Mare e Sardegna – Verso Terranova e il Vapore


Capitolo 7 – Verso Terranova e il Vapore

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sardegna: Nuoro – Orosei – Siniscola – Terranova-Pausania (Olbia)

SINOSSI

Siamo ancora a Nuoro, in un mattino era molto limpido e azzurro di lunedì; a colazione in un breve dialogo con la proprietaria dell’albergo, Lawrence conviene che Nuoro era un posto piacevole, simpatico, molto simpatico; ma allora perché una visita così breve, arrivati la domenica già era fissata la partenza, ma con la promessa e l’impegno di tornare in estate per godersela di più.

Ma prima un giro nella città che ancora è riluttante a riprendere il lavoro dopo la domenica.

Ma durante la passeggiata fa una serie di considerazioni iconoclaste che rivelano il suo interesse per l’umanità e lo contrappone al suo collega francese Stendhal che nel suo Grand Tour del 1917, solo 4 anni prima, ebbe la sua “sindrome” di  malessere di fronte alle opere d’arte ed architettoniche di notevole bellezza. 

Queste le sue incredibili parole:

«Non c’è niente da vedere a Nuoro: il che, a dire la verità, è sempre un sollievo. Luoghi di interesse turistico sono sempre una gran noia. 

Grazie al cielo non c’è neanche un po’ di Perugino o di Pisano in questo posto … 

Felice è la città che non ha niente da mostrare. 

Quanta esibizione e affettazione si risparmia! 

La vita allora è vita, non roba da museo. 

Si poteva così gironzolare per la strada … 

La vita è vita e le cose sono cose. 

Sono stufo di guardare a bocca aperta le cose, anche se sono dei Perugino.

… Non me ne importerebbe nulla se Attila venisse e demolisci ogni opera d’arte in Europa. 

… La bellezza come sappiamo è un macigno intorno al nostro collo, e sono soffocato del tutto.»

Poi si parte con altre 35 pagine di diario per l’ultimo percorso di 140 km in Sardegna, diretti verso la costa, Orosei, Siniscola e fino a Terranova (l’odierna Olbia) per imbarcarsi sulla via del ritorno.

Continuiamo a viaggiare assieme a Lawrence e alla moglie Frieda, l’ape regina come la chiama lo scrittore.

Viaggio interminabile in corriera, tanti incontri, tappe per pasti in trattorie e locande più o meno accoglienti e spesso sporche.

Molto da vedere dai finestrini, prima tra le colline e poi giù giù scivolando verso il mare.

Ormai esausti, pochi chilometri prima della tanto sospirata Terranova, la vista sull’isola di Tavolara, poi, arrivati, la fuga per sottrarsi alla sarda cortesia assillante e cercare di fare da soli per imbarcarsi.

Ancora racconti di gente anche saliti a bordo, osservando l’arrivo e la salita dei passeggeri fino al racconto minuzioso della levata delle ancore e dell’allontanamento dal porto.

La narrazione di Lawrence, talvolta fa pensare che gli manchi solo una macchina fotografica per poter fissare le immagini che gli scorrono davanti.

Ama le scene di massa ma anche personaggi singoli e coppie, che descrive come sceneggiature di pièce teatrali.

E ai suoi personaggi e interpreti del quotidiano ama sempre dare un soprannome non conoscendone il nome di battesimo, né si sforza di conoscerlo.

La sua scrittura è evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, racconta ogni sensazione e atmosfera, considerazioni, divertenti scenette, ambienti, luoghi, paesaggi, passo passo, momento per momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente.

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 169 a 204 (ascolta il podcast qui sotto)

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PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

Il mattino era molto limpido e azzurro. 

Ci alzammo di buon’ora. 

La vecchia signora della locanda è molto amichevole stamattina. 

Andavamo già via! 

Oh, ma non eravamo rimasti molto a Nuoro. 

Non ci piaceva?

Sì, che era piaciuta. 

Saremmo tornati in estate quando faceva più caldo. 

Ah sì, disse lei, gli artisti venivano in estate. 

Sì, convenne, Nuoro era un posto piacevole, simpatico, molto simpatico. 

E lo è veramente. […]

[…] poi uscimmo nella città. 

Era la vera atmosfera del lunedì mattina di una vecchia città di provincia, la stessa di sempre: quella sensazione un po’ vacua del lavoro ripreso dopo la domenica, con riluttanza; nessuno che compra niente, nessuno che è veramente alle prese con qualcosa da fare. 

Le porte degli antiquati negozi erano aperte: a Nuoro non sono ancora arrivati alla fase delle esposizioni in vetrina. 

Si deve andare dentro, in quelle grotte oscure, per vedere che tipo di merce sia. Vicino alla porta dei negozi di stoffe c’erano rotoli di quella bella stoffa scarlatta, usata per i costumi delle donne. 

Nella grande vetrina di un sarto quattro donne erano seduta a cucire, a tagliare, a guardare fuori della finestra, ancora con gli occhi della domenica, emancipati e maliziosi. 

Uomini distaccati, alcuni in bianco e nero, stavano agli angoli delle strade, come se stessero ostinatamente evitando la corrente del lavoro. 

Dopo un giorno di vacanza, col gusto forte della libertà che ancora indugiava sulle loro labbra, non si lasciavano trascinare così facilmente alle briglie. 

Io provo sempre simpatia per questi maschi così imbronciati, sconsolati, che insistono a volersi prendere un altro giorno di libertà.

Questo rivela una scintilla di ardimento che ancora resiste contro questo nostro mondo così imbrigliato.

Non c’è niente da vedere a Nuoro: il che, a dire la verità, è sempre un sollievo. Luoghi di interesse turistico sono sempre una gran noia. 

Grazie al cielo non c’è neanche un po’ di Perugino o di Pisano in questo posto: che io sappia. 

Felice è la città che non ha niente da mostrare. 

Quanta esibizione e affettazione si risparmia! 

La vita allora è vita, non roba da museo. 

Si poteva così gironzolare per la strada inerte, stretta, da lunedì mattina, e vedere le donne fare i loro pettegolezzi, e vedere una vecchiaccia col sacchetto di pane sulla testa, e vedere quegli uomini che cercavano di ritardare l’inizio del lavoro, e tutta quella corrente di operosità poco incline a scorrere. 

La vita è vita e le cose sono cose. 

Sono stufo di guardare a bocca aperta le cose, anche se sono dei Perugino. 

Ho avuto i miei brividi che entusiasmo dal carpaccio e dal Botticelli. 

Ma ora ne ho abbastanza. 

