Filosofia


«Le strategie “dal basso verso l’alto” più rilevanti partono dall’individuo e si sviluppano attraverso l’esempio e l’emulazione fino a generare cambiamenti di massa. La permacultura – per quanto complementare a molti approcci “dall’alto verso il basso” all’interno del movimento ambientalista – non ha come obiettivo principale quello di far pressione su governo e istituzioni per cambiare la politica, ma quello di permettere a individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione. […] Tale approccio si basa sulla consapevolezza che una parte della società è pronta, disponibile e in grado, sostanzialmente – questo è ancora più significativo – di cambiare il proprio comportamento, se crede che ciò sia possibile e rilevante. Questa minoranza socialmente ed ecologicamente motivata rappresenta la chiave di volta di un cambiamento su larga scala.»

(David Holmgren, Permacultura, dallo sfruttamento all’integrazione. Progettare modelli di vita etici, stabili e sostenibili)

“… nell’indifferenza della politica e dell’architettura colta, un pulviscolo di manufatti solitari ha letteralmente invaso il nostro territorio, spargendosi lungo le strade e i bordi delle città compatta, unendo centri urbani un tempo distinti, arrampicandosi lungo i declivi e arrivando a lambire il mare e i fiumi”. Questo scriveva l’Architetto Stefano Boeri, nel testo di presentazione al progetto “Sezioni del paesaggio italiano” realizzato assieme al fotografo Gabriele Basilico, per la Biennale di Venezia del 1996 – VI Mostra Internazionale di Architettura.

Certamente ogni area urbana si definisce anche rispetto a ciò che ha intorno, la sua periferia; in questa dialettica fra interno ed esterno che si può parlare di forma della città.

Quando iniziai a fotografare architetture e paesaggi urbani, la mia preoccupazione era riuscire a renderli puliti, cercando di eliminare tutto ciò che non apparteneva al soggetto, fili elettrici, pali della luce, automobili. Ero fortemente interessato solo alla forma degli edifici, alle facciate, agli angoli, alle superfici, alle profondità dei volumi, alle differenze di linguaggio dei manufatti.

Poi mi sono reso conto che l’architettura è un progetto vivo e vitale, fatto per essere vissuto e quindi, per sfuggire all’idea asettica del progettista, per essere personalizzata da chi lo vive quotidianamente; inserito nella vita del quartiere e della città, con la sua personalità, ma metabolizzato dal luogo dove vive, integrato e personalizzato da chi lo vive.

Il mio lavoro ha una forte relazione con questi aspetti e non credo debba essere inteso come documentazione rigorosa e/o scientifica. Piuttosto, come un libero tentativo di attraversamento di un’esperienza problematica e senz’altro critica della vita vissuta e delle trasformazioni sociali ed antropologiche.

Così mi sono interessato anche a tutto quello che sta oltre, fuori dal profilo e dalla massa degli edifici, e che contribuisce al disegno “urbano” dello spazio: la segnaletica stradale, i cartelli, le corsie e le zebre sull’asfalto, le auto parcheggiate in ogni dove, i pali dell’illuminazione e la trama dei cavi elettrici che distribuiscono l’energia, fino alla rete di tubi del gas lungo le pareti e alle manomissioni, più o meno abusive, degli edifici.

Fotografo Architect Storyteller 2.0, fotografo autore, artista, filosofo, asceta, visionario, contemplativo, meditativo, antropologo, sociologo, lento per nascita e per scelta, lavoro con sguardo lento, vivo e viaggio praticando l’ozio creativo e le soste estatiche estetiche; guardo, osservo, 5 sensi + 3 spirito mente e cuore, medito, abbandonando il frastuono delle parole, raccontando con la forza narrativa ed evocativa delle immagini. 

Viaggio lentamente a piedi, con uso di pipa, macchina fotografica al collo, computer online, interpretando e narrando emozioni pensieri e suggestioni dei viaggi.

