Mare e Sardegna – Il Mare


Capitolo 2 – Il Mare

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sicilia: Palermo (porto) – Trapani

Sardegna: Cagliari

SINOSSI

Finalmente arriva il giorno e la mattina, anzi l’alba preceduta dall’ennesima alzataccia, per l’imbarco per la Sardegna.

Quindi siamo ancora in Sicilia, nel porto di Palermo, e Lawrence con la sua solita verve narrativa narra ogni momento e i personaggi, dall’equipaggio ai viaggiatori, fino al vapore che fuma la sua sigaretta (cioè il fumo del fumaiolo).

La narrazione di Lawrence, poetica ed evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, racconta passo passo, momento per momento ogni momento, con precisione, ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente.

La salita a bordo del piroscafo, i preparativi prendendo le misure per sistemarsi nella piccola cabina.

Poi il solito imprevisto: il capitano teme di non poter partire all’ora prevista, a causa del molto vento a largo; ma poi si decide per partire, pronto a navigare tra vento e mare grosso. 

Quindi, dopo le manovre per uscire dal porto, l’allontanamento da Palermo, alle spalle, e il vuoto del mare davanti.

Ma prima di allontanarsi definitivamente si continua a costeggiare la Sicilia, vedendo seppur di lontano: prima le Isole Eolie, poi Erice, l’isola di Levanzo.

Poi una tappa intermedia a Trapani, e nel tempo di un carico di botti, una scesa e breve giro perlustrativo in una «via di mezzo tra un luogo esterno dove si getta la spazzatura e una strada distrutta, tutta buche, in una periferia grezza, con qualche panca di ferro e rifiuti di paglia e vecchi stracci.»

Infine il lungo viaggio che permette a Lawrence di vivere le dinamiche del piccolo mondo della nave, e di fare osservazioni e considerazioni a proposito del natante, dell’equipaggio, la vita e il mondo circostante che scorre come la barca sull’acqua.

Ma anche di litigare.

Poi finalmente, arriva nell’inaspettata Cagliari, che a un primo colpo d’occhio da lontano, gli appare come una Gerusalemme in terra italiana. [clicca qui per acquistare l’eBook]

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 27 a 62 (ascolta il podcast qui sotto)

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PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

[…] Perché il letto del fiume, Persino i paesini in alto tra le querce, sull’Etna. 

Ma l’Etna stesso, l’Etna della neve e dei segreti venti mutevoli […]

(Siamo a Palermo prima della partenza per la Sardegna)

[…] Il vecchio interviene grasso bussa. 

Ahimé, ancora una volta è buio. 

Alzarsi di nuovo prima dell’alba […]

[…] Il primo gregge entraincitta, un suono così ondeggiante. […]

[…] Arriviamo sul molo, largo e desolato, la curva del golfo di Panormus. 

Quell’orribile pallore d’alba del mare freddo, lì fuori. 

E qui, il fango del porto, untuoso; e pesce; e rifiuti. […]

[…] La nostra imbarcazione a remi è circondata da molte barche vuote, pigiate al lato del molo.

Si fa strada come un cane da pastore in mezzo a un gregge di pecore, o come una nave attraverso la banchisa. … 

Il rematore si alza e allontana da sé i remi. 

Manda un lungo grido malinconico a qualcuno sulla banchina. 

L’acqua sciaborda contro le prue incalzanti. 

Il vento è gelido. 

Le fantastiche vette dietro Palermo appaiono quasi spettrali in un cielo semioscuro. […]

[…] Il nostro vapore sta ancora fumando la sua sigaretta (cioè il fumo del fumaiolo) laggiù. […]

[…] Saliamo, saliamo, questa è la nostra nave. 

Andiamo su per la scaletta. 

«O, ma!»

Dice la ragazza americana (la giovane accompagnatrice dello scrittore e di sua moglie che non partirà con loro). 

«Ma è piccola!

È insopportabilmente piccola! 

Oh povera me, viaggerete su questo affarino! 

Oh cielo! 

Trentadue ore in una barca così piccola? 

O no, io non lo farei mai». […]

[…] Nessun altro sulla nave. 

Un gruppetto nero dei membri di un equipaggio rozzo con niente da fare, e noi siamo i primi passeggeri offerti alla derisione. […]

[…] la nostra cabina.

«Oh Dio! Non è più grande di una vetrinetta. Come farete ad entrarci!», esclama la ragazza americana. 

«Uno per volta», dico io.

«Ma è il posto più minuscolo che io abbia mai visto».

Era veramente minuscolo. 

Bisognava mettersi in una cuccetta per chiudere la porta. 

Per me non aveva importanza, non sono un americano gigantesco. […]

[…] «Ma come, questo è l’unico posto che avete per sedervi?», chiese la ragazza americana. 

«Ma è davvero terribile! 

Non c’è aria, è buio e puzzolente. 

Non ho mai visto una nave simile. 

Volete davvero andare? 

Veramente?» […]

[…] Non abbiamo bevuto il caffè, non c’è bisogno di dirlo. 

Niente da fare così presto. 

