Mare e Sardegna – Màndas


Capitolo 4 Màndas

ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo

Sardegna: Màndas

SINOSSI

En route, in viaggio, Lawrence e moglie, l’ape regina, partono da Cagliari, per iniziare la loro traversata della Sardegna da Sud a Nord; la loro seconda tappa è il paese di Màndas.

Il loro viaggio si svolge con il treno delle ferrovie a scartamento ridotto in terza classe, quello che oggi, purtroppo è relegato a trenino turistico detto verde.

La narrazione di Lawrence, poetica ed evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, continua a raccontare ogni sensazione e atmosfera, passo passo, momento per momento ogni momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente.

Considerazioni, divertenti scenette, paesaggi simili alla Cornovaglia, dice lui, vengono descritti durante passeggiate conoscitive. [clicca qui per acquistare l’e-Book]

Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 81 a 98 (ascolta il podcast qui sotto)

Se vuoi leggere ed ascoltare gli altri capitoli clicca qui per andare all’indice

Se vuoi Ascoltare i Podcast degli altri Capitoli clicca qui

PASSI e LOCALITÀ del Capitolo

* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast

(nella foto Lawrence e la moglie in treno)

La carrozza era completamente piena di gente di ritorno dal mercato. 

Su queste ferrovie le carrozze di terza classe non sono divise scompartimenti.

Vengono lasciate aperte, così che uno vede tutti, come in una stanza. 

Le attraenti bisacce, le bertole (Sa Bértula, o bisaccia sarda, è un manufatto tessile comunemente diffuso su tutto il territorio regionale.

La Bisaccia sarda è costituita da un’unica fascia di tessuto, realizzata al telaio.

La bisaccia veniva portata a spalla dall’uomo, oppure sistemata sul dorso del cavallo o dell’asino, e custodiva il necessario per gli spostamenti.

È nota localmente anche come vértura in Nuorese, bértula in Campidanese, bérthura, vérthura in Sassarese, bisacca, brisacca in Gallurese), erano sistemate ovunque, e il grosso della gente si era immerso in un’animata conversazione. 

Tutto sommato, è la cosa più divertente, viaggiare in terza classe in treno.

C’è spazio, C’è aria, ed è come trovarsi in una allegra locanda, tutti sono di buonumore. […]

[…] Dall’altra parte del corridoio, c’era una coppia di anziani che, come due bambini, tornavano a casa tutti contenti. […]

[…] Erano assai contenti ed eccitati di trovarsi sul treno.

Lei tirò fuori tutto il suo denaro dalla grossa tasca, lo contò e lo diede a lui: tutte le banconote del dieci lire, e da cinque, da due e da una, scrutando gli sporchi pezzetti di banconote da una lira con rovescio rosa, per vedere se erano buone. 

Poi gli diede le monetine. 

E lui le ripose nella tasca dei pantaloni, alzandosi per spingerle giù, lungo la sua grassa gamba. […]

[…] Il treno correva sopra la pianura dall’aspetto malarico vicino al mare, superando palme male in arnese ed edifici simili a moschee.

Al passaggio a livello la casellante (notare che già nel 1921 il casellante è donna) sfrecciò fuori energicamente con la sua bandiera rossa. 

E vagabondammo nel primo paesino (infatti il treno trainato dalla Locomotiva Goito, a vapore, ad ogni stazione era costretto a fare una lunga fermata per fare il pieno di acqua per il raffreddamento e quindi lasciava ai viaggiatori il tempo per scendere, sgranchire le gambe e prendere un assaggio dei luoghi attraversati).

Era fatto di case in mattoni cotti al sole, spessi muri di recinzione in addobi, attorno ai giardini, sormontati da colmi di tegole per ripararsi dalla pioggia. 

Nelle zone recintate c’erano scuri aranci. 

Ma i paesi del colore dell’argilla, di argilla essiccata, sembravano stranieri: sembrano la cosa più vicina alla nuda terra […]

[…] Ma ben presto cominciamo a salire sulle colline. 

E presto le culture cominciano ad essere intermittenti. 

È straordinario come queste colline ricoperte dall’erica, simili alla brughiera scendono fino al mare; straordinario come siano ricoperti di macchia e disabitati i grandi spazi della Sardegna.