Invece posso sempre guardare un vecchio contadino dalla barba grigia con i grossolani calzoni bianchi e la fascia arricciata in vita, nera, senza giacca né soprabito, che se ne va semplicemente, curvo, accanto al suo carretto a buoi. 

Sono stufo di “cose” 

(…) Non me ne importerebbe nulla se Attila venisse e demolisci ogni opera d’arte in Europa. 

Basta la mossa! 

Io credo veramente che gli orrori della barbarie non siano così terribili come gli errori lo strangolamento con la vecchia cultura. 

La bellezza come sappiamo è un macigno intorno al nostro collo, e sono soffocato del tutto. 

Ora le prenderò.

La vista della donna col cesto del pane ricordò che avevamo bisogno di cibo. 

Quindi cerchiamo del pane. 

Niente, se permettete. 

Era lunedì mattina, già tutto finito.

Forse c’era del pane al forno.

E dov’era il forno? 

In cima alla strada e poi in fondo ad un vicolo. 

Pensai che l’avremmo trovato dall’odore. 

Ma niente. 

Tornammo indietro. […]

NUORO (Nùgoro in sardo, il nome in lingua sarda è coufficiale) è capoluogo dell’omonima provincia della Sardegna centro-orientale dal 1927, i cui abitanti son detti Nuoresi in italiano e Nugoresos in sardo.

Posta a 549 m slm, si estende a cavallo di un’accidentata dorsale granitica che si allunga dal Monte Ortobene; il mare, a levante del monte, è in linea d’aria a una trentina di km e il porto più vicino, quello di Olbia, a oltre trecento.

La città è il cuore della tradizione e dell’originalità culturale del territorio interno isolano. 

Nacque qui Grazia Deledda, narratrice della sua terra. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Pagai il conto – circa vent’otto franchi, credo – (crede?! Si vede che i soldi non erano un problema per lui) e uscii a cercare la corriera. 

Era lì.

In un piccolo buco scuro mi diedero i lunghi biglietti, prima classe per Terranova (l’odierna Olbia).

Costarono qualcosa come settanta franchi in due. (i biglietti della corriera costavano il doppio di una notte in albergo, pasti inclusi

L’ape regina stava ancora cercando invano, inutilmente del pane lungo la strada.

«Pronti quando volete», disse il nuovo autista, piuttosto bruscamente. 

[…] Così ci arrampicammo dentro e salutammo con un cenno della mano i nostri vecchi amici la cui corriera era pronta a partire nella direzione opposta. […]

[…] Partimmo per il nostro ultimo percorso in Sardegna. 

Il mattino era di una bellezza tintinnante, azzurro è molto bello. […]

[…] Ma non c’era il vetro nel finestrino di sinistra del coupé, (dopo aver pagato ben 28 franchi di biglietto) e il vento entrava urlando, gelido.

Mi distesi sul sedile davanti, l’ape regina si raggomitolò in un angolo, e guardammo il paesaggio scorrere via.

Come guidava bene questo nuovo autista!

(…) Cambiava marcia in un modo così intelligente che il motore miagolava e faceva le fusa, tranquillo, come una cosa viva che si sta divertendo. […]

[…]  E com’era indifferente al resto del mondo, avvolto nella sua malinconia come un giovane Amleto (ecco il solito soprannome che Lawrence usa dare ai suoi personaggi e interpreti del quotidiano di cui non conosce il nome di battesimo, né si sforza di conoscere) autista di autobus. 

Le risposte che dava al suo compagno erano monosillabi, o non rispondeva affatto. […]

[…] Il suo compagno dove essere una mezza canaglia

(…) Fumava la sua sigaretta in maniera sfrontata: allo stesso tempo, con gentilezza tutta particolare, ne offrì una al rosso Amleto. 

Amleto l’accettò, e il suo compagno gli tenne acceso un fiammifero mentre la corriera continuava a correre. […]

[…] Il paesaggio era diverso da quello del giorno prima. 

Mentre scendevamo per la bassa, tortuosa strada che veniva da Nuoro, rapidamente le brughiere sembravano estendersi su entrambi i lati, senza alberi, cespugliose, rocciose, deserte.

Devono essere calde in estate!

Questo uno lo sa dai libri di Grazia Deledda. […]

[…] Un cavallino con un piccolo calesse impennava in modo infelice al lato della strada. 

Rallentammo e passammo oltre senza danno. […]

[…] Amleto lanciava la corriera a tutta velocità prima di una curva; poi rallentava e girava dolcemente come un angelo: poi via di nuovo per la parabola successiva. […]

[…] Una donna nel suo costume rossiccio tirava un asino sovraccarico lungo quelle distese incolte. […]

[…] La prima fermata fu in un punto dove un sentiero selvaggio, brullo scendeva dalla collina fino alla nostra strada.

Sull’angolo c’era una casa isolata, e sul ciglio della strada una vecchia carrozza, la più malconcia, cadente carrozza che abbia mai visto. 

Il compagno spavaldo tirò fuori la posta e il ragazzo della carrozza marrone cadente e sbrindellata e il cavallino marrone firmò il registro mentre ce ne stavamo tutti là in strada.

Ci fu da aspettare un po’ per un uomo che doveva venire a ritirare un altro pacco.

La borsa della posta e i pacchi portati dalla carrozza sgangherata vennero presi e messi da parte e venne firmata la ricevuta.

Noi camminiamo su e giù al sole per riscaldarci.

Il paesaggio tutto intorno era selvaggio e aperto. 

Pip! Mr Rochester, in modo perentorio, suona il clacson.

È incredibile come torniamo dentro obbedienti. 

E la corriera riparte correndo verso il mare. […]

[…] Lontano davanti a noi tre ragazze coi costumi marroni camminano sul ciglio della strada bianca, e vanno con i loro cestini verso un paesino posto su un dolce pendio. 

Ci sentono, si girano e improvvisamente perdono la testa, proprio come polli in mezzo alla strada.

Corrono verso di noi, attraversando la strada, e, più veloci di qualsiasi coniglio, si precipitano, una dopo l’altra, in un profondo e sentiero laterale, simile ad una trincea ad angolo retto con la strada. 

Mentre noi le superiamo, loro stanno lì tutte acquattate, e ci sbirciano con timore, come animaletti dalla loro tana. 

Il bigliettaio le saluta con un grido, e continuiamo la nostra corsa verso il paesino sulla bassa cima.

È un posto di povera gente, piccolo, sassoso, pieno di galline. […]

[…] Ci fermiamo.

C’è un gruppetto di povera gente. […]

[…] C’è un alterco perché un uomo vuole salire sulla corriera con due maialini neri, infilati ciascuno in un piccolo sacco, con il muso e le orecchie che sporgono come un fiore da un bouquet. 