Come autore racconto le mie osservazioni e visioni, punti di vista, nel mio moto a luogo, lento, di voyeur dell’abitare quotidiano.

Quindi, la mia percezione dello spazio è inedita e personale: legata certamente allo sguardo, ma anche al camminare, al muovermi fisicamente, alla ricerca di un punto di ripresa espressivo ma anche non scontato. E, cercando quel punto, è per me inevitabile continuare ad accumulare metaimmagini e metapensieri che producono non immagini definite, ma ipotesi di immagini. Così mi muovo come un rabdomante alla ricerca di una sorgente, sulla scorta di un’ipotesi che mi consente di leggere comunque il sistema delle sorgenti in generale. E’ un processo continuo di ricerca e sperimentazione, che alla fine restituisce l’impressione di assorbire lo spazio e al contempo esserne assorbiti.

Nelle mie opere non sono le persone a parlare ed esprimere pareri, ma architetture, paesaggi urbani ed antropizzati, periferie

Ci sono edifici e paesaggi urbani italiani che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati ed edificati, assieme alla visione di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono riconoscibili occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano di esprimersi, di mostrarsi, e questo si rende possibile grazie all’evento rivelatore della luce, nella condizione limite che è l’assenza dell’uomo dal quadro dell’immagine. Nelle architetture è nascosta un anima e una personalità; ci sono architetture introverse ed estroverse, che socializzano con gli edifici circostanti o rimangono isolate. Ma basta la presenza di un uomo a ridare all’architettura il valore scenografico, a dare senso vitale all’architettura e al vuoto. Questo perché il vuoto riempie se stesso e diventa soggetto in sé. Quindi, fotografare l’architettura nel suo complesso, significa fotografare anche il vuoto, non nel senso di una mancanza, bensì come protagonista di sé stesso, con tutto il suo lirismo, con tutta la sua forza, con tutta la sua umanizzante capacità comunicativa, perché il vuoto nell’architettura è parte integrante, persino strutturale del suo essere, solidità che si oppone o integra col pieno.

Come detto, non posso fare a meno di vedere la città come un grande corpo che vive e respira, un corpo in crescita, decrescita, in trasformazione, e mi interessa coglierne i segni, osservarne le forme, indagandone le modificazioni del copro per leggerne la natura. Cerco incessantemente, nuovi punti di vista, come se la città fosse un labirinto e lo sguardo vi cercasse un punto preciso di penetrazione.

Mi interessa leggere la sua dimensione estetica come sublimazione della sua morfologia. E’ per questo forse che il mio interesse e la mia attenzione non sono rivolti alla bellezza in sé, per esempio ai grandi monumenti o all’architettura dei centri storici delle grandi città, ma preferibilmente alla “città diffusa“, alle zone intermedie, alle periferie, laboratorio aperto come work in progress, nelle quali, dal punto di vista dell’architettura, la qualità dell’ambiente urbano si diluisce fino a smarrirsi. Tra le aree periferiche c’è anche l’Italia minore con la M maiuscola, che con le periferie urbane condivide l’abbandono, la vergogna e la carenza di servizi ma, contrariamente a queste ultime mantiene, a dispetto della globalizzazione, identità materiali e immateriali, genius loci caratterizzanti, un’autenticità derivante dalla omogeneità costruttiva dialogante con il territorio che ne fa un giardino emozionale diffuso.

Ognuno ha una sua identità che gli deriva dal talento e dalla stratificazione delle esperienze visuali vissute, dagli studi, dalla cultura.

La mia identità è fatta di fotografia artistica architettonica paesaggistica in bianco e nero che lascio mi emozioni formando un tutt’uno assieme a luce ed ombra, tre elementi che assieme vanno a formare una quarta dimensione che si fa solida e fluida allo stesso tempo, nel variare della luce del giorno, nei componenti che solo la fotografia sinestetica può restituire: i colori, l’aria, i profumi, i suoni, pieni e vuoti, presenze e assenze.