È selvaggia, con l’erica, il corbezzolo e una specie di mirto alto fino al petto. 

A volte si vedono pochi capi di bestiame. 

E poi di nuovo ecco i campicelli grigiastri, arabili, dove viene coltivato il grano. (…)

(…) Qua e là, in lontananza, ci sono contadini che lavorano nel desolato paesaggio. […]

[…] Tutta la strana magia della Sardegna sta in questa vista. […]

[…] Una volta la Sardegna era un grande granaio. […]

[…] Ma di solito, i contadini del sud hanno smesso il loro costume tradizionale. 

Di solito è l’invisibile stoffa grigio-verde del soldato, il cachi degli italiani. 

Ovunque andiate, dovunque vi troviate, vedete questo cachi, questo abbigliamento da guerra grigio-verde. […]

[…] È dappertutto. 

Fodera bambini minuscoli di vestiti e cappotti rigidi e neutri, copre i loro padri estinti, e qualche volta racchiude nel suo calore anche le donne.

È il simbolo di quella universale foschia grigia che si è posata sugli uomini, dell’estinzione di tutta la luminosa individualità, la distruzione di ogni selvaggia unicità. 

Oh Democrazia! 

Oh democrazia color cachi! 

(ora segue una bella considerazione relativamente al paesaggio identitario della Sardegna equiparato a quello italiano nel suo complesso)

Questo è molto diverso dal paesaggio italiano. 

l’Italia è quasi sempre drammatica, e forse invariabilmente romantica. 

C’è il dramma nelle pianure della Lombardia e il romanzesco nella laguna di Venezia, e una vera e propria eccitazione scenica in quasi tutte le zone collinose della penisola. 

Forse è la naturale floridezza delle formazioni calcaree. 

Ma il paesaggio italiano è veramente un paesaggio da diciottesimo secolo (1700), che deve essere rappresentato in quella maniera classico-romantica che rende tutto così meraviglioso e molto attuale: acquedotti, e rovine su montagne come pan di zucchero e burroni scoscesi e cascate (…)

Tutto un sali e scendi. 

La Sardegna è un’altra cosa: più ampia, molto più consueta nient’affatto irregolare, ma che si perde in lontananza. 

Catene di colline simili alla brughiera, irrilevanti, che corrono via, forse verso un gruppetto di cime drammatiche a sud-ovest. 

Questo dà una sensazione di spazio che tanto manca in Italia. 

Incantevole spazio intorno a un individuo, e distanze da viaggiare, nulla di finito, niente di definitivo. 

È come la libertà stessa, dopo la prigionia tra le vette della Sicilia. 

Spazio, datemi spazio, datemi spazio per il mio spirito, e tenetevi tutti i picchi vacillanti da romanzo. […]

[…] Dopo una lunga tirata, arriviamo in una stazione dopo un tratto solitario. 

Ogni volta sembra che non ci sia nulla dall’altra parte, più nessuna dimora. 

E ogni volta arriviamo in una stazione. 

La maggior parte della gente è scesa dal treno.

E come uomini che viaggiano in calesse e scendono a ogni locanda, così i passeggeri solitamente scendono ad ogni stazione per prendere una boccata d’aria. […]

[…] Così il treno se ne sta fermo comodamente per cinque o dieci minuti alla maniera dei treni. 

Finalmente sentiamo fischi e trombette […]

[…] Comunque, il viaggio durò delle ore. 

Arrivammo ad una stazione e il controllore ci disse che dovevamo scendere: quelle carrozze non andavano oltre.

Soltanto due carrozze avrebbero continuato fino a Mandas.

Così scendemmo con le nostre trappole (…) 

(…) La carrozza su cui ci inerpicammo era piuttosto affollata. 

L’unica altra carrozza era quasi tutta di prima classe. 

Il resto del treno era merci.

Eravamo due insignificanti vagoni passeggeri alla fine di una lunga fila di carri e vagoni merci. 

C’era un sedile vuoto, così ci sedemmo lì: solo per accorgerci, dopo cinque minuti, una vecchia magra con due bambini, i suoi nipotini, stava protestando da impazzire perché quello era il suo posto.

Perché l’avesse lasciato non lo disse.

E sotto le mie gambe c’era il suo fagotto col pane. 

Quasi impazzì.