L’equipaggio sta ancora lì in gruppo, proprio come una banda di zoticoni all’angolo di una strada.

E hanno la strada tutta per loro: questa nave. […]

[…] È un vecchio piroscafo, lungo e stretto, con un piccolo fumaiolo. 

E sembra così abbandonato, ora che non si riesce a vedere più la banda da angolo di strada dell’equipaggio indifferente. […]

[…] Ah Ah!

Ecco il cibo! 

Vari pezzi di capretto, pronti per essere arrostiti; svariati polli; finocchi come sedani; vino in un bottiglione; pane fresco; pacchi! 

Passateli su, passateli su.

«Cibi buoni!»

Esclama l’ape regina pregustandoli. (ape regina è il soprannome dato da Lawrence alla moglie) […]

[…] Sta facendo giorno. 

Pezzetti d’oro pallido volano tra delicati ma freddi fiocchi di nuvole da est, sopra il Monte Pellegrino, vengono fuori i pezzetti di nuovissimo cielo turchese. 

Palermo, sulla sinistra del porto, un po’ desolata, disordinatamente, fine-del-mondo, fine-del-mare, lungo il fronte della banchina. […]

PALERMO (Palermu in siciliano, Palièmmu, Palèimu, Palèrmu o Palìaimmu in dialetto palermitano) capoluogo dell’omonima città metropolitana della Regione Siciliana, i cui abitanti sono detti Palermitani.

La città sorge all’interno di una pianura di circa 100 km² (la Conca d’Oro) stretta tra il golfo e i monti calcarei, che prendono nome dalla città.

Il sito è abitato sin dalla preistoria e la sua lunga storia e il succedersi di numerose civiltà e popoli hanno regalato alla città un notevole patrimonio artistico e architettonico.

Il sito seriale Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale, di cui fanno parte più beni monumentali è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2015 e numerosi edifici, tra chiese e palazzi, sono riconosciuti monumenti nazionali.

A Palermo ha sede l’Assemblea regionale siciliana, la più antica assise parlamentare in attività del mondo.

La città ha mantenuto il ruolo di capitale del Regno di Sicilia dal 1130 al 1816 ed è stata protagonista delle rivoluzioni del Vespro nel 1282 e delle rivolte risorgimentali del 1848. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Anche da qui possiamo vedere i carretti (…) 

(…) Oh carretti dipinti della Sicilia, con tutta la storia sulle vostre fiancate!

Arriva un individuo al nostro fianco. 

«Il capitano teme che non sarà possibile partire. 

C’è molto vento fuori punto molto vento!».

Come adorano venirsene fuori con notizie allarmanti, inquietanti o fastidiose! 

La gioia che dà loro! 

Che soddisfazione su tutti i volti: naturalmente tutti gli altri fannulloni ci stanno guardando, i perdigiorno d’angolo di strada di questo ponte (i marinai). 

Ma noi siamo stati ingannati molte volte. 

«Ah, ma!», dico io guardando il cielo, «non tanto vento da non poter partire».

Un’aria di tranquilla indifferenza, un’alzata di spalle, è efficacissima: come se a tal riguardo sapessi proprio tutto, molto di più di loro. […]

[…] Così lui se ne va, trionfante solo a metà. […]

[…] «Le cose sembrano peggiorare sempre più!» si lamenta l’amica americana.

«Cosa farete su una nave simile se vi troverete in difficoltà lì fuori nel Mediterraneo. 

Oh no, volete rischiare davvero? 

Non volete partire da Civitavecchia?». […]

[…] È ora! È ora! 

L’amica americana deve andarsene. 

Ci dice addio, più che cordialmente. 

«Interesserà enormemente sapere come le la cavate».

Così te ne va giù per la fiancata.

Il barcaiolo vuole venti franchi, vuole di più, ma non li ottiene. 

Ne ottiene dieci, cinque di troppo.

E così, seduta piuttosto piccola, smunta e infreddolita, rannicchiato nel suo maglione, ondeggiando si allontana sull’acqua increspata verso i lontani gradini di pietra. 

La salutiamo con un cenno della mano con un cenno della mano. […]

[…] Lentamente, lentamente ci giriamo: e mentre gira la nave, girano i nostri cuori. 

Palermo svanisce dalla nostra coscienza […]

[…] E quasi subito la nave comincia ad andar giù in un lungo, lento, vertiginoso tuffo, e a tornar su con un debole ondeggiamento che sembra di svenire, e un lungo, lento tuffo vertiginoso, scivolando via sotto i piedi.

L’ape regina impallidisce. 

Il ponte sale su con quel debole ondeggiare all’indietro, per poi scomparire in quell’incredibile scivolone in avanti.

Tutto è molto leggero, molto, molto leggero. 

Ma oh, così lungo, e così lento, e così vertiginoso. 

«Piuttosto piacevole!», dico all’ape regina. 

«Si. Piuttosto bello, davvero», risponde lei ansiosamente. […]

[…] È il movimento della libertà. […]

[…] Oh Dio, essere liberi dalla vita immobile: l’orrore della tensione umana, l’assoluta follia del perdurare della macchina.