Bianco e nero perché il colore con la sua presenza ingombrante, debordante, rischia di diventare primo attore, soggetto lui stesso; lasciamolo ai pittori. Il bianco e nero è uno strumento più collaborativo per raccontare forme, luci e ombre, vuoti e pieni, essenziale e pur ricco di sfumature coloristiche date dai contrasti e dalla scala di grigi tra il bianco più luminoso e il nero più profondo; inoltre è più astratto e meno sensibile all’evento, come è invece il colore, che rischia di esasperare o sovrainterpretare il reale.

Sono innanzitutto fotografo “Documentarista” e mi sforzo di mostrare una realtà comprensibile, riconoscibile, leggibile. Mi interessa cioè – restando fedele al linguaggio documentario e convinto della sua inalterata capacità di esprimere un equilibrio e una distanza equa con il mondo esterno – scansionare luoghi, territori, architetture, tentando di ricostruire un senso possibile tra l’esperienza della visione e lo scenario che mi sta davanti.

Uso la Fotografia come mezzo d’impegno politico e di cittadinanza attiva, tra bellezza e racconto di visioni, pensieri, riflessioni, proposte; uso la Fotografia di Architettura per narrare la realtà vista e vissuta, emozioni e atmosfere, rendendo concrete, con immagini sinestetiche, le esperienze emozionali materiali ed immateriali che stimolano la mia creatività; tutto filtrato attraverso la sensibilità informata dalla mia cultura onnivora.

Il linguaggio fotografico favorisce una lettura della trasformazione stratificata del Paesaggio Urbano. La foto diventa un documento su cui lo sguardo si esercita per offrire elementi di discussione meno astratti nella lettura del territorio.

Non appongo solo una firma di prestigio, ma mi coinvolgo col mio stile espressivo, il linguaggio interpretativo, denso di soggettività.

Il mio lavoro non è un reportage né una riproduzione di un inventario, quanto piuttosto, testimone visivo, di provare a comporre uno stato delle cose, un’esperienza diretta dei luoghi, affidata a una libera e personale interpretazione.

Uso l’occasione delle campagne fotografiche per organizzare progetti di partecipazione collettiva, eventi finalizzati all’incontro con le cittadinanze, per alfabetizzare e rendere consapevoli i cittadini dei luoghi territori architetture vissute distrattamente nel quotidiano, discutendo assieme i risultati delle mie fotografie che nell’occasione vengono proiettate, assieme alla presentazione del libro.

L’immagine induce a meditare e riflettere, arricchisce la mente e lo spirito, evitando l’imbarbarimento di singoli e società, l’idolatria per il denaro. Contribuendo con la bellezza, a migliorare “l’estetica e l’etica del quotidiano” e, quindi, la qualità della vita, per un mondo migliore.

Propongo i miei lavori fotografici pubblicandoli come Carnet de Voyage 2.0, Taccuini Fotografici di Viaggi nell’Italia minore con la M maiuscola dall’arabo taqwin “giusto ordine”, raccolta – contenenti appunti visuali che raccontano soggetti di luci e d’ombra che si fanno luoghi dal vivere quotidiano, interagendo con i luoghi circostanti; paesaggi urbani, naturali, rurali, antropizzati, identità materiali e immateriali del più grande giardino emozionale diffuso.

Non sono taccuini illustrati, ma testimonianze nelle quali immagini sinestetiche assurgono a linguaggio autonomo, grammatica e sintassi di racconti che fanno rivivere un flusso di emozioni, appunti, riflessioni, pensieri, considerazioni, evocando seduzioni

TECNICA: tutto inizia prendendo appunti fotografici en plein air.

Parto per i miei viaggi emozionali, con 5 sensi + 2 mente e cuore, uno zaino, due macchine fotografiche compatte, uno SmartPhone e un Tablet; viaggio con il minimo indispensabile attraverso l’Italia, usando treni e linee bus regionali, per prendere appunti fotografici. 