E sopra la mia testa, sul piccolo portabagagli, c’era la sua bertula, la sua bisaccia. (…)

(…) Poiché aveva un altro posto ed era sistemata comodamente, le sorridemmo e la lasciammo protestare. 

Allora lei artigliò il suo fagotto di pane da sotto le gambe e, tenendosi stretto quello e un bambino grasso, si mise a sedere tutta tesa.

Si stava facendo buio. 

Arrivò il controllore e disse che non c’era più paraffina. 

Se quella che era nelle lampade finiva, saremmo dovuti rimanere seduti al buio.

Non c’era più paraffina per tutto il percorso. 

Così si arrampicò sui sedili e, dopo lunghi sforzi, aiutato dai ragazzini che gli accendevano dei fiammiferi, riuscì a ottenere una luce grande quanto un pisello.

Sedevamo in questo clair-obscur e guardavamo le facce avvolte nelle tenebre attorno a noi: (…)

(…) Un giovanotto giovane e interessato che ci diceva il nome di ogni stazione. 

E l’uomo che sputava: ce n’è sempre uno. […]

MÀNDAS è un comune della provincia di Cagliari nel Sud Sardegna, i cui abitanti son detti Mandaresi in Italiano e Mandaresus in sardo.

A 55 km da Cagliari, è un centro situato a 457 m slm, spalto calcareo che domina un vastissimo orizzonte, è un borgo agricolo e pastorale tra distese di pascoli, sulla ferrovia che va da Cagliari a Sòrgono con vista sulle Barbàgie. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

[…] Non erano passate da molto le sette quando arrivammo a Mandas.

Mandas è un nodo ferroviario dove questi trenini si fermano e si fanno una lunga, felice chiacchierata dopo il loro arduo inerpicarsi su per le colline. 

Abbiamo impiegato qualcosa come cinque ore per fare le nostre cinquanta miglia (10 miglia all’ora di media). 

Non fa meraviglia, dunque, che quando finalmente il nodo appare all’orizzonte tutti schizzino fuori dal treno come semi da un baccello che esplode, e corrano da qualche parte per qualche cosa.

Al ristorante della stazione, naturalmente. 

Perciò c’è un piccolo ristorante della stazione che fa affari d’oro, e dove si può avere un letto.

Una tranquilla donna affabile dietro il piccolo bar […]

[…] Ci condusse su per una stretta scala a chiocciola in pietra, come in una fortezza, facendoci luce con una candela, e ci scortò nella camera da letto.

Aveva un odore orribile, aspro, come hanno le camere da letto tenute chiuse. Spalancammo la finestra. 

C’erano grandi stelle gelide che scoppiettavano ferocemente nel cielo.

La stanza conteneva un letto enorme, abbastanza grande per otto persone, pulito. Il tavolo su cui stava la candela aveva addirittura una tovaglia. 

Ma immaginatevi che tovaglia! 

Credo che in origine fosse bianca: ma ora era una tale ragnatela di buchi mangiati dal tempo, macchie di inchiostro di un nero funereo e di misere macchie sbiadite di vino, che sembrava la fascia di una mummia del 2000 avanti Cristo. 

Mi chiedo se sarebbe stato possibile sollevarla da quel tavolo o se ci si era mummificata sopra!

Io per primo non ci provai neppure.

Ma quella tovaglia mi impressionò, perché mostrava gradazioni che non avevo mai immaginato. 

Una tovaglia. 

Scendemmo le scale da fortezza verso la sala da pranzo. 

Qui c’era un tavolo lungo con piatti fondi capovolti e una lampada con una strana, nuda fiamma di acetilene. 

Ci sedemmo a quel freddo tavolo e immediatamente la lampada cominciò ad affievolirsi. 

La stanza, ma in realtà tutta la Sardegna, era fredda, fredda come la pietra. (…)

(…) Dentro non c’era neanche l’ombra di un po’ di calore: pavimenti di pietra da prigione sotterranea, muri di pietra da prigione sotterranea, e un’atmosfera morta, cadaverica, troppo pesante e gelida per potersi muovere. 

La lampada si spense e l’ape regina lanciò un grido.

La donna marrone cacciò la testa da un buco nel muro. 

Dietro di lei vediamo le fiamme della cucina e due figure diaboliche rimestavano nelle pentole. 