L’agonia che è per me un treno, davvero. (non si sarebbe detto, leggendo i suoi divertenti resoconti dei viaggi in treno fatti all’inizio del capitolo)

E la troppo lunga agonia di una vita tra persone tese, che oppongono resistenza sulla terra. […]

[…] Ah Dio, libertà, libertà primordiale.

Desideravo, in fondo all’anima che il viaggio potesse durare per sempre, che il mare non avesse fine, che uno potesse galleggiare in questa esitante, tremula, eppure lunga e crescente pulsazione fino alla fine del testo: uno spazio mai ferito, e nessun ritorno, e tu impianto, mai. […]

(qui appresso uno sfogo impietoso quanto vero sulla smania di denaro che hanno gli italiani, dimentichi delle ricchezze artistiche naturali ed ambientali, la poesia e il romanticismo; un quadro che si stenta a credere sia stato scritto nel 1921 e non, piuttosto, oggi)

[…] Una volta, la nave faceva rotta Napoli – Palermo, una rotta molto importante, ai tempi della Compagnia Generale di Navigazione. 

Anni fa la Compagnia la vendette per ottantamila lire, e ora valeva due milioni. Facciamo finta di crederci: ma io non ci riesco bene. 

Sono profondamente disgustato dal suono delle lire. 

Oggi nessuno può sentire dieci parole di italiano senza duemila o due milioni o dieci o venti o due lire che gli volano intorno alle orecchie come zanzare velenose. 

Lire, lire, lire, niente altro. 

La romantica, poetica Italia dei cipressi e degli aranci è scomparsa. 

Rimane un’Italia soffocata da un lurido polverone di innumerevoli banconote: cartamoneta logora, disgustosa, così densa nell’aria che la si respira come se fosse una foschia oleosa. 

Dietro questa foschia oleosa qualcuno può ancora vedere il sole italiano. 

Io lo trovo difficile.

Attraverso questa oscurità di lire si può sbirciare Michelangelo, Botticelli e il resto, e vederli come attraverso uno specchio, oscuramente. 

Perché pesante attorno a te c’è l’atmosfera italiana del dopoguerra, che oscuramente ti schiaccia, ti strizza, ti macina trasformandoti in banconote sporche. (…)

(…) l’Italia vuole immaginarti in luride banconote. […]

[…] Dal mare aperto arriva la pioggia, arrivano le onde lunghe. (…)

(…) Nessun riparo.

Bisogna andare sotto. (…)

(…) Il salone odora di chiuso come un corridoio della metropolitana. 

Nessun riparo, tranne che vicino alla cucina e alle macchine, dove c’è un po’ di caldo. 

Il cuoco è occupato a pulire pesce, lasciando che i merlani (Il merlano o molo che vive nell’oceano atlantico ed essendo simile al nasello ma con bocca più piccola, Lawrence deve aver confuso il secondo per il primo) si mordono le code con cattiveria su una piccola tavola appena fuori dal buco della sua cucina. 

Un rigagnolo lento di sudiciume della cucina scorre avanti e indietro lungo il fianco della nave. 

Un gruppetto di marinai si appoggia vicino a me, un gruppo più folto e un po’ più avanti.

Solo il cielo sa cosa possono essere, ma non fanno mai niente se non sostare in gruppetti, parlare, mangiare e fumare sigarette. 

Sono per lo più giovani, principalmente palermitani e, con un paio di inconfondibili napoletani […]

[…] Finita la pioggia, vado e mi rannicchio contro il telone che è steso sopra gli osteriggi ad arco sul piccolo ponte di passeggiata, seduto sulla panca fissata ai lati dell’osteriggio (l’osteriggio nelle navi, è la copertura che protegge dal mare e dalle intemperie le aperture mediante le quali ricevono aria e luce i locali sottostanti ai ponti scoperti). 

Il vento è freddo: si sono squarci di sole e pioggerellina. […]

[…] Una specie di debolezza prende la mente: come un torpore dovuto al vento e all’incessante scivolare e impennarsi della nave. 

Non un malore, ma una specie di pieve mancamento. 

Così tanto moto, tanto movimento, aria vigorosa. 

E al tempo stesso, un costante trionfo nel lungo, lento galoppo della nave sul mare.

Un forte, sonoro rintocco: mezzogiorno e l’equipaggio va a mangiare, si precipita a mangiare.

Dopo un po’ veniamo chiamati. 

«La signora non mangia?», chiede sollecito il cameriere, sperando che non mangi.

«Si, mangia» dico io. […]

(ancora una volta, anche Lawrence, come avviene per tutti i viaggiatori stranieri in Italia – ricordo anche Dumas in Calabria -, si dimostra ostile alla nostra cucina

[…] Di colpo arriva un enorme piatto di densa e oleosa zuppa di cavoli, stracolmo, e trabocca da tutti i lati. 

Facciamo quel che possiamo. […]

[…] Sulla porta sta sospesa una nuvoletta di giacche di alpaca (i marinai) che sogghignano leggermente con maligna anticipazione del cibo, sperando, come mosconi (i marinai), che noi ci sentiamo troppo male per mangiare. 