Gli viene detto che deve pagare il biglietto per un maiale come se fosse un cristiano. 

Cristo del mondo! 

Un maiale, un maialino, e farlo pagare come se fosse un cristiano. […]

[…] È tutto un coro di Dio benedetto!

Ma il bigliettaio è inesorabile. 

Ogni animale, anche se fosse un topo, deve pagare e avere il suo biglietto come un cristiano. 

Il padrone dei maiali indietreggia, sbalordito e indignato, con un bouquet di maiali sotto ogni braccio. 

«Quanto fate pagare per le pulci che trasportate?», chiede un giovanotto sarcastico. […]

[…] Il padrone dei maiali, ammutolito dalla rabbia, carica i suoi bouquet di maiali, come fossero due bottiglie ai lati della sella dell’asino la cui cavezza è tenuta da una ragazza sorridente ma anche malevola: malevola nei confronti del prezzo del biglietto dei maiali, cioè.

«Andiamo! Andiamo!», dice il rosso Mr Rochester (ancora un nuovo nomignolo dato all’autista precedentemente detto Amleto, Pip e Mr Rochester) con la sua voce tranquilla ma forte. 

Il bigliettaio si arrampica a bordo e ancora una volta puntiamo verso il mare nella luce intensa.

Entriamo a Orosei, una cittadina cadente, battuta dal sole, dimenticata da Dio non lontana dal mare. 

Scendiamo in piazza. 

C’è una chiesa con una grande facciata in falso barocco sopra una grande, ondeggiante massa di scalini: e di lato una fantastica confusione di forme rotondeggianti con un disordine di tetti rotondi di tegole, appuntiti al centro.

Deve essere stato una specie di convento. 

Ma sopra tutto ciò che si chiama “un pezzo da pittore”, quella grande, pallida facciata barocca in cima al dolce pendio, e quello strano edificio scuro al suo fianco, con i suoi innumerevoli tetti rotondi ricoperti di tegole scure, simili a cappelli a punta, disposti a diverse altezze. 

Tutto questo spazio ha uno strano aspetto spagnolo, trascurato, arido, eppure ha una sua grandezza e una dignità cadente e una insensibilità che riportano al Medio Evo, quando la vita era violenta e Orosei era senza dubbio un porto e un posto importante. 

Probabilmente aveva anche un vescovo.

Il sole penetrava rovente nella grande piazza; con la sua pallida, pesante facciata in cima al declivio di pietra da un lato, e gli archi e un grande, scuro cortile e le scale esterne di qualche ignoto edificio, lontano, dall’altro lato, con la strada che entra scendendo dall’entroterra e si precipita giù in basso verso le paludi salmastre, e con la sensazione che una volta un’unica potenza aveva tenuto questo luogo in pugno, aveva dato a questo centro una sua unità architettonica e uno splendore oggi perduto e dimenticato, Orosei era veramente affascinante.

Ma i suoi abitanti erano dei villani.

Entrammo in una specie di bar molto primitivo e chiedemmo del pane. 

«Solo pane?», chiese il villano.

«Si, per piacere».

«Non ce n’è», rispose.

«Oh dove possiamo trovarne un po’, allora?»

«Non ne troverete affatto».

«Davvero!».

E non trovavamo.

C’erano delle persone in piedi tetre, affatto amichevoli. […]

OROSÈI è un comune della provincia di Nuoro in Sardegna i cui abitanti son detti Oroseini in italiano e Oroseinos in sardo. 

Si trova nell’antica subregione storica delle Baronie, un tempo inclusa in quel che era la Gallura inferiore e presta il nome al Golfo di cui è al centro.

Orosei e il suo territorio, grazie ad oltre 25 km di costa e alla sua diversità di paesaggio, sono conosciuti e rinomati come località turistiche e naturalistiche. 

Il centro storico del paese rappresenta un esempio ben conservato di borgo di origine medievale e, grazie al piano di recupero dell’amministrazione comunale, negli ultimi anni è iniziato un processo di armonizzazione e valorizzazione storico-architettonica.

Munito di castello e circondato da mura, nel Medioevo fu il centro dell’omonima Baronia.

L’attuale territorio di Orosei, include – sia geograficamente che storicamente – anche paesi e villaggi scomparsi durante il medioevo e l’epoca successiva. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Ci aggirammo per questa città morta, preferisco quasi estinta, oppure chiamiamola villaggio.

Poi Mr Rochester cominciò a suonare il tuo clacson in modo perentorio, così ritornammo dentro. 

(…) Un abitante del luogo con cappotto nero arrivò correndo e sudando, portando una valigia color sangue di bue, e ci disse che dovevamo aspettare suo cognato, che era una decina di metri più indietro.

Il rosso Mr Rochester si sedette sul suo trono d’autista e guardò con aria feroce nella direzione da cui doveva arrivare il cognato.

La fronte aggrottata in modo irritabile, il suo lungo naso appuntito non prometteva molta pazienza.

Fece ruggire il clacson come fosse un tricheco. 

Ma non arrivava nessun cognato. 

«Non aspetto un minuto di più», disse.

«Oh, un minuto, ancora un minuto! Non ci farà mica male», implorò il suo compare. 

Ma non ci fu risposta dal rosso Amleto col viso lungo e il lungo naso.

Sedeva statuario, ma con occhi neri che guardavano tutti giù per la strada ancora deserta. 

«E va bene», mormorò a labbra strette, e si chinò avanti risoluto sulla manovella d’avviamento.

«pazienza, pazienza, pazienza ancora un momento… perché…», esclamò il compare.

«Per l’amor di Dio!» implorò l’uomo dal cappotto nero che stava proprio più friggendo e saltellando dall’ansia in mezzo alla strada attorno alla valigia che stava lì, nella polvere.

«Non partire! Per l’amor di Dio, non partire.

Deve assolutamente prendere la nave. 

Deve essere a Roma domani. 

Non ci metterà neanche un secondo… 

È qui, è qui, è qui!».

Questo impressionò l’autista dal naso appuntito, fatalista.

Lasciò andare la manovella e si guardò intorno con cupi occhi sordi.

Nessuno in vista.

I pochi, tetri uomini del posto stavano in piedi lì attorno impassibili.

Fulmini apparvero nei tetri occhi scuri di Roadster.

Assolutamente nessuno in vista.

Clic! e la sua faccia si trasformò, in uno sguardo di pace quasi serafica, mentre toglieva il freno.