La donna marrone venne e agitò la lampada, assomigliava ad un pesante vaso di porcellana di quelli che vanno sui camini, la scosse bene e risvegliò le sue interiora e la fece funzionare di nuovo.

Poi apparve con una zuppiera di minestra di cavolo fumante, in cui c’erano dei pezzetti di maccheroni: e chiese se volevamo del vino. (…)

(…) Così prendemmo mezzo litro di malvagìa e ne fummo confortati.

O meglio, stavamo per esserlo, quando la lampada si spense di nuovo. […]

(Quello che segue è un divertente quadretto raccontato con una prosa sinestetica più unica che rara)

[…] Mentre si accingevamo a mangiare, entrò il resto del divertimento serale: tre ferrovieri della stazione, due in berretto scarlatto con visiera, uno col berretto nero e la visiera d’oro. 

Si sedettero rumorosamente, coi loro cappelli in testa, come se ci fosse una specie di invisibile schermo tra noi e loro. 

Erano giovani. 

Berretto nero aveva un aspetto sinistro e sardonico: uno dei berretti rossi era piccolo, rubicondo, molto giovane, coi baffetti: lo chiamammo il maialino, il gaio maialino nero, tanto era grassoccio e ben pasciuto e vivace. 

Il terzo era piuttosto tronfio, pallido e con gli occhiali. […]

[…] dissi buonasera, e che faceva freddo.

Mormorano buonasera e sì, era fresco.

Un italiano non dice mai che fa freddo, non è mai più di fresco. […]

[…] E si gettarono sulla minestra.

E mai ho sentito un trio più gioioso di risucchiatori di minestra salire tra il vapore della minestra. 

La risucchiavano dai cucchiai con lunghi sorsi pieni di gusto.

Il maialino era il soprano, faceva trillare la minestra in bocca con una rapida vibrazione aspirante, interrotta da pezzetti di cavolo, che faceva tremolare di nuovo la lampada. 

Berretto nero era il baritono, con belle sorsate trillate dal cucchiaio. 

E quello con gli occhiali era il basso, con improvvisi, profondi sorsi.

Tutto era diretto dal lungo trillare del maialino. 

Poi improvvisamente, per variare il motivo, quello drizzò il cucchiaio in una mano, masticò un enorme boccone di pane e lo inghiottì con uno schiocco della lingua contro il palato.

Da bambini questo lo chiamavamo il «battimani».

«Mamma, sta facendo il battimani!», gridavo con rabbia, contro mia sorella. (…)

(…) Così il maialino schioccò come un paio di cimbali, mentre il baritono e il basso continuarono a rullare. 

Poi si associò il rapido, vivace soprano.

Con quel ritmo, comunque, la minestra non durò molto. 

Arrivarono le bistecche di maiale. 

Ed ora il terzetto era diventato un trio di schiocchi di nacchere e colpi di cimbalo.

Trionfante, il maialino si guardò attorno.

Lui schioccava meglio di tutti.

Il pane di campagna è piuttosto grossolano e marrone, con una crosta durissima. Un grosso macigno di questo pane viene sistemato su ogni tovagliolo umido. […]

[…] «Mi piace la Sardegna», esclamò l’ape regina.

«Sì, i sardi mi piacciono più dei siciliani», dissi io. (…)

(…) «Sono più aperti, più onesti» […]

[…] «E Mandas e bella?», chiese l’ape regina.

«In che senso bella?», chiesero loro, con immenso sarcasmo.

«C’è qualcosa da vedere?».

«Galline», rispose conciso il maialino. 

Si irrigidivano tutti quando uno chiedeva se Mandas era bella.

«Cosa c’è da fare qui?», chiese l’ape regina.

«Niente! 

A Mandas non si fa niente. 

A Mandas si va a letto quando è buio, come le galline. 

A Mandas si cammina per la strada come un maiale che non va da nessuna parte. 

A Mandas una capra capisce il più di quello che capiscono gli abitanti a Mandas e bisogno di socialismo …»

Parlarono tutti insieme. […]

[…] Poi berretto nero si rivolse a me. 

«Capisce il sardo?», chiese.

«Un po’. Più del siciliano, comunque».

«Ma il sardo è più difficile del siciliano. 

È pieno di parole completamente sconosciute all’italiano».