Se ne va via la minestra e compare una gialla frittata massiccia, simile a un ciocco di legno bilioso. 

È dura e pesante e cucinata col solito olio di oliva rancido. 

… Per il trionfo dei mosconi, che vedono quel mostro giallo portato al loro altare.

Dopo di che arriva un lungo pezzo dell’inevitabile carne tagliata in innumerevoli pezzi, che non sta assolutamente di nulla, con una densa salsa di una neutralità marroncina: sufficiente per almeno dodici persone. 

Tutto ciò, con un’enorme quantità di cavolfiore verdastro dal sapore forte, liberamente reso più pesante con olio, su una nave che già si alzava e abbassava da stare male, era il pranzo.

Un trionfo malevolo si accumula tra i mosconi nel corridoio.

E si va avanti con un dessert di arance, pere legnose con una polpa spessa, giallastra, come pelle di camoscio, e mele.

Poi caffè. […]

[…] I mosconi in alpaca (i marinai) ronzavano sulle masse di cibo che ritornavano sui piatti all’altare di latta. 

Era sicuramente stato fatto tutto deliberatamente in modo che noi non mangiassimo! […]

[…] E lì al sole e con sciabordio del mare, con l’aumentata velocità della nave vuota, dormii per una dolce, tiepida ora, e mi svegliai diverso.

Per vedere davanti a me pallide isole profilarsi verso l’alto, sulla destra: le Egadi ventose: e a destra, una montagna, o un’alta collina conica, con degli edifici sulla sommità: e davanti, contro il mare, ancora piuttosto lontani, edifici che sorgono su una banchina, in un’insenatura: e un frangiflutti, e un castello verso il mare, tutto piccolo e lontano, come una visione. 

Gli edifici erano squadrati ed eleganti. (…)

(…) ben proporzionati in attesa, lontano, in attesa come una città perduta in un racconto, la città alla Rip van Winkle (un racconto scritto da Washington Irving nel 1819 mentre Irving viveva a Birmingham, in Inghilterra; fa parte della raccolta di racconti intitolata “The Sketch Book of Geoffrey Crayon” – Il libro degli schizzi di Geoffrey Crayon – dello stesso autore). 

Sapevo che era Trapani, la parte occidentale della Sicilia, sotto il sole d’occidente. 

E La collina vicino a noi era il Monte Erice

Non l’avevo mai visto prima. (…)

(…) era solo una collina, con un paesino indistinto simile a un mucchietto sulla cima dove, perfino ora, freddi mulinelli di vapore restavano impigliati. (…)

(…) Dicono che sia alto 2500 piedi (762 metri).

Eppure continua a sembrare una semplice collina. […]

[…] E il grande tempio di guardia sulla sommità, sacro e mistico per il mondo, nel mondo che fu.

Venere degli aborigeni, più antica della greca Afrodite.

Venere degli aborigeni, che dal suo tempio di guardia guarda l’Africa (…)

(…) Questo, uno dei centri del mondo, più antico dell’antico! […]

Le ISOLE EGADI (Ìsuli Ègadi in siciliano) sono un arcipelago, in Sicilia, a cavallo tra basso Tirreno e canale di Sicilia. 

Fanno parte amministrativamente del comune di Favignana, ad eccezione dell’Isola di Mozia/San Pantaleo e dell’Isola Grande, che fanno parte del comune di Marsala.

Posto a circa 7 km dalla costa occidentale della Sicilia, fra Marsala e Trapani, nel libero consorzio comunale di Trapani, che consta di tre isole e due isolotti, più una serie di scogli e faraglioni.

Note già in antichità col nome latino Aegates che proviene dal greco Aigatai, ossia «isole delle capre».

Ti invito ora, quindi, a seguirmi nella visita dell’arcipelago delle Isole Egadi: viaggeremo nelle sue vicende storiche e visiteremo assieme le varie isole (continua ascoltando il podcast qui sotto)

ÈRICE (Èrici o U Munti in siciliano) è un comune del libero consorzio comunale di Trapani in Sicilia, i cui abitanti son detti Ericini, e che dal 1167 al 1934 ebbe il nome di Monte San Giuliano.

Nel centro cittadino, che è posto sulla vetta dell’omonimo Monte Erice, sono residenti pochi abitanti, mentre la maggior parte della popolazione si concentra a valle, nell’abitato di Casa Santa, contiguo alla città di Trapani. 

Il sui nome deriva da Erix, un personaggio mitologico, figlio di Afrodite e di Bute, ucciso da Eracle.

«E l’altro monte, e l’altro monte ei vede,

l’Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo

divinamente apparito, la vetta

annunziatrice della Sicilia bella!»

(Gabriele D’Annunzio, dalla poesia La notte di Caprera)

La città ha conservato gelosamente nel tempo il fascino di una cittadina medievale.

Ti invito ora, quindi, a seguirmi nella visita di Erice: visiteremo assieme la città e viaggeremo nelle sue vicende storiche (continua ascoltando il podcast qui sotto)

TRÀPANI è comune capoluogo dell’omonimo libero consorzio comunale in Sicilia, i cui abitanti son detti Trapanesi.