Eravamo in cima ad un pendio e insidiosamente, oh molto scaltramente la grande corriera cominciò a inclinarsi in avanti e a muoversi furtiva.

«Oh, ma che!… Hai una bella forza di volontà!», gridò il compare, arrampicandosi al lato dell’ormai serafico Rochester.

«Per amore di Dio! Dio!», strillò il cappottone, vedendo la corriera scivolare in avanti e acquistare velocità. 

Alzò le mani come se volesse fermarla e urlò, con una specie di selvaggio ululato: 

«O Beppin’! Beppin… o!». 

Ma invano.

Già c’eravamo lasciati dietro i gruppetti di spettatori.

Stavamo scivolando verso il basso, fuori della piazza. 

Cappottone aveva afferrato la valigia e ci correva accanto disperato. 

Uscimmo dalla piazza: Rochester non aveva acceso il motore così stavamo semplicemente rotolando giù per il dolce pendio per volontà di Dio.

Scomparimmo nella scura strada in uscita, verso l’ancora invisibile mare. Improvvisamente, un urlo.

«OO… ahh!!».

«È qua! È qua! È qua! È qua!», boccheggiò cappottone quattro volte. 

«È qua!».

E poi: «Beppin’, se ne sta andando, se ne sta andando!».

Apparve Beppin’, un uomo di mezz’età, anche lui in un cappottone nero, con un mento irsuto e un fagotto, che correva verso di noi sulle gambe grassocce.

Sudava, ma la sua faccia era priva di espressione e innocente.

Con un guizzo di sorriso sardonico, mezzo di dispetto, mezzo di sollievo, Rochester frenò di nuovo, e ci fermammo in mezzo alla strada. 

Una donna si avvicinò barcollando affannata tenendosi il petto. 

Ora c’erano gli addii. 

«Andiamo!», disse Rochester brusco, guardando da sopra alla spalla e arricciando il suo bel naso con malizia. 

E subito tolse di nuovo e frenò.

La donna grassa spinse dentro Beppin’, boccheggiando i suoi addii, il cognato gli porse la valigia rosso sangue di bue, trotterellandoci dietro, e la corriera rifluì furiosamente da Orosei.

Quasi in un attimo avevamo lasciato la città sul suo pendio, e là sotto di noi c’era un fiume che si snodava per le pianure acquitrinose verso il mare, verso il punto in cui piccole onde spumose bianche si infrangevano su una piatta spiaggia isolata, un quarto di miglio più avanti. 

Il fiume scorreva rapido tra i sassi e poi tra fasce di alte canne secche, alte come un uomo.

Queste alte canne avanzavano fin quasi dentro il calmo mare orizzontale dal quale si alzava in bianco bagliore di luce, una luce imponente sul piatto Mediterraneo. Rapidamente scendemmo a livello del fiume e passammo su un ponte. […]

[…] Orosei stava lì sul promontorio dietro di noi. 

Lontano sulla destra i piatti acquitrini del fiume con le folte canne secche incontravano il piatto mare luccicante, fiume e mare erano una sola acqua, le onde si increspavano minuscole e smorzate nella corrente del fiume. 

A sinistra c’era uno spettacolo di grande bellezza. 

(…) il terreno era coltivato: ma in particolare, vi erano imponenti mandorli in piena fioritura. 

Com’erano belli, con il loro punto rosa argenteo che risplendeva così magnificamente, come una trasfigurazione, alti e perfetti in quello strano letto del fiume simile a una culla parallelo al mare. 

I mandorli erano in fiore sotto la grigia Orosei, i mandorli arrivavano fin quasi alla strada, e noi potevamo vedere gli occhi infuocati dei singoli fiori, i mandorli si ergevano sul pendio in salita davanti a noi. 

Ed erano fioriti in una così grandiosa bellezza là, in quella valle dove il sole che arriva magnifico e il bagliore del mare imbiancava tutta l’aria come con una specie di presenza divina, luccicavano nel loro incandescente colore rosa del tramonto. 

A stento si potevano vedere i loro tronchi color ferro, in questa magnifica valle. […]

(Ora Lawrence viene preso da un momento di poesia) […] Oh meravigliosa Orosei con i tuoi mandorli e il tuo fiume ricco di canne, che palpitano, palpitano di luce e della vicinanza del mare, è tutto così perduto, in un mondo finito da tempo, che resta nell’aria come restano nell’aria le leggende.

È difficile credere che sia reale. 

Sembra passato tanto tempo da quando la vita lo ha lasciato e la memoria lo ha trasfigurato in puro incanto, perduta come una perla perduta sulla costa orientale della Sardegna. 

Eppure eccola lì, con pochi scontrosi abitanti che non ti danno neppure una crosta di pane.

E probabilmente c’è la malaria, son quasi certo. 

E sarebbe un inferno dover vivere lì per un mese.

Eppure per un momento, in quel mattino di gennaio, com’era meravigliosa, oh, l’incanto senza tempo di quel Medio Evo quando gli uomini erano alteri e violenti e ottenebrati dalla morte. […]

[…] Eravamo soli nel coupé.

Il bigliettaio aveva fatto uno o due tentativi di attaccare discorso con noi 

(…) Era giovane, ventidue o ventitré anni circa. […]

[…] nonostante ci fosse il cartello “Vietato fumare” ci offrì una sigaretta, e insistette perché fumassimo con lui. […]

[…] E dal suo volto cupo viene fuori di un colpo: «Andare fuori dell’Italia». 

Fuori, via, andare via, andare via.

È diventato un desiderio ardente per loro, una nevrastenia. 

Dov’è casa sua?

Casa sua è in un paesino qualche miglia più avanti, qui su questa costa.

Ci arriviamo tra poco. 

Lì c’è casa sua.

E a qualche chilometro dal paese, nell’interno, ha anche una proprietà: anche lui possiede della terra. 

Ma non vuole lavorarla. 

Non la vuole.

Di fatto non se ne preoccuperà. 

Odia la terra, detesta coltivare la vigna. 

Non riesce neanche a decidersi di ritentare. 

Ma, allora, che cosa vuole? 

Vuole lasciare l’Italia, andare all’estero come autista.

Preferirebbe essere l’autista di un gentiluomo; ma guiderebbe anche un autobus, farebbe qualunque cosa, in Inghilterra.

Ecco, ora ha tirato fuori il rospo. 

Sì, dico io, capisco, ma anche in Inghilterra abbiamo più uomini che lavoro. […]

[…] Siamo di nuovo piombati tutti nel silenzio. 

Così alla fine lui se ne va via e riprende il suo posto vicino all’autista. […]

[…] E alla fine Mr Rochester si fa da parte e gli lascia prendere il volante. 

Così adesso siamo tutti nelle mani del nostro amico bigliettaio. 

Guida, ma non tanto bene, è evidente che sta imparando. 

La corriera quasi non riesce a restare sul solito tracciato di questa selvaggia strada deserta. […]

[…] La strada percorre miglia e miglia e miglia di questa costa e non c’è mai un paese.

Una o due volte una specie di posto di guardia isolato e soldati sparsi lungo la strada.

Ma mai una fermata.

Ovunque brughiere e deserto, disabitati.

E stiamo quasi per svenire dalla fatica e dalla fame e da questo viaggio implacabile.

Quando, ma quando arriveremo a Siniscola dove dovremmo mangiare il nostro pasto di mezzogiorno.

Oh sì, dice il bigliettaio.

C’è una locanda a Siniscola dove possiamo mangiare quello che vogliamo.

Siniscola, Siniscola!

Sentiamo che dobbiamo assolutamente scendere, dobbiamo mangiare, è l’una passata […]

[…] E laggiù, sulla spiaggia, ci sono i Bagni Siniscola, dove molti forestieri vengono in estate.

E quindi noi riponiamo grandi speranze in Siniscola. 

Dalla città al mare, due miglia, i bagnanti vanno sugli asini.

Luogo delizioso.

E si sta avvicinando, è davvero vicina. 

Ci sono campi recintati di pietre, sono recintati persino dei tratti di brughiera. 

Ci sono degli ortaggi in un campicello con un muro di pietra, c’è uno strano sentiero bianco attraverso la brughiera, verso una casa abbandonata. 

Siamo vicini. […]

[…] Eccolo lì, un villaggio simile ad un ammasso grigio con due torri.

Eccolo lì, ci siamo. 

Sobbalzando sui ciottoli, e ci fermiamo al lato della strada.

Questa Siniscola, e qui mangiamo noi.

Scendiamo dalla corriera stancante.

Il bigliettaio chiede a un uomo di indicarci la locanda, ma l’uomo risponde di no, borbottando.

Così viene delegato un ragazzino, e lui acconsente. 

Questo è il benvenuto. 

E non posso dire molto a favore di Siniscola

È solo un posto angusto, primitivo, pietroso, cocente al sole, freddo all’ombra. 

In un minuto o due, ci trovammo alla locanda, dove un giovanotto grasso era appena smontato dal suo cavallino marrone e lo stava legando a un anello di fianco alla porta. […]

SINISCÒLA (Thiniscòle in sardo) è un comune della costa orientale della Sardegna, in provincia di Nuoro, nella subregione storica delle Baronie, della quale rappresenta il centro più importante.

I suoi abitanti son detti Siniscolesi in italiano e Thiniscolesos in sardo.

Centro principale della Baronìa omonima (o di posada), ‘porta’ tra Gallura e Barbagie, fra montagna e mare, fra cultura ed enogastronomia.

Nel 1300 era uno dei borghi più importanti del giudicato di gallura, appartenente alla curatoria di Posada.

Oggi è una località turistica sorprendente che abbina la natura incontaminata del Montalbo a bellezze costiere mozzafiato, archeologia e cultura a particolarità culinarie uniche. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] La locanda non prometteva nulla di buono: la solita stanza fredda che si apriva, tetra, sulla strada tetra.

Il solito tavolo lungo, questa volta con una tovaglia ignobilmente piena di macchie; e di tutto ciò si occupavano due giovani contadine, nel loro costume marrone, alquanto lercio, e un panno bianco ripiegato sulla testa.

La più giovane serviva al tavolo. 

Era una civetta dal petto florido e sapeva essere molto regale e arrogante. 

Era altezzosa, e sembrava pronta a schernirti a qualsiasi ordine. 

Ci vuole un po’ di tempo prima di abituarsi a questo comportamento impertinente e sicuro di sé delle giovani donzelle, a quel modo di fare che sembra dire «guai a chi mi calpesta i piedi!», tipico di queste sfacciate. 

Ma in parte è una specie di difesa primitiva e di timidezza, in parte è una méfiance (diffidare) o diffidenza barbara, e in parte, senza dubbio, è tradizione per le donne sarde mantenere le proprie posizioni ed essere pronte a colpire per prime.

Questa regina dei bassifondi era pronta a colpire. 

Dimenava il suo posteriore attorno al tavolo, sbattendo i pezzi di pane sulla tovaglia lurida con un’aria di è-solo-condiscendenza-se-vi-servo, un sorrisetto controllato nascosto da qualche parte sul suo viso.

Non è fatto in maniera offensiva, eppure lo è.

In verità, è solo villania.

Ma quando uno è stanco e affamato… 

Non eravamo i soli a mangiare là.

C’era l’uomo sceso da cavallo e una specie di operaio o facchino o funzionario del dazio insieme a lui, è un giovanotto elegante e più tardi il nostro autista Amleto.

Poco per volta la giovane damigella sbatté sul tavolo pane, piatti, cucchiai, bicchieri, bottiglie di vino rosso, mentre noi stavamo seduti a quella sporca tavola in un imbarazzato riserbo che guardavamo l’orribile ritratto di Sua Maestà il regnante d’Italia. 

E dopo un bel pezzo arriva l’inevitabile minestra, e con essa il coro gli risucchi. 

Il piccolo maialino di Mandas era stato piuttosto bravo (Lawrence si riferisce al brano raccontato nel Capitolo 4 dedicato a Mandas), ma l’elegante giovanotto che veniva dalla campagna lo batteva. 

Come l’acqua si ingorga e schiuma giù per uno scolo intasato, così viaggiava la minestra verso la sua bocca, con un lungo, aspirato rivolo di rumore, intensificato dai pezzetti di cavolo ecc., che si facevano strada nell’orifizio. […]

[…] Cos’altro c’era da mangiare? 

C’era la carne che era stata bollita per la minestra. 

Sapevamo cosa voleva dire. (Era un’esperienza culinaria già fatta in precedenza, probabilmente abitudine sarda)

Io avrei preferito mangiare piuttosto un vecchio calzino di lana.

Nient’altro, o regina dei bassifondi? 

No, perché volete qualcos’altro? 

Bistecca di manzo… 

A cosa serve chiedere una bistecca di manzo o di altro, di lunedì. 

Andate dal macellaio e giudicate da voi. (Probabilmente si riferisce all’esperienza fatta il lunedì a Nuoro

(…) Il giovanotto elegante ordinò uova in padella, due uova fritte con un po’ di burro. 

Le ordiniamo anche noi. 

Il giovanotto elegante ebbe le sue per primo e naturalmente erano tiepide e liquide.

Lui ci si gettò sopra con una forchetta e una volta entrato in possesso di un’estremità dell’uovo, si limitò a succhiare su il resto, con un risucchio prolungato e violento, una lunga sorsata esile e sfilacciata risucchiata verso l’alto dal padellino.

Era un’esibizione autentica. 

Poi si gettò sul pane, masticando rumorosamente. 

Cos’altro c’era? 

Una piccola, comune, miserabile arancia. 

E questo era tutto il pranzo.

C’era del formaggio? 

No. 

(…) Il nostro pensoso autista tradusse che c’era del formaggio, ma non era buono, così loro non ce lo offrivano.

Il cavallerizzo aggiunse che a loro non piaceva offrirci nulla che non fosse il meglio.

E lo diceva in tutta sincerità, dopo un pasto del genere. 

La cosa risvegliò la mia curiosità, così che chiesi del formaggio, in ogni caso.

E dopotutto non era così cattivo. 

Il pranzo ci costò quindici franchi in due.

Ritornammo alla corriera, facendoci strada tra gli uomini rozzi che stavano in piedi lì attorno. 

A dire il vero, gli stranieri non sono popolari oggi, proprio da nessuna parte. 

Tutti hanno un qualche risentimento contro di loro, a prima vista. 

Questo risentimento può anche scomparire se si fa amicizia, ma anche rimanere.

(…) avevamo diversi altri passeggeri, per esempio un prete dagli occhi scuri e il naso lungo che mostrava i denti quando parlava. […]

[…] L’ape regina aprì il suo finestrino, ma il prete, uno di quei tipi che parlano sempre a voce alta, disse che la corrente era molto dannosa, molto dannosa, e così lo rinchiuse.

Era un tipo socievole, parlatore chiassoso, un tipo eccitabile in realtà, conosciuto da tutti i passeggeri. 

E tutto faceva male, fa male, fa male. 

Una corrente fa male, fa molto male. 

Non è vero? Rivolto a tutti gli uomini di Siniscola.

E tutti loro dissero «Sì, sì». […]

[…] Poi ci fermammo, (…) il prete scese per farsi una bevuta con gli altri uomini. L’autista Amleto rimase seduto al suo posto, inflessibile. 

Suonò il clacson. 

Lo suonò di nuovo, con decisione. 

Arrivarono gli uomini e si arrampicarono dentro.

Ma sembrava proprio che avremmo lasciato indietro il prete aggressivo. 

La corriera partì velenosa, e il prete arrivò correndo, con la sottana svolazzante, asciugandosi le labbra. 

Si lasciò cadere al suo posto con una risata chioccia, mostrando i lunghi denti.

E disse che era meglio bere qualcosa per fortificare lo stomaco. 

Viaggiare con lo stomaco in disordine faceva male: fa male, fa male, non è vero? Coro di “sì”.

[…] Il prete dai lunghi denti guardò l’ape regina di traverso, vedendo che fumava. Poi tirò fuori un lungo il sigaro, lo morse e sputò. 

Gli fu offerta una sigaretta. 

Ma no le sigarette sono nocive: fanno male. 

La carta faceva male alla salute, oh, molto male. 

La pipa o il sigaro. 

Così accese il suo lungo sigaro è sputò sul pavimento, continuamente. […]

[…] Non c’è mai stata una lingua più adatta alla commiserazione dell’italiano. Poverino! Poverino! 

Non sono mai felici a meno che non stiano commiserando qualcuno compassionevolmente. 

E mi sembra proprio di essere buttato nel mucchio di quei poverini che dovevano essere compatiti perché nervosi. 

Il che non migliorò certo il mio umore. […]

[…] Il caldo pomeriggio trascorreva lentamente. 

La costa era un po’ più abitata, ma non vedemmo praticamente alcun villaggio.

Il panorama era alquanto desolato.

Di tanto in tanto ci fermavamo in qualche posto di ristoro dall’aspetto sordido.

Di quando in quando superavamo un nativo in groppa al suo cavallino e qualche volta c’era un’esibizione quando una di queste piccole bestie, irsute e forti, si impennava e indietreggiava rapidamente, lontano dagli orrori della nostra grande automobile. […]

[…] Il pomeriggio stava morendo, la corriera proseguiva a gran velocità. 

Davanti a noi vedevamo la grande mappa dell’isola di Tavolara, un grandioso ammasso di roccia che mi affascinò con la sua splendida, poderosa forma.

Sembra un promontorio, perché apparentemente tocca la terraferma. 

Riporta sul limitare del mare, in questo perduto mondo pomeridiano. 

Strano come questo paese costiero non appartenga al nostro mondo d’oggi. […]

Isola di TAVOLARA è un’isola di 5,9 km², alta 560 metri, lunga circa 6 km e larga 1 km, della Sardegna nord-orientale, parte del comune di Olbia nella subregione della Gallura, spunta dal mare un colosso di granito punteggiato di verde mediterraneo che dà nome all’area marina protetta attorno.

Ricca di storia e leggende antiche e moderne, quest’isola dalla singolarissima conformazione si propone sulla scena della mitologia classica per rappresentare la nave dei Feaci pietrificata da Poseidone, col suo timone rivolto verso il mare aperto, rea di avere ricondotto Ulisse in patria.

Dal 1991 ospita il festival cinematografico “Una notte in Italia”. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Correvamo lungo la strada piatta, giù in pianura adesso.

E il crepuscolo si addensava pesantemente sulla terra. 

Vedemmo la strada curvare piatta sulla pianura. 

Era l’ingresso del Porto. 

Vedemmo un porto magico, circondato dalla terra, con alberi di navi e terra scura che cingeva un bacino rosseggiante. 

Vedemmo perfino un vapore che si trovava all’estremità di una lunga, sottile lingua di terra nel porto poco profondo, luccicante e ampio, come se fosse naufragato lì. 

E questo era il nostro vapore. […]

[…] Il nostro bigliettaio venne a dirci che dovevamo rimanere seduti nella corriera finché non veniva sbrigato il lavoro della posta, poi saremmo stati condotti all’albergo dove potevamo mangiare, e poi lui ci avrebbe accompagnato sull’autobus locale diretto alla nave. 

Non c’era bisogno che fossimo a bordo prima delle otto, e adesso erano da poco passate le cinque. […]

[…] E finalmente percorremmo a passo di carica, oltre una ferrovia, la piatta strada e si andava oscurando, ed entrammo in una piatta città dimenticata da Dio, di case scure, sull’estremità paludosa della baia. 

Sembrava più un insediamento che una città. 

Ma era proprio Terranova-Pausania (l’odierna Olbia). 

E dopo essere scesi, sobbalzando e sferragliando, per una strada buia, solitaria, apparentemente priva di interesse, arrivammo con un sobbalzo davanti ad una porta, che era l’ufficio postale. […]

ÒLBIA (Terranoa in sardo e gallurese, in passato chiamata Phausania, Civita, Terranova e Terranova Pausania) è un comune della provincia di Sassari in Sardegna.

I suoi abitanti son detti Olbièsi in italiano Terranoèsos in sardo e Tarranoèsi in gallurese. 

La città di Olbia si affaccia tra più di 20 isolotti del Golfo ed è protetta dal Monte Limbara. 

La bellezza naturalistica di questi luoghi incontaminati è cosa rara. 

Isole disabitate e paradisiache da un lato, rocce granitiche ricche di macchia mediterranea dall’altro. 

La città è il principale punto di passaggio per muoversi nel nord Sardegna. 

Moderna e antica allo stesso tempo, saprà offrirvi un soggiorno indimenticabile.

Olbia è situata a nord-est della Sardegna. 

La città si affaccia nell’omonimo Golfo ed è protetta dal Monte Limbara.

Famosa per essere la porta di accesso alla Costa Smeralda

La città, una delle principali della Sardegna, con il suo porto costituisce uno dei principali punti di collegamento con la penisola italiana. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Finché non ne potei proprio più.

Non volevo restare sull’automezzo un altro istante, e non volevo, proprio non volevo essere accompagnato al vapore dal nostro nuovo amico. 

Così mi precipitai fuori è l’ape regina mi seguì.

Anche lei era sollevata all’idea di sfuggire a questo nuovo affetto, anche se provava una grande simpatia per lui. 

Ma alla fine si scappa sempre di più e più precipitosamente dalle proprie simpatie piuttosto che dalle proprie antipatie. […]

[…] Chiesi come si andava fino al vapore, bisognava camminare? […]

[…] Quanto era lontano? dieci minuti. 

Si poteva salire a bordo subito?

Si, certo. […]

[…] e noi fuggimmo.

Fuggimmo ogni ulteriore amicizia.

Ordinai al monello di condurmi all’ufficio telegrafico che naturalmente era molto lontano dall’ufficio postale. 

Mettendoti il sacco e palla, e facendo un gran chiasso perché voleva portare anche il cucinotto a cui però l’ape regina (la moglie di Lawrence) rimase incollata, quello si mise in marcia. 

Dall’altezza, sembrava avere una decina d’anni, ma per quella sua faccia bella, col pallore maligno del ragazzo di strada, ne poteva avere quaranta.

Portava una giubba da soldato malandata che gli arrivava quasi alle ginocchia, era scalzo, ed era vivace, con quella sveltezza vigile dei ragazzi di strada che ha i suoi vantaggi. 

Così andammo giù per un corridoio e salimmo una scala e arrivammo in un ufficio dove ci si aspetterebbe di registrare nascite e morti. 

Ma il nostro monello disse che era l’ufficio telegrafico. 

Nessun segno di vita. 

Sbirciando attraverso lo sportello, vidi un grasso individuo seduto a scrivere, lontano.

Deboli luci mettevano in risalto i grandi, squallidi spazi l’ufficio, e mi chiedo se quel grasso funzionario non avesse paura di stare qua su tutto solo. 

Lui non fece una mossa.

Bussai sullo sportello e richiesi un modulo telegrafico. 

Quello tirò su le spalle fino alle orecchie e chiaramente lasciò capire la sua intenzione di farti aspettare. 

Ma io dissi ad alta voce, rivolto al monello: «È quello il funzionario del telegrafo?».

E il monello rispose: «Sì signore», così il grasso individuo fu costretto a venire. 

Dopo questo considerevole ritardo, ci mettemmo in cammino. […]

[…] E così ci incamminammo, il monello scalzo che si muoveva veloce qualche metro più avanti, per la strada che seguiva la lingua di terra. 

Questa era abbastanza ampia da contenere la strada e un binario ferroviario. 

Sulla destra c’era una casa silenziosa, apparentemente costruita su due pilastri del porto. 

Lontano, in fondo davanti a noi si appoggiava il nostro vapore dalle luci tremule, e un trenino stava smistando carri merci tra le basse baracche lì accanto. […]

[…] Il monello continuava a camminare, solo girandosi di tanto in tanto e allungando una mano magra e avida verso il cucinotto. 

Lo voleva specialmente ogni volta che degli uomini avanzavano giù lungo la ferrovia: il fatto che lo portasse l’ape regina era un’onta alla sua bravura. 

Così venne mollato anche il cucinotto e il ragazzotto continuò a camminare soddisfatto.

Finché finalmente arrivammo alle basse baracche a acquattate tra il vapore e la fine della ferrovia.

Lo scugnizzo (…) mi porto in un’altra baracca che stava proprio per chiudere. 

Qui alla fine ebbero la compiacenza di darmi due biglietti, centocinquanta franchi in tutto.

Così seguimmo il monello (…) su per la passerella con il sacco.

Era una nave piuttosto piccola. 

L’assistente di bordo mi mise nella cabina numero uno, l’ape regina nella numero sette.

Ogni cabina aveva quattro cuccette.

Di conseguenza uomini e donne dovevano essere rigorosamente separati su questa nave. 

E questo era un colpo per l’ape regina che sa bene cosa possono essere le compagne di viaggio italiane. 

Comunque, così era.

[…] Tirai il tacco sulla mia cuccetta ed ecco lì il monello, in piedi sulla porta, sul tappeto rosso.

Gli diedi tre franchi.

Lui guardò come se fossero la mia condanna a morte.

(…) Poi allungò il braccio con un gesto di superba insolenza, respingendo violentemente il mio danaro senza una parola.

«Ma come!», dissi io.

«Tre franchi sono più che sufficienti». 

«Tre franchi, per due chilometri e tre bagagli! No signore! No! Cinque franchi!». […]

[…] «Che disgustoso ragazzino! Terribile orribile ragazzino! Che orribile ragazzino! Davvero, un ladruncolo! Un piccolo imbroglione!», pensai ad alta voce. «Imbroglione!», ripeté lui fremendo. 

E così era sconfitto. 

«Imbroglione» lo fece piegare su se stesso: quello è la pacata moderazione del tono della mia invocazione. 

Ora sarebbe andato via con i suoi tre franchi, ma ora, con disprezzo definitivo, gli diedi gli altri due. 

Scomparve in un lampo per la passerella, terrorizzato all’idea che l’assistente di bordo arrivasse e lo sorprendesse in uno dei suoi trucchi. 

Infatti più tardi vidi l’assistente di bordo mandar via altri monelli a gambe levate per aver chiesto più di un franco e mezzo. 

Il marmocchio.

Adesso il problema era la cabina: perché l’ape regina, si rifiutava semplicemente di considerare l’idea di dividere la cabina con tre donne italiane che si sarebbero tutte sentite male solo per il gusto di fare storie, anche se il mare era liscio come il vetro.

Demmo la caccia all’assistente di bordo. 

Lui ci disse che tutte le cabine di prima classe avevano quattro cuccette, quelle di seconda ne avevano tre ma erano molto più piccole. 

Come ciò fosse possibile proprio non lo so.

Comunque se non arrivava nessuno, ci avrebbe dato una cabina tutta per noi. 

La nave era pulita e civile, anche se molto piccola. 

Ed eccoci qui.

Salimmo sul ponte.

(…) Andammo verso la quarta piccola baracca che fungeva da spaccio, e comprammo pane e sardine, cioccolata e mele. 

Poi salimmo sul ponte superiore per consumare il nostro pasto. 

In un luogo riparato, accesi il fornello a spirito e vi misi sopra l’acqua perché bollisse. […]

[…] Avvolgemmo attorno a noi l’unico plaid e ci mettiamo l’uno accanto all’altra, aspettando che il tè bollisse. […]

[…] era una nave piccola, con posto per una trentina di passeggeri in prima classe e quaranta in seconda.

Sul ponte inferiore, a prua, c’erano due file di bovini, diciotto capi. 

Stavano lì dritti legati fianco a fianco, immobili, come inebetiti. 

Solo due si erano stesi per terra. 

Il resto rimaneva lì ritto, immobile, con la coda penzoloni e la testa penzoloni, come fossero drogati o diventati insensibili. […]

[…] Finalmente, verso le sette e mezza arrivò il treno dall’isola e la gente scendesse in massa.

Noi eravamo in piedi, appoggiati all’estremità del ponte superiore, a guardare giù. Si riversavano fuori, in una massa densa, su per la passerella con tutti i tipi di bagaglio immaginabili: fagotti, grosse borse ricamate, valigie, bisacce (l’ape regina si rammarica di non averne comprata una), un’improvvisa, ondeggiante massa di uomini e cose. 

(…) La nostra preoccupazione è vedere se ci saranno altri passeggeri di prima classe. […]

[…] Quasi tutti sono in seconda classe, e buona parte sono donne. 

Abbiamo visto alcuni uomini da prima classe, ma, per il momento, nessuna donna. E ogni cappello con le piume desta preoccupazione nell’ape regina. 

Per parecchio tempo siamo salvi. […]

[…] E poi, ahimé, un signore anziano con una figlia, prima classe. 

Hanno un aspetto molto rispettabile piacevole ma l’ape regina geme: «Sono sicura che starà male».

Verso la fine arrivano tre detenuti, incatenati l’uno all’altro. 

(…) I due giovani soldati che li sorvegliano, e che hanno dei fucili, sembrano nervosi. 

(…) Alla fine i soldati vennero fatti mettere in riga, e mandati a bordo. 

Una volta lì, quasi immediatamente, cominciano a fare una tenda: stendono un enorme telone impermeabile sopra la fune trasversale in mezzo al ponte sotto di noi, tra le zone di prima e seconda classe. 

Il grande telone viene tirato giù per bene da entrambi i lati e fissato, e così forma una grande tenda scura. 

I soldati scivolano dentro e sistemano i loro Fagotti. […]

[…] Ma prima devono mangiare, perché sono le otto e anche più tardi. 

E saltano fuori le loro cene: un intero pollo arrosto, pezzi di capretto, cosce d’agnello, enormi pagnotte. 

Il pollo viene smembrato con un coltello a serramanico in un battibaleno, e spartito. Tra i soldati, tutto viene spartito. 

Stanno seduti lì sotto la loro tettoia aperta all’estremità, stipati assieme e felici, masticando con tutta la loro forza e battendosi sulla spalla l’un l’altro, amichevolmente, e bevendo sorsate di vino dalle bottiglie. 

Invidiamo il loro buon cibo.

Finalmente sono tutti a bordo, è arrivato anche l’autobus dalla città e se ne è andato.

Un giovane zoticone ritardatario arriva di corsa in una carrozza e si precipita a bordo.

L’equipaggio comincia a correre qua e là.

I facchini del molo sono saliti veloci a bordo con le ultime balle di merci e gli ultimi pacchi; tutto viene stivato al sicuro. 

Il vapore suona la sirena ripetutamente. 

Due uomini e una ragazza baciano tutti i loro amici e scendono dalla nave. […]

[…] E così la passerella viene tirata a bordo e le gomene sono avvolte rapidamente. 

Ci stiamo allontanando lentamente dal molo. 

I pochi spettatori sventolano fazzoletti bianchi, stando in piedi, minuscoli e abbandonati su piccolo molo scuro, nel cuore dell’oscuro porto deserto. 

Una donna grida e saluta con la mano e piange. 

Un uomo fa segnali esagerati col fazzoletto bianco, come le segnalazioni fatte con le bandierine, e si sente importante. 

Ci allontaniamo, e i motori cominciano a pulsare. 

Ci stiamo muovendo nel porto racchiuso dalle terre.

Tutti stanno a guardare.

Il comandante e l’equipaggio gridano ordini. 

E così, molto lentamente, e senza nessun trambusto, come un uomo che spinge una carriola oltre il cancello di un cortile, usciamo pulsando lentamente dal porto, superando prima una punta, poi un’altra, via dall’accerchiamento delle colline, via dalla grande massa di Tavolara che è verso sud, via dalla terra che si allunga verso nord, e al di là del limite del mare aperto. […]

[…] Rapidamente rotolo sulla mia cuccetta in basso, dove sento il rollio della nave spinta dalle macchine e lo scricchiolio della cuccetta sopra di me quando il suo occupante si gira; ascolto i sospiri degli altri, lo sciabordio dell’acqua scura.

E così, scomodamente, piuttosto calda e senza aria, turbata dal pulsare delle macchine e dei sospiri dei miei compagni, e con un gallo che canta insistente da una delle stie, pensando che le luci della nave siano l’alba, la notte trascorre. 

Si dorme, ma è un sonno cattivo.

Se soltanto ci fosse dell’aria fresca, e non questa mancanza d’aria proprio di una cuccetta bassa all’interno di una cabina. […]

(Continua il viaggio, vai al Ritorno)

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