«Sì, ma» dissi io «è una parlata aperta, con parole chiare, il siciliano è tutto attaccato, le parole non ci sono per niente». 

Mi guarda come se fossi un impostore. 

Ma è vero. 

Trovo abbastanza semplice capire il sardo.

In realtà, è più un problema di approccio umano che di suono. 

Il sardo sembra aperto, virile e schietto. 

Il siciliano e vischioso ed evasivo, come se il siciliano non volesse parlarti apertamente. 

Infatti non vuole. 

La sua è un’anima ultra raffinata, sensibile, antica, la sua mente a così tante facce che finisce per non avere neanche una mente precisa. 

Ha una dozzina di menti, e a disagio ne è consapevole, e affidarsi a una qualunque di esse non è altro che giocare un brutto scherzo a se stesso e al suo interlocutore.

Al contrario, il sardo sembra ancora avere una mente schietta. […]

[…] (il siciliano) Prende fuoco come un petardo: ma poi brucia sotto la cenere, acido e scettico, contro il suo stesso fuoco, (…) nella vita quotidiana è una cosa insopportabile. […]

(Il pane italiano)

[…] «Dove lo trova un pane così bianco?», chiedo a berretto nero, perché ne è tanto orgoglioso.

«Viene da casa mia».

E poi fa domande sul pane siciliano. 

Chiede se è più bianco di questo: il croccante di Mandas.

Sì, è un po’ più bianco.

Al che si rattristano di nuovo.

Perché questo pane è un tasto dolente. 

Il pane significa molto per un italiano: è il sostegno della sua vita nel vero senso della parola. 

Praticamente vive di pane. 

Invece di giudicare dal sapore, lui adesso, come il resto del mondo, giudica dall’aspetto. (incredibile, già dal 1921)

Si è ficcato in testa che il pane deve essere bianco, così che ogni volta che si figura una sfumatura più scura nella pagnotta, un’ombra scende sulla sua anima.

E non ha neanche completamente torto.

Perché sebbene, personalmente, il pane bianco non mi piaccia più, tuttavia mi piace che il mio pane nero sia fatto con farina pura non mista. (sensibilità per alimentazione corretta ante litteram)

I contadini in Sicilia che hanno conservato il loro frumento e si fanno i loro pane nero naturale … ah, è straordinario come appaia fresca e dolce e pulita la loro pagnotta, così profumata, come era solito essere il pane fatto in casa prima della guerra. […]

[…] il pane cambia enormemente da città a città, da comune a comune. 

La cosiddetta giusta e egualitaria distribuzione è tutta una balla.

In un posto c’è abbondanza di buon pane dolce, in un altro bisogna tirare avanti sempre in economia, con la razione di quella roba grossolana e ruvida. […]

[…] Dicono che l’ineguaglianza e l’ingiustizia della distribuzione dipendano dalla Camorra, la grande Camorra, che oggi non è nulla di più che un’associazione di profittatori che i poveri odiano. (Incredibile che Lawrence, pur vivendo molto in Sicilia, non citi la Mafia ma la Camorra)

In quanto a me, non so.

So soltanto che una città, Venezia, per esempio, sembra avere un rifornimento illimitato di pane puro, di zucchero, di tabacco, di sale, mentre Firenze è in continua irritazione per la restrizione di queste forniture, che sono tutti monopoli governativi e, di conseguenza, distribuite in piccole quantità. […]

[…] Eravamo in camera da un minuto o due quando la donna marrone bussò, e pensate, berretto nero ci aveva mandato su una delle sue pagnottine bianche.

Ne fummo veramente commossi.

Queste delicate generosità sono quasi scomparse dal mondo. […]

[…] Alle sette del mattino era chiaro, freddo, il sole non era ancora sorto. (…)

(…) guardando fuori, non riuscivo a credere ai miei occhi, era così simile all’Inghilterra, alla Cornovaglia nelle sue parti più brulle o agli altipiani del Derbyshire.

Dietro la stazione c’era un piccolo prato recintato, piuttosto trascurato, nel quale stavano due pecore.

C’erano diversi fabbricati dall’aspetto abbandonato, proprio come in Cornovaglia. 

E poi l’ampia, abbandonata strada di campagna che si allontanava tra i margini d’erba e bassi muretti a secco verso una fattoria di pietra grigia con un ciuffo d’alberi, e un nudo paesino di pietra in lontananza. […]

[…] Qua e là un fienile di pietra si ergeva solitario, o con accanto pochi, spogli alberi esposti al vento. 

