipita dentro, nell’oscurità. 

«Siamo qua!», dice l’ape regina. 

Pollicina corre alla porta finestra, la chiude e chiude le persiane. 

Poi corre verso la testiera del letto dalla mia parte e accende la luce guardandomi come se fossi un coniglio nell’erba. 

Poi scaraventa un secchio d’acqua dentro le bacinelle, acqua fredda, gelata, ahimé.

Dopodiché, piccola ed esplosiva, si precipita di nuovo fuori della stanza e ci lasciò nella luce accecante, dopo averci ripetuto che sono da poco passate le sei e che la cena è alle sette e trenta.

Così stiamo a letto, caldi e in pace, ma affamati, aspettando le sette e mezza.

Quando l’ape regina non ne può più, balza fuori dal letto, anche se l’orologio del campanile abbattuto le sette solo da pochi minuti.

Si precipita di sotto a fare una ricognizione ed è di ritorno in un batter d’occhio per dire che la gente si sta abbuffando nella lunga sala da pranzo.

In un altro un batter d’occhio anche noi siamo da basso.

La stanza era illuminata allegramente e molti commensali, tutti uomini, erano seduti ai molti tavoli bianchi. 

Aveva un aspetto molto cittadino.

Tutti erano d’umore conviviale. 

L’ape regina spiò gli uomini davanti a lei che mangiavano pollo e insalata ed ebbe qualche speranza. 

Ma furono brevi. 

Quando arrivò la minestra, la ragazza annunciò che c’era solo bistecca: che significava un pezzo di mucca fritta.

E fu proprio così: un piccolo, piccolissimo pezzo di carne fritta, qualche patata e un po’ di cavolfiore. 

Non sarebbe veramente stato abbastanza neanche per un ragazzino di dodici anni. Ma finì tutto lì.

Qualche mandarino buttato su un piatto come dessert. 

E questo è il succo di queste cene infernali. 

C’era del formaggio? 

No, non c’era formaggio. 

Così masticammo semplicemente del pane. […]

[…] Quando la cena era ormai quasi finita, entrarono il nostro autista il bigliettaio; sembrava che stessero quasi per svenire dalla fame, dal freddo e dalla stanchezza.

Erano alloggiati in questa casa.

Non avevano mangiato nulla dopo il brodo di cinghiale a Gavoi. 

In un lampo finirono le loro porzioni. 

Non c’era nient’altro?

Niente! 

Ma erano mezzi morti di fame. 

Ordinarono due uova in padella ciascuno.

Io ordinai del caffè e che dissi loro di venire a prenderlo con noi, e anche un brandy.

Così vennero dopo aver finito le uova. […]

[…] Chiacchierammo in modo triste, malinconico. 

I giovani, specialmente quelli simpatici come il nostro autista, sono troppo tristi e seri oggi.

Il piccolo bigliettaio ci guardò con i suoi grandi occhi castani, anche malinconici, triste perché andavamo via.

Perché al mattino loro tornavano indietro a Sòrgono, per la vecchia strada, mentre noi continuavamo per Terranova (l’odierna Olbia), il porto.

Ma promettemmo che saremmo tornati in estate, quando il tempo è più caldo.

Allora ci saremmo incontrati di nuovo. 

«Forse ci troverete ancora sullo stesso percorso. Chissà!» disse l’autista, tristemente.

(Continua il viaggio, vai Verso Terranova e il vapore)

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