Trapani ha sviluppato nel tempo una fiorente attività economica legata all’estrazione e al commercio del sale, giovandosi della sua posizione naturale, proiettata sul Mediterraneo, e del suo porto, antico sbocco commerciale per Eryx (l’odierna Erice), sita sul monte omonimo che sovrasta Trapani. 

La mitologia vuole che una falce caduta dalle mani di Cerere oppure di Saturno, quest’ultimo il tradizionale dio patrono della città, si mutò in una lingua di terra arcuata sulla quale sorse poi la città, per tale forma detta appunto Drepanon (“falce” in greco antico).

Nell’Eneide, Virgilio racconta che il padre di Enea, Anchise morì a Drepanum e, dopo la fuga da Didone, l’eroe troiano vi ritornò per celebrarvi dei giochi, i ludi novendiali.

Ti invito ora, quindi, a seguirmi nella visita di Trapani: viaggeremo nelle sue vicende storiche e visiteremo assieme la città (continua ascoltando il podcast qui sotto)

(ora Lawrence, inglese compassato, ci offre una narrazione simpaticissima di una famiglia italiana di ieri – e di oggi – vista e giudicata da un uomo senza figli che si meraviglia dell’amabile pazienza che la famiglia italiana ha con le loro scimmiette, giudicandola stupefacente quanto irritante come si capisce dal suo testo; interessante anche la sottolineatura dell’adolescente che come tale, sembra essere effeminato e pur paterno e distaccato dai fratelli più piccoli, e della più piccola che come il solito, la fa da padrone su tutti)

[…] Sono apparsi gli altri passeggeri: un grosso, pallido, grasso, palermitano «piacente» che va a fare il professore a Cagliari: sua moglie grossa, grassa, ma con un bel colorito; e tre bambini, un ragazzo di quattordici anni simile ad una magra, fragile fanciulla dell’atteggiamento paterno, un bambino con un cappotto di coniglio piuttosto spelacchiato, e una bambinetta in grembo alla madre.

Naturalmente, la bambinetta di un anno era l’unico uomo della compagnia. 

Sono stati male tutto il giorno, e adesso sembrano esausti. (…)

(…) La madre chiede del caffè e una tazza di latte per i bambini: poi, vedendo il nostro tè al limone che conosce di fama, vuole del tè.

Ma il bambino-coniglio vuole del caffè, caffellatte e nient’altro. 

E un’arancia. 

E la piccola vuole del limone, dei pezzi di limone. 

E il fratello adolescente, La giovane “signorina” paterna, sorride indulgente a tutti i capricci dei fratelli più piccoli, il padre ride e pensa che tutto ciò sia adorabile e si aspetta che anche noi adoriamo. 

Troppo esausto per assistere nel modo più appropriato, per dedicare tutta la tua attenzione. (o forse, dico io, è il classico uomo-padre che delega alla madre il ruolo di gendarme)

Così la madre ottieni la tua tazza di tè, si mette dentro un pezzo di limone e poi ci aggiunge del latte. 

Il bimbo-coniglio succhia un’arancia, sbava dentro il tè, insiste sul caffellatte, prova un pezzo di limone e ottiene un biscotto. 

La piccola mastica pezzi di limone facendo facce strane: poi li lascia cadere nella tazza di famiglia: li tira fuori con un po’ di zucchero facendoli sgocciolare su tutto il tavolo, se li mette in bocca, li getta via e prende un altro pezzo aspro.

Tutti loro pensano che sia divertente, adorabile. 

Arriva il latte, per essere trattato come un’altra coppa dell’amicizia, mescolato ad arancia, limone, zucchero, tè, biscotto, cioccolata e torta. 

Padre, madre e fratello maggiore non prendono nulla, non ne hanno lo stomaco. 

Ma naturalmente, sono affascinati dalle piccole monellerie e dai pasticci nei piccoli.

Hanno una pazienza straordinariamente amabile, e trovano i bambini una fonte perenne incantevole divertimento. 

Si guardano tra loro, i grandi, e ridono e fanno commenti, mentre i due piccoli mescolano se stessi e la tavola in un pasticcio di limone-latte-arancia-zucchero-biscotto-torta-cioccolato. 

Questa amabile pazienza moderatamente italiana con le loro scimmiette è stupefacente. 

Rende le scimmie ancora più scimmiesche e incredibilmente consapevoli di sè, così che un bambinetto conosce tutti i trucchi di una prostituta babilonese, facendo gli occhi dolci e provando nuove monellerie. 

Finché, alla fine, la Sacra Famiglia meridionale appare come una profana triade di imbecillità. […]

[…] La nave sembrava essere priva di carico almeno quanto lo era di passeggeri.

Di questi ultimi, apparentemente, eravamo in tutto dodici adulti e tre bambini. 

E in quanto al carico, c’erano i bauli di legno dell’ufficiale e queste quattordici botti di vino di Trapani. (…) 

(…) Era curioso come la nave sembrasse sentirsi abbandonata ora era nuovamente pronta a riprendere il mare. 

Il suo numeroso equipaggio non riusciva a renderla viva. 

Seguiva la sua rotta come un anima persa nel Mediterraneo centrale. […]

[…] Sopra di noi una magnifica Stella serotina (serale) brillava sul mare aperto, provocandomi una fitta al cuore, perché ero così abituato a vederla appesa proprio sopra le cime delle montagne che temetti potesse cadere, con quello spazio sotto. […]

[…] In alto c’erano innumerevoli stelle attive come se fossero vive nel cielo. […]

[…] E sssh! faceva il mare quando prendevamo l’onda, poi, dopo una lunga pausa, ssh! questo curioso fruscio ritmico e il sordo tambureggiare di un vapore sul mare hanno un effetto narcotico, quasi esasperante sullo spirito, una lunga, sibilante esplosione di acque, poi il rollio cupo, e di nuovo sollevarsi verso un improvviso sssh! […]

(ancora una volta, anche Lawrence, come avviene per tutti i viaggiatori stranieri in Italia – ricordo anche Dumas in Calabria -, si dimostra ostile alla nostra cucina

[…] Apparvero gli amati maccheroni al sugo di pomodoro (lui è inglese ma ricordo che non piacevano nemmeno a Dumas, francese): cibo inadatto al mare. (perché?)

Riposi le mie speranze nel pesce.

Non avevo forse visto il cuoco far sì che i merlani si mordessero le code malignamente? (Il merlano o molo che vive nell’oceano atlantico ed essendo simile al nasello ma con bocca più piccola, Lawrence deve aver confuso il secondo per il primo)

Il pesce apparve.

E cos’era? 

Calamai fritti.

Un calamaio è un calamaio: è anche un polpo, una piccola piovra e, ahimé, frequenta il Mediterraneo e schizza inchiostro se disturbato. 

Questo polpo con i suoi tentacoli viene tagliato e fritto, e ridotto alla consistenza di celluloide bollita. 

È considerato una delicatezza: ma è più duro della gomma, del tutto cartilaginoso.

Ho una particolare avversione per questi calamari. 

Una volta in Liguria avevamo una barca nostra e remavamo insieme ai locali.

Alessandro pescava calamari, e lo faceva così: legava una femmina con dello spago dentro una grotta e lo spago passava attraverso un comodo buco all’estremità dell’animale.

Lei viveva lì, come un fox-terrier di Anfitrite (nella mitologia greca è la sposa di Poseidone e madre di Tritone; è una delle Nereidi) tenuta al guinzaglio finché Alessandro andava a pescare.

Poi lui se la trascinava dietro, come un barboncino.

E così, come una barboncina, lei attirava quelli che le andavano dietro per il mare.

E questi poveri calamari innamorati erano le vittime.

Venivano issati a bordo come prede e io guardavo, con orrore, i loro grigi tentacoli trasparenti e grandi, freddi occhi inespressivi. 

La femmina veniva nuovamente trascinata. 

Ma dopo pochi giorni moriva. 

E ritengo che, anche per creature così orribili, questo metodo sia indescrivibilmente vile, e dimostri quanto l’uomo, il gran signore, sia meschino perfino più di un calamaro. 

Dunque, mangiammo qualche pezzetto di calamaro fritto e ci rinunciammo. (…)

(…) Montagne di calamai avanzarono per i felici mosconi. 

Arrivò l’inevitabile carne, questo lungo pezzo di filetto di manzo completamente privo di sapore tagliato in numerose feste color grigio-marrone. 

Oh, Italia! 

Il professore fuggì.

Arrivarono le pere di pelle scamosciata, le mele, le arance; conservammo una mela per tempi migliori. 

Arrivò il caffè e, come in un banchetto sontuoso, alcune ben note paste. 

Hanno tutte lo stesso sapore stucchevole. (…)

(…) ma l’ape regina, come una bambina, è contenta. (…)

(…) Ma a quello rinsecchito con la faccia come un limone non interessa proprio niente dei dolci. (dimostrando che evitando gli zuccheri non si ingrassa e si sta meglio, ma Lawrence, nel 1921, non aveva informazioni nutrizionali, pertanto lo ritiene malaticcio) […]

[…] (redivivo Ulisse) Che felicità essere su una nave!

Che ora preziosa per il cuore dell’uomo! 

Ah se si potesse navigare per sempre, su una piccola, tranquilla nave solitaria, di terra in terra e da isola a isola, e andare a zonzo per gli spazi di questo mondo meraviglioso, sempre per gli spazi di questo mondo meraviglioso. 

Dolce sarebbe a volte venire sulla terra opaca, arrestarsi contro la terra rigida, annullare la vibrazione del proprio volo contro l’inerzia della nostra terra firma! […]

[…] Trovare tre anime maschili, perdute al mondo, e perduti nel mondo andare a zonzo continuamente con loro, attraverso lo spazio fremente, per tutta la vita! (…)

(…) Datemi una piccola nave, dèi gentili, e tre compagni persi al mondo.

Ascoltatemi! 

E fatemi vagare senza meta per questo vivido mondo esterno, un mondo vuoto di uomini, dove lo spazio vola felicemente. […]

[…] una sagoma indistinta di terra apparve davanti a noi, più trasparente di una sottile perla.

È già la Sardegna. 

Sono magiche le regioni montuose viste dal mare, quando sono molto, molto lontane, e spettrali e trasparenti come gli iceberg. 

Questa era la Sardegna, che appariva in lontananza come ombre seducenti in mezzo al mare. […]

[…] Di nuovo, la giovane donna (la cagliaritana) ci chiamò: avevamo preso il caffè? (…) disse che qualunque cosa avessimo preso oggi, l’avremmo dovuta pagare: il nostro cibo finiva con il primo giorno. (…)

(…) Ma io lo sapevo già prima. 

Andammo di sotto e prendemmo il nostro caffè lo stesso. 

La giovane donna venne giù anche lei e fece l’occhiolino a uno dei Mosconi in alpaca (uno dei marinai). 

Dopodiché vedemmo una tazza di caffellatte e due biscotti che le venivano portati in cabina, discretamente.

Quando gli italiani sono discreti e agiscono di nascosto, la stessa aria attorno a loro diventa rivelatrice e sembra gridare con mille lingue. 

Così con migliaia di lingue invisibili che rumoreggiavano su questo, la giovane donna prese il suo caffè segretamente e gratis, nella sua cabina. […]

[…] La zanzara (il carpentiere marinaio) continua a gironzolarci intorno.

Ma l’assoluta freddezza del mio profilo lo tiene lontano. 

Eppure indugia. (…)

(…) E l’ape regina è comprensiva verso di lui, davvero. (punta di gelosia)

Perché naturalmente, essendo lei un bel pezzo, lui la tratta come se volesse leccarle le scarpe, o qualsiasi altra cosa lei gli lasciasse leccare. (…)

(…) La terraferma si avvicina sempre di più: possiamo vedere la sagoma della punta del promontorio e della penisola è una macchia bianca come una chiesa. (…)

(…) I nostri sguardi verso terra ci tradiscono. 

La zanzara piomba su di noi. 

Sì, non è sicuro, ma crede che quella macchia bianca è una chiesa, o un faro.

Quando si passa il Capo sulla destra e si entra nell’ampia baia tra Capo Spartivento e Capo Carbonara, allora ci sono ancora due ore di viaggio fino a Cagliari. 

Noi arriveremo tra le due e le tre.

Ora sono le undici. 

Sì, i velieri probabilmente stanno andando a Napoli. […]

(ora parte uno scontro verbale tra un italiano scortese e un inglese colpevole, a suo dire, solo di essere inglese)

[…] Ah Napoli, bella, bella, eh?

Un po’ sporca, dico io.

Ma che volete?

Dice lui. 

Una grande città! 

Naturalmente Palermo è meglio. 

Ah, le donne napoletane, dice a propos oppure no.

Si acconciano i capelli così bene, così ordinati e belli, ma sotto, sotto sono sporche.

Questo viene ricevuto in un silenzio gelido, e allora, lui continua: Noi giriamo il mondo! 

Noi, che giriamo, conosciamo il mondo.

Noi giriamo e noi conosciamo il mondo.

A chi sia riferito il noi, io non lo so: sua altezza il carpentiere palermitano villano, senza dubbio. 

Ma il noi, che viaggiamo, conosciamo il mondo. 

Sta preparando la sua frecciata. 

Le donne napoletane e le inglesi, in questo, sono uguali: sono sporche sotto.

Sotto, sono sporche.

Le donne di Londra… 

Ma comincia ad essere troppo per me. 

«Lei che cerca donne volgari» dico «trova donne volgari ovunque». 

Si interrompe di colpo e mi guarda. 

«No! NO! Non mi ha capito. 

No! Non intendo quello.

Voglio dire che le napoletane e le inglesi hanno le mutande sporche».

Al che non riceve risposta ma uno sguardo gelido e una faccia di sasso.

Dopodiché si rivolge all’ape regina (la moglie di Lawrence) e continua a fare il simpatico.

E dopo un po’ si rivolge di nuovo verso di me: «Il signore è offeso! È offeso con me».

Ma io mi giro dall’altra parte. 

E finalmente si toglie dai piedi: trionfante, devo ammetterlo: come una zanzara che ti ha morso sul collo.

In realtà oggigiorno non si dovrebbe mai permettere a questa gente di intraprendere una conversazione. 

Non sono più esseri umani. 

Odiano la tua anglicità, e ignorano l’individuo. 

Ci incamminiamo verso il ponte di prua, dove si trova la cabina di pilotaggio del comandante. 

Il comandante è un uomo anziano, silenzioso e ricurvo: sembra un signore. (…)

(…) Mentre torniamo indietro, attraverso il lucernario sbirciamo dentro la cucina. 

E lì vediamo polli arrosto e salsicce, polli arrosto e salsicce!

Ah, ecco dove vanno a finire i pezzi di capretto e i polli e tutte le cose buone: tutto in bocca all’equipaggio. 

Per noi non c’è più cibo, finché non sbarchiamo.

Abbiamo superato il Capo, e la cosa bianca è un faro.

E il piacente professore grassoccio è venuto su con la bimbetta in braccio (…)

(…) Si depositano vicino a noi, e si profila La minaccia di un’altra conversazione.

Ma per nulla al mondo, cari miei! (…)

(…) stanno installando la bandiera, il tricolore italiano rosso bianco e verde.

Sventola sull’albero maestro, il fratello effemminato (in realtà semplicemente un adolescente ancora né carne né pesce), con un bello slancio sentimentale, si toglie il buffo cappello con un ampio gesto e grida: «Ecco la bandiera italiana!».

Uff, l’odioso sentimentalismo di oggi (senti da che pulpito, parla proprio un appartenente a quella Gran Bretagna che ha imposto con spocchiosa fierezza,  lingua e bandiera a mezzo mondo col suo Commonwealth Britannico).

La terraferma passa lentamente, molto lentamente.

È collinosa, ma spoglia, con pochi alberi. 

E non è irta e tanto splendida, come la Sicilia. 

La Sicilia ha stile.

Ci teniamo lungo il lato orientale della baia; lontano, a ovest, c’è Capo Spartivento.

E Cagliari ancora non si vede. […]

[…] Lentamente, lentamente avanziamo lungo la costa informe. 

Passa un’ora. […]

[…] E improvvisamente ecco Cagliari: una città nuda che si alza ripida, ripida, dorata, accatastata nuda verso il cielo dalla pianura all’inizio della profonda baia senza forme.

È strana e piuttosto sorprendente, per nulla somigliante all’italia.

La città si ammucchia verso l’alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme: senza alberi, senza riparo, che si erge spoglia e fiera, remota come se fosse indietro nella storia, come una città nel messale miniato da un monaco.

Ci si chiede come abbia fatto ad arrivare là.

Sembra la Spagna, o Malta: non L’Italia. 

È una città ripida e solitaria, senza alberi, come in una miniatura antica. 

E al tempo stesso simile a un gioiello, un inaspettato gioiello d’ambra a rosetta nudo nel cuore della vasta rientranza. (…)

(…) Ha quell’aspetto strano, come se si potesse vederla, ma non entrarci.

È come una visione, un ricordo, qualcosa che è passato.

Impossibile che si possa davvero camminare in quella città: metterci piede, e mangiarci, e riderci. 

Ah no! (…)

(…) stiamo cercando il porto vero e proprio. 

Il solito fronte a mare con alberi ombrosi da passeggiata e, dietro, splendidi palazzi, ma qui non così rosa e gai, più reticenti, più cupi di una pietra gialla. (…)

(…) La nave si gira lentamente, e viene trainata al lato della banchina. 

Scendo per prendere lo zaino e un grasso moscone (marinaio) piomba su di me.

«Pagate nove franchi e cinquanta».

Li pago, e scendiamo da quella nave.

(Continua col capitolo Cagliari)

CAGLIARI (Casteddu in sardo) è comune capoluogo della regione autonoma della Sardegna i cui abitanti sono detti Cagliaritani.

Sede universitaria ed arcivescovile e città dalla storia plurimillenaria, è il centro amministrativo storico dell’isola essendo stata, sotto la denominazione di Caralis, capoluogo della provincia di Sardinia et Corsica durante il periodo romano e successivamente capitale del Regno di Sardegna, dal 1324 al 1720, e poi dal 1798 al 1814.

Sta fra saline e stagni pescosi al centro dell’ampio golfo meridionale e si apre tra Capo Spartivento e Capo Carbonara.

È il principale porto e una delle porte dell’isola, a 280 miglia marine (518.56 km) da Napoli e a 190 miglia marine (351,88 km) da Trapani.

Auguste Boullier (storico, letterato e politico francese, nato da una famiglia di proprietari terrieri si dedicò allo studio della storia, delle lettere e dell’arte), che la visitò nel 1864, scrisse che ne gustò «l’incanto del panorama con le cupole scintillanti nella luce del tramonto e il castello con la cintura di muraglie grigie e lo spettro delle torri».

Torri pisane e castello spagnolo nell’insieme, ma la città ha anche altri tocchi iberici di «patios» fioriti, talvolta di decorazioni ceramiche simili agli «azulejos» (L’azulejo – secondo le pronunce portoghese e spagnola, dall’arabo al-zulayj, significa “pietra lucidata” – è un tipico ornamento dell’architettura portoghese e spagnola che consiste in una piastrella di ceramica non molto spessa e con una superficie smaltata e decorata), e quartieri del 1700 e del secolo scorso i ritmi architettonici piemontesi o liguri e 600 anni fa.
Ti invito ora, quindi, a seguirmi nella visita di Cagliari: viaggeremo nelle sue vicende storiche e visiteremo assieme la città e assaggeremo i suoi gustosi piatti (continua ascoltando il podcast qui sotto)

Con il supporto di tutti coloro che vogliano aiutami a promuovere il territorio italiano!
Offrendomi un contributo liberale – donandomi anche solo 1 € – a sostegno del mio lavoro cliccando sul bottone sottostante.

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