Due cavalli col pelo bianco ispido pascolavano sull’erba alta, un bambino veniva lungo la nuda, ampia strada fiancheggiata d’erba con un paio di recipienti per il latte, comparendo dal nulla: ed era così simile alla Cornovaglia, o una parte dell’Irlanda, che l’antica nostalgia per le regioni celtiche cominciò a sorgere in me. […]

[…] È meraviglioso uscire su una strada ghiacciata, (…)

(…) È meravigliosa l’aria fredda, bluastra, e le cose che si ergono nella fredda lontananza. […]

[…] Sono così felice su questa nuda strada solitaria (…)

(…) Cammino dentro i bassi fossi erbosi sotto gli sconnessi i muri di pietra, […]

[…] Verso la stazione rosa e i fabbricati annessi (…)

(…) Lontano sulla sinistra c’è anche una fila di casette, come una fila di abitazioni per ferrovieri. 

Uno spettacolo strano e familiare. 

E i dintorni della stazione sono in disordine e alquanto cadenti. […]

[…] Dopo di che l’ape regina e io ci incamminiamo ancora una volta lungo la strada che porta al paesino. […]

[…] Anche lei sente lo spazio attorno a sé, e la libertà di muovere il proprio corpo: come non si riesce a sentire in Italia e in Sicilia, dove tutto è così classico è fermo. Il paesino in sé non è altro che una lunga strada tortuosa, buia, in ombra, di case e negozi e un fabbro. 

Potrebbe quasi essere la Cornovaglia, ma non proprio. […]

[…] E poi, naturalmente, non c’è niente del senso di accoglienza che rose rampicante e lillà e botteghe e pagliai darebbero a una scena inglese. 

Questa è più dura, spoglia, nuda, più desolata.

Un vecchio nel suo costume bianco e nero viene fuori da una stamberga. 

Il macellaio trasporta un enorme pezzo di carne. 

Le donne ci osservano, ma più furtive e reticenti degli sguardi clamorosi dell’Italia. Così andiamo avanti lungo l’acciottolato irregolare, per tutta la lunghezza del paese.

Emergendo dall’altra parte, dopo l’ultima casetta, ci troviamo di nuovo di fronte all’aperta campagna, su gentile declivio dell’ondulata collina. […]

[…] e poi, l’unica nota violentemente sconosciuta, il cimitero recintato che giace lì fuori, sul dolce fianco della collina, chiuso tutt’attorno da muri alti, molto compatto: e sul lato interno del muro di recinzione, le lastre di marmo, simili ai cassetti chiusi dei sepolcri, che brillano bianchi, e il muro è come un cassettone o una colombaia per tenere i morti. 

Ciuffi di scuri cipressi piumati si alzano tra le piatte tombe del recinto. 

Nel sud i cimiteri sono cinti di mura e ben isolati.

I morti sono, per così dire, tenuti direttamente sotto chiave. (…)

(…) Sono rinchiusi in stretti ovili, con i cipressi che si ingrassano sulle ossa. […]

[…] «Mi piace! Mi piace!», esclama l’ape regina.

«Ma potresti vivere qui?».

Vorrebbe rispondere sì, ma non osa. […]

[…] Non c’è niente da fare a Mandas.

Così prenderemo il treno del mattino e andremo fino al capolinea, a Sorgono.

Così attraverseremo i declivi più bassi del grande nord orientale della Sardegna, il nodo montuoso chiamato Gennargentu.

E sentiamo qui Sorgono sarà deliziosa. […]

[…] La donna Marrone pesca dall’enorme pentolone nero in fondo alla stanza svariati tocchi di duro maiale bollito e me ne da due, bollenti, con pane e Sale. Questo è il pranzo.

Pago il conto che ammonta a ventiquattro franchi tutto compreso (in Italia si dice indifferentemente franchi o lire). […]

(Continua il viaggio, vai Verso Sorgono)

Con il supporto di tutti coloro che vogliano aiutami a promuovere il territorio italiano!
Offrendomi un contributo liberale – donandomi anche solo 1 € – a sostegno del mio lavoro cliccando sul bottone sottostante.

3 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.