Al ritorno mi metto davanti al computer, per condividere immagini, emozioni, esperienze vissute e informazioni utili, online attraverso i miei blog e i social network, realizzando libri fotografici.

NE’ RICCO NE’ FAMOSO MA SOLO UTILE, il mio progetto 2.0 – etico estetico impegnato -, va oltre le parole e, attraverso l’uso delle immagini, vuole diventare impegno civile attivoIl mio tentativo è creare racconti visuali ed icone emozionali che possano entrare a far parte dell’immaginario collettivo, per una consapevolezza del vissuto.

Non appongo solo una firma di prestigio, ma mi coinvolgo col mio stile espressivo, il linguaggio interpretativo, denso di soggettività.

L’immagine vale più di mille parole e la Fotografia è strumento di comunicazione in grado di coinvolgere tutti ed ognuno, con la sua sintesi e immediatezza; attraverso la sua forza evocativa, la potenza testimoniale, supportate da un linguaggio esteticamente “accattivante”, largamente comprensibile; possono indurre alla riflessione, e grazie alla capacità di parlare un linguaggio tra i più comprensibili e coinvolgenti al mondo, cambiare le coscienze e creare opinione pubblica. Ispirate da sensazioni ed emozioni, la lentezza dello sguardo, hanno la capacità di indurre letture da cui scaturiscono pensieri, considerazioni, rimandi culturali. Meglio delle parole, le immagini, creano icone emozionali, in grado di coinvolgere, divulgare, sensibilizzare, creare consapevolezza ed opinione pubblica, tentando di coinvolgere la cittadinanza, migliorare il quotidiano e la vita degli individui e della società.

Oggi, un foto-architetto e foto-urbanista non ha bisogno di andare lontano, per ispirare il proprio lavoro, gli basta girare nei dintorni della propria casa, andare nei sobborghi e periferie della sua città, per trovarsi di fronte ai suoi soggetti.

Borzone de Signorio Sabelli da parte di madre, provengo da una famiglia nella quale ho antenati illustri tra i quali, oltre a 5 Papi ed 11 Cardinali, i pittori Luciano Borzone (Genova 1590-1645) e i figli e allievi Giovanni Battista BorzoneCarlo Borzone e Giovanni Francesco Maria Borzone (Genova 1625-1679), pittore e ad astronomo chiamato in Francia nel 1656 ad affrescare il castello di Vincennes (Lagrange); lo zio Luigi Ottavio Borzone de Signorio Sabelli; mentre, da parte di padre, Mimmo Rotella. Naturalmente il mio bagaglio culturale artistico è intriso di arte italiana, e non solo. Mi ritrovo nei vedutisti, in pittura macchiaioli, Segantini, Canaletto, Boldini, Bernardo Bellotto, Guardi; ma anche negli acquarellisti Ettore Roesler Franz, lo stesso Goethe e il più recente Aldo Riso; per il disegno e la grafica Durer, Piranesi

Tra i fotografi, certamente rientro nel solco dei fotografi di architettura e paesaggio, alcuni dei quali coetanei contemporanei e “concorrenti”, Gabriele Basilico, il più vicino, ma anche Mimmo Jodice e Luigi Ghirri; mentre per la fotografia rurale ed antropologica, l’amico Mario Cresci.

Per finire, dirò che dopo quarant’anni di attività fotografica, oggi trovo ci sia bisogno di alfabetizzare alla comunicazione fotografica; infatti, la fotografia democratizzata dai nuovi mezzi di ripresa, diffusa dai social media, è maltrattata, maleducata, brutta, inutile.

Io, Fotografo autore, sento il diritto e dovere di alfabetizzare alla bellezza, alla scrittura visiva, al saper vedere, a sapere esprimere le proprie idee ed emozioni attraverso un progetto visivo, alla scelta del punto di vista, ad una corretta inquadratura; a fotografare seguendo la grammatica e la sintassi del linguaggio fotografico, evitando linee cadenti, inutili distorsioni e fotografie oblique. Fotografare emozioni per emozionare.